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Filosofia artistica nel Rinascimento: rapporto tra Leonardo da Vinci e la filosofia Neoplatonica

Orizzonti d’Arte a cura di Annalisa Di Maria

Annalisa Di Maria, originaria di Alessandria, è studiosa, curatrice artistica ed esperta internazionale d’arte specializzata nell’iconografia pittorica rinascimentale. Membro del Comitato di esperti del Club per l’UNESCO di Firenze.

“Ma prima farò alcuna esperienza avanti ch’io più oltre proceda, perché mia intenzione è allegare prima l’esperienzia e poi colla ragione dimostrare perché tale esperienzia è costretta in tal modo ad operare. E questa è la vera regola come li speculatori delli effetti naturali hanno a procedere, e ancora che la natura cominci dalla ragione e termini nella sperienzia, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè cominciando, come di sopra dissi, dalla sperienzia, e con quella investigare la ragione”.
Leonardo da Vinci

Foto 1- Particolare del ritratto di Leonardo da Vinci nella edizione “Le vite de’più eccellenti pittori, scultori, e architetti scritte da Giorgio Vasari pittore et architetto aretino, Di Nuovo dal Medesimo riviste et ampliate con i ritratti loro et con l’aggiunta delle Vite de’ vivi, E de’morti dall’anno 1550 infino al 1567. Prima e seconda parte. Con le Tavole in ciascun volume, Delle cose più notabili de’ Ritratti, Delle vite degli Artefici, et dei Luoghi dove sono l’opere loro, appresso i Giunti, Fiorenza 1568”.

Dalla norma di “indagare la ragione” scaturisce un confronto tra ciò che si manifesta a livello iconografico in modo universale e ciò che si rivela a molteplici piani spirituali, permettendo di cogliere aspetti invisibili. Questa profonda attitudine trae origine, con ogni probabilità, dall’immersione costante, fin dalla tenera età, nel mondo di mio padre Vincenzo – artista, critico d’arte e gallerista. L’arte pittorica e la sua incessante esplorazione di diverse tecniche artistiche hanno così plasmato in me, sua allieva nella sua bottega artistica, una sensibilità distintiva, che mi ha guidato nel corso della mia intera esistenza. La mia esplorazione e la mia pratica delle tecniche pittoriche, con il passare del tempo, hanno affinato la mia sensibilità artistica. In questo percorso, il “Trattato della Pittura” di Leonardo da Vinci è stato un compagno costante e illuminante:

“Come la scoltura è di minore ingegno che la pittura, e mancano in lei molte
parti naturali.


Adoperandomi io non meno in scoltura, che in pittura, ed esercitando l’una
e l’altra in un medesimo grado, mi pare con picciola imputazione poterne dare
sentenza, quale sia di maggiore ingegno, difficoltà, e perfezione l’una che
l’altra. Prima la scoltura è sottoposta a certi lumi cioè di sopra, e la pittura
porta per tutto seco e lume e ombre. E lume e ombra è la importanza adunque
della scoltura, lo scultore in questo caso è ajutato dalla natura del rilievo,
ch’ella genera per se. E il pittore per accidentale arte lo fa ne’ luoghi dove
ragionevolmente lo farebbe la natura; lo scultore non si può diversificare nelle
varie nature de’ colori delle cose, la pittura non manca in parte alcuna, le
prospettive delli scultori non pareno niente vere, quelle del pittore pajono a centinaja de miglia di là dall’opera. La prospettiva aerea è lontana dall’opera,
non possono figurare li corpi trasparenti, non possono figurare i
luminosi, non linee reflesse, non corpi lucidi come specchj e simili cose
lustrando, non nebbie, non tempi oscuri, ed infinite cose, che non si dicono
per non tediare.”.

Foto 2- Particolare del Codex Urbinas latinus 1270 del Trattato di Leonardo da Vinci

Particolarmente Leonardo da Vinci è sempre stato un punto di riferimento per me fin dai tempi in cui, da ragazzina, mi cimentavo nel disegno e nella pittura di ritratti. È stata proprio questa mia predisposizione a rivelarmi, attraverso la sua opera, numerosi elementi nascosti e non immediatamente percepibili nei suoi dipinti e disegni. Questi elementi derivano dalla metodologia che gli artisti del Rinascimento adottavano per “nascondere” simboli carichi di profondo significato. L’interesse per il Neoplatonismo fiorentino e per gli artisti che ne hanno seguito la scia filosofica si è acceso in me più di vent’anni fa, proprio attraverso lo studio dei simboli. Una guida preziosa in questo percorso sono stati gli scritti di André Chastel, storico dell’arte francese, che in più occasioni ha messo in luce il profondo legame tra Leonardo da Vinci e il pensiero platonico, con particolare riferimento alla scuola neoplatonica che fioriva a Firenze sotto Marsilio Ficino e Cosimo il Vecchio. Chastel stesso evidenzia come, presso la Villa Medicea, e specificamente nel Giardino di San Marco, all’epoca fosse presente un busto di Platone. Questo non era un semplice ornamento, ma assumeva il significato di un potente simbolo del neoplatonismo fiorentino. Rappresentava un’icona da emulare, un modello da cui trarre ispirazione per perseguire l’ideale di perfezione assoluta, aspirazione che permeava tutte le arti e le discipline secondo le idee platoniche. Leonardo, lungi dall’essere un filologo o un narratore sistematico, manifestava un metodo di scrittura frammentario ma le sue annotazioni, disseminate nei quaderni, contenevano idee e osservazioni che venivano riprese e ampliate nel tempo, spesso con nuove integrazioni e auto-correzioni. Tale abitudine è testimoniata dalla sua stessa mano nel Codice Arundel (f. 1r), dove si legge: “se io non volessi cadere in tale errore, sarebbe necessario che per ogni caso io volessi copiare su, che per non replicarlo, io avessi sempre a rileggere tutto il passato, e massime stando con lunghi intervalli di tempo allo scrivere da una volta all’altra”. L’analisi del “Trattato” di Leonardo, sebbene probabilmente edito da Francesco Melzi, unitamente agli appunti di Leonardo dispersi nei suoi codici, rappresenta la chiave di volta per l’estrazione di paralleli e lo sviluppo di concetti. Ciò consente di instaurare un confronto proficuo con il pensiero degli scienziati e dei filosofi antichi. È ormai accertato che Leonardo da Vinci fosse un lettore assiduo. Possedeva una biblioteca personale, annotava accuratamente i libri dei suoi conoscenti che reputava di suo interesse e teneva un proprio registro bibliografico. Questa pratica, come documentato, consisteva nel copiare, tradurre e commentare i testi, dimostrando una predilezione per la parafrasi, in linea con la tradizione degli studi antichi e medievali, specialmente in argomenti leggeri, dove la preoccupazione per il rigore del pensiero scientifico era minore. L’analisi della figura di Leonardo ha portato molti studiosi, storici dell’arte e critici a identificare