Edoardo 29 anni: la normalità come scelta consapevole nella generazione iperconnessa
La scelta controcorrente di un giovane nella società dell’iperconnessione

Tra trasferimenti, lavoro in mare e un uso misurato dei social, la storia di un ragazzo che rivendica il valore della routine e dell’autenticità in un’epoca dominata dall’apparenza.
di Grazia Carolina Menza – Scienza del Benessere
In una società dominata dall’iperconnessione e dalla costante esposizione digitale, la testimonianza di un giovane che sceglie deliberatamente la semplicità rappresenta un elemento di rottura. Edoardo, 29 anni, ormeggiatore nel porto di Ravenna, offre uno sguardo alternativo sul rapporto tra quotidianità, identità e benessere, in un contesto in cui la normalità sembra aver perso valore.
Nato a Roma e cresciuto a Marina di Carrara, Edoardo si trasferisce a Ravenna a 16 anni a seguito del lavoro del padre nella Guardia Costiera. Un cambiamento repentino, avvenuto in una fase delicata della crescita, che incide profondamente sul suo equilibrio personale.
«È stato un trauma», racconta. «Ho dovuto ricostruire tutto da zero».
A facilitare l’inserimento è l’esperienza negli scout, che gli consente di creare nuovi legami e di mantenere un riferimento stabile durante gli anni dell’adolescenza.
Oggi Edoardo lavora come ormeggiatore. Un mestiere tecnico, fisico, che richiede precisione e presenza costante.
«Il mare è libertà», afferma. «È uno spazio aperto, senza confini».
Il lavoro rappresenta per lui non solo una fonte di stabilità economica, ma anche un elemento identitario: un contesto in cui ritrovare ritmo, concentrazione e senso di appartenenza.
Pur utilizzando i social per comunicare con persone conosciute online, Edoardo ha scelto di non condividere aspetti della propria vita privata. Una decisione maturata osservando gli effetti distorsivi della comunicazione digitale.
«Sui social vedo due estremi: pessimismo costante o felicità ostentata. Nessuno dei due corrisponde alla realtà», spiega.
Secondo Edoardo, la società contemporanea tende a concentrare la ricerca della felicità in eventi straordinari, trascurando il valore della routine.
«Molti vivono per i 20 giorni di vacanza all’anno. E gli altri 300? Restano vuoti».
La sua riflessione si inserisce in un quadro più ampio: quello di una società che misura il valore delle persone attraverso ciò che possiedono e mostrano, più che attraverso ciò che sono.
L’ossessione per l’immagine, il consumo e la performance ha trasformato il materialismo in una sorta di status morale, mentre la normalità è diventata quasi un difetto da correggere.
Questa dinamica è confermata anche da numerosi studi di psicologia sociale: l’esposizione continua a modelli di vita idealizzati aumenta la percezione di inadeguatezza e riduce la capacità di apprezzare la quotidianità.
La dopamina rilasciata dai “like” e dalle interazioni digitali crea un circuito di ricompensa rapido, ma fragile, che spinge a cercare costantemente stimoli nuovi, spesso a scapito del benessere reale.
In questo scenario, la scelta di Edoardo appare controcorrente: non rincorre oggetti, non insegue modelli, non costruisce identità attraverso il possesso.
Una posizione che, implicitamente, mette in discussione un sistema che spinge a desiderare sempre di più, senza mai interrogarsi su ciò che davvero serve.
Dopo le scuole superiori, con gli amici trasferiti all’estero per studio, Edoardo si ritrova nuovamente solo. Questa condizione, anziché generare chiusura, diventa un’occasione di introspezione.
«La noia non è un nemico. È uno spazio in cui impari a conoscerti», afferma.
La sua osservazione trova riscontro anche nella letteratura neuroscientifica: momenti di inattività favoriscono la riorganizzazione delle reti neurali, migliorano la regolazione emotiva e potenziano la creatività.
La cosiddetta default mode network, attiva nei momenti di quiete, è fondamentale per l’autoconsapevolezza e la costruzione dell’identità.
Edoardo non rincorre traguardi irrealistici. Ha raggiunto un lavoro stabile e guarda al futuro con obiettivi chiari: acquistare casa entro il 2026 e costruire, nel tempo, una vita familiare.
«Non mi piace l’idea di dover fare qualcosa per forza. Seguo ciò che sento, quando lo sento».
Pur non essendo attivo sui social tradizionali, Edoardo frequenta un gruppo Telegram attraverso cui ha conosciuto persone con cui ha instaurato rapporti reali.
«Ho creato legami importanti. Ma se domani sparisse tutto, non ne soffrirei», precisa.
Un approccio che evidenzia un uso consapevole e non dipendente degli strumenti digitali.
Alla fine della conversazione, Edoardo sintetizza la sua visione con un invito alla responsabilità individuale:
«Non fermatevi alle apparenze. Non lasciate che gli altri influenzino ciò che siete. La vita è vostra. Siate unici».
Un messaggio che, in un’epoca dominata dal materialismo e dall’immagine, assume il valore di un monito.
Dott.ssa Grazia Carolina Menza
Biotecnologa Agro-Alimentare e Industriale
Facilitatore Mindfulness, Ideatrice del metodo Pilat Tonic
Rubrica GCM · Scienza del Benessere