Leonardo e il volto imperfetto dell’umanità: l’universo dei grotteschi
Orizzonti d’Arte a cura di Annalisa Di Maria

Annalisa Di Maria, originaria di Alessandria, è studiosa, curatrice artistica ed esperta internazionale d’arte specializzata nell’iconografia pittorica rinascimentale. Membro del Comitato di esperti del Club per l’UNESCO di Firenze.
Tra le molteplici sfumature che compongono il vasto universo del genio leonardesco, c’è un territorio che spesso rimane ai margini, quasi nascosto dietro la perfezione dei suoi dipinti o l’enigma dei suoi progetti ingegneristici: quello dei grotteschi. A prima vista sembrano semplici esercizi di fantasia, volti deformati che sfuggono alle regole armoniche del Rinascimento. Eppure, basta soffermarsi un momento su quelle teste bizzarre, sproporzionate, talvolta persino sgradevoli, per accorgersi che lì dentro pulsa qualcosa di più profondo.

Fig. 1. Leonardo da Vinci (1452-1519) Un uomo ingannato dagli zingari c. 1493 Penna e inchiostro recto | 26,0 x 20,5 cm (foglio di carta) | RCIN 912495 Royal Collection Trust.
Leonardo, che non si accontentava mai di guardare la realtà solo nella sua veste più elegante, si avventurava nelle pieghe meno celebrate dell’umanità. Disegnava nasi smisurati, menti sporgenti, bocche sdentate e profili che sembrano usciti da un sogno distorto o da una commedia popolare. Ma non lo faceva per divertimento: in quelle deformazioni cercava verità. Per lui osservare significava accogliere tutto. La natura non è solo armonia; è anche eccesso, irregolarità, difetto. E Leonardo sapeva che la conoscenza nasce proprio da questa totalità. Così, mentre il Rinascimento celebrava l’ideale perfetto, lui si chinava sul volto di un vecchio dal naso adunco o di una donna dal mento sporgente. In quelle forme imperfette trovava un terreno fertile per capire come la carne si modella, come l’età segna e come il carattere si imprime nei lineamenti. I grotteschi diventano allora una sorta di specchio rovesciato: mostrano ciò che siamo davvero, con tutte le nostre stranezze, le nostre fragilità e le nostre verità non filtrate.
Un laboratorio grafico fuori dalle regole
Questi fogli, realizzati principalmente tra gli anni Ottanta del Quattrocento e i primi del Cinquecento, mostrano volti che sembrano arrivare da un altrove. Nasi smisurati che sfidano ogni proporzione, menti sporgenti che paiono scolpite da una mano capricciosa e profili impossibili. A volte sembrano usciti da un teatro popolare, altre da quella zona della fantasia dove la realtà si piega e si lascia reinventare.

Fig. 2. Dopo Leonardo da Vinci (1452-1519), Cinque teste grottesche e tre teste di uomini di profilo c.1510-20, Penna e inchiostro su gesso rosso | 21,8 x 15,3 cm (foglio di carta) | RCIN 912491
Eppure, nonostante la loro apparente eccentricità, questi disegni non sono semplici caricature o banali divertissement. Leonardo li concepisce come esperimenti visivi e strumenti di indagine. In quelle deformazioni c’è un metodo preciso: esagerare un difetto per comprenderne la struttura, amplificare un tratto per coglierne la logica interna, spingere un volto oltre il limite per vedere come la forma influisce sulla percezione che abbiamo di una persona. Leonardo osserva tutto, senza operare selezioni preventive. Disegnare un naso enorme o ritrarre una bocca sdentata diventa un’occasione scientifica per capire come l’età, la fatica e la vita stessa si imprimono nella carne. Di fronte a un’epoca che insegue l’ideale, l’artista si avvicina al reale smontando e rimontando la forma umana. In quelle teste deformate, Leonardo non cerca la perfezione, ma la verità.
Tra scienza e immaginazione
Nei grotteschi questa tensione è evidente. Sono il risultato di un equilibrio sottilissimo tra studio scientifico e fantasia creativa, dove l’autore si muove come un esploratore nei territori meno rassicuranti della natura umana. Dietro ogni deformazione c’è una logica:
L’anatomia: anche il volto più assurdo conserva una struttura coerente. Leonardo non deforma per capriccio; amplifica per capire. Un profilo alterato diventa un modo per studiare la cartilagine o analizzare come l’osso modella l’espressione.
La psicologia: i grotteschi sono “tipi umani”, caratteri che raccontano un vizio, un’età, un temperamento. Leonardo osserva come la vita si imprime nei lineamenti e come un carattere può essere suggerito da un sopracciglio arcuato o da una bocca serrata, creando piccoli racconti visivi.

Fig. 3. Francesco Melzi due teste grottesche,1510 ca, Penna e inchiostromarrone,National Gallery of Art, Washington, DC.
La satira sociale: alcuni di quei volti evocano figure incontrate nelle strade di Milano o Firenze: mercanti, vecchie pettegole, soldati, mendicanti. Leonardo li osserva con occhio ironico, ma mai crudele, cogliendo l’umanità nella sua dimensione quotidiana.
La ricerca estetica: viene esplorato il rapporto tra bello e brutto con totale libertà. Mentre il Rinascimento celebra la norma, lui si avvicina all’irregolare e al dissonante, mostrando che la verità dei volti umani è degna di essere rappresentata tanto quanto la bellezza ideale.

Fig.4 Leonardo da Vinci, studio di un vecchio, secondo metà del XV sec. Istituto Nazionale per la grafica.
Le riflessioni teoriche nel Codice Atlantico
Per comprendere come questi disegni non fossero nati da impulsi casuali, occorre guardare alle pagine del Codice Atlantico, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano. È tra questi storici fogli – e nei successivi passaggi confluiti nel Trattato della Pittura – che Leonardo codifica ed esprime a parole il valore psicologico della deformità. L’artista scrive infatti un’annotazione lapidaria:
“De’ visi mostruosi non parlo, perché senza fatica si tengono a mente”.
Per Leonardo, l’anomalia e la sproporzione possedevano un potere mnemonico immediato e superiore rispetto alle forme regolari. Nel Codice Atlantico i profili grotteschi affiorano talvolta in modo improvviso, tracciati a penna sui margini di complessi calcoli matematici, progetti architettonici o studi ingegneristici, a testimonianza di come l’osservazione della fisionomia rimanesse una costante ossessione visiva, parallela a quella per la scienza meccanica.
Una distinzione necessaria: I grotteschi nell’arte rinascimentale
Per evitare un diffuso anacronismo critico, è fondamentale separare i “grotteschi” fisionomici di Leonardo da un genere artistico omonimo che dominò il Rinascimento: la decorazione a grottesche parietale. Verso la fine del Quattrocento, la scoperta casuale a Roma degli ambienti sotterranei della Domus Aurea di Nerone – scambiati inizialmente per delle “grotte” sotterranee – mise gli artisti rinascimentali (tra cui Pinturicchio, Filippino Lippi e Signorelli) a diretto contatto con la pittura d’epoca romana imperiale. Da quelle “grotte” prese il nome lo stile decorativo della grottesca. Codificata ufficialmente da Raffaello Sanzio e da Giovanni da Udine nelle Logge del Palazzo Apostolico in Vaticano, divenne una moda ornamentale travolgente, replicata nei soffitti delle più importanti dimore d’Europa (inclusi i corridoi monumentali degli Uffizi e di Palazzo Pitti). Visivamente, questo genere si distingueva per metamorfosi, trame a candelabra e creature mitologiche che sfumavano in elementi vegetali. Mentre la grottesca di matrice raffaellesca era un’ornamentazione architettonica geometrica e fantastica volta al puro arabesco decorativo, i grotteschi di Leonardo da Vinci operavano in senso opposto. Leonardo non cercava l’ibrido fantastico per decorare una parete, ma la verità biologica per comprendere l’uomo, analizzando la carne, i tessuti, la vecchiaia e i moti interiori dell’anima attraverso le deviazioni fisionomiche reali. La proliferazione delle grottesche decorative scatenò nel Cinquecento un acceso scontro teorico. Da un lato, i teorici più rigorosi le condannavano richiamandosi a Vitruvio, che considerava queste pitture assurde e mendaci perché mostravano mostri impossibili. Dall’altro lato, storici come Giorgio Vasari ne difendevano la natura, definendole sì pitture “licenziose e ridicole molto”, ma elogiando la straordinaria bizzarria e la totale libertà inventiva che permettevano all’artista di superare i limiti rigidi della natura.
L’evoluzione delle “teste caricate”: da Michelangelo alla nascita della caricatura moderna
La fascinazione per la deformazione fisionomica ed espressiva ha unito e contrapposto i più grandi maestri d’Europa a cavallo tra il Rinascimento e il Barocco. Se Leonardo da Vinci ne fu il pioniere empirico, Michelangelo Buonarroti ne offrì un contrappunto fortemente drammatico ed espressionista. Per il Buonarroti, l’esasperazione dei volti era un mezzo plastico per dare forma visiva ai tormenti interni dello spirito e a moti violenti dell’animo come l’ira e il terrore, traducendo poi questi studi grafici nelle spaventose maschere tridimensionali scolpite nella Sagrestia Nuova a Firenze.

Fig.5 Michelangelo Buonarroti (Caprese 1475-Roma 1564), Una testa grottesca c.1525-30 Gessetti neri e rossi | 24,9 x 11,9 cm (foglio di carta) | RCIN 912762, Royal Collection Trust.

Fig 6 Leonardo da Vinci (1452-1519), Un progetto per un costume da drago c.1517-18 Gessetto nero, penna e inchiostro | 18,8 x 27,0 cm (foglio di carta) | RCIN 912369, Royal Collection Trust.
Questa ricerca sull’irregolare contagiò rapidamente l’intero continente, declinandosi secondo sensibilità locali radicalmente diverse: nel Rinascimento Nordico, Hieronymus Bosch esasperò i tratti somatici dei carnefici (come nella Salita al Calvario di Gand) conferendo loro una bestialità morale legata al peccato, mentre Albrecht Dürer cercò di calcolare matematicamente i limiti geometrici della bruttezza e Quentin Massys immortalò la celeberrima Duchessa brutta (1513) ricalcandola direttamente da un prototipo leonardesco. In Italia, la lezione di Da Vinci venne ereditata in Lombardia dalle “teste composte” di frutta e verdura di Giuseppe Arcimboldo, il quale applicò le regole delle combinazioni fisionomiche per creare le sue note illusioni ottiche. Il secolare percorso di questo genere d’arte trovò la sua definitiva consacrazione alla fine del Cinquecento a Bologna, dove i fratelli Annibale e Agostino Carracci compirono il passo definitivo: applicando lo studio anatomico dei difetti a individui reali e identificabili, inventarono ufficialmente la caricatura moderna, trasformando lo studio universale della mostruosità in un ritratto intenzionalmente deformato a scopo satirico, umoristico e affettivo.
Il lato nascosto del genio: la componente neoplatonica e l’estetica del brutto
In queste teste deformate, in questi volti che sembrano scolpiti dalla vita più che dall’artificio ideale, non c’è ricerca di perfezione, ma un’immensa quantità di umanità complessa. Leonardo non nasconde e non addolcisce le asimmetrie; le osserva e le studia come segni che raccontano storie concrete. Nella cultura rinascimentale del tempo, profondamente intrisa di filosofia neoplatonica, la bellezza era considerata il riflesso diretto dell’Idea e un bagliore della perfezione divina nel mondo materiale. Gli artisti cercavano proporzioni armoniche ed equilibri geometrici capaci di rimandare a questo ordine superiore. Leonardo, pur non essendo un filosofo sistematico, respira a fondo questa atmosfera intellettuale. La assorbe e la rielabora a modo suo, seguendo una strada personale, empirica e curiosa. Ed è proprio in questo contesto che i grotteschi diventano sorprendenti. Apparentemente lontani da ogni canone, questi volti eccessivi e irregolari sfidano l’armonia del Rinascimento, ma non vanno intesi come un semplice gesto di ribellione. Essi costituiscono un contrappunto necessario. Attraverso il brutto e ciò che sfugge alla misura, Leonardo indaga le zone d’ombra dell’esperienza umana che l’ideale accademico non riesce a contenere. In questo senso, il grottesco non è la negazione dell’Idea platonica, ma uno strumento visivo per comprenderne i limiti profondi. Mostrando ciò che è fuori misura, l’artista mette indirettamente in evidenza ciò che è proporzionato; deformando il volto umano, ne esalta e ne interroga la struttura profonda.

Fig. 7. Leonardo da Vinci (1452-1519), Un vecchio grottesco di profilo, c. 1490-1495. Gessetto rosso e nero, penna e inchiostro | 15,9 x 9,3 cm (foglio di carta) | Windsor, Royal Collection Trust, RCIN 912448.
La celebre tensione neoplatonica tra mondo sensibile e mondo intelligibile si riflette interamente in questi fogli. Il brutto cessa di essere un mero capriccio grafico e si trasforma in una via d’accesso alternativa alla conoscenza. Leonardo dimostra che la realtà è un insieme complesso, fatto di armonie e di scarti, di regole e di imperfezioni. Solo attraversando questa totalità, senza escludere il dissonante, l’uomo può sperare di cogliere l’unità nascosta della natura. In fondo, questi disegni sono una vera e propria dichiarazione di poetica: la bellezza non è l’unico modo per raccontare l’universo. A volte è proprio il non canonico a rivelare ciò che siamo davvero, mostrando che la verità biologica, osservata senza filtri, sa essere molto più interessante della perfezione ideale.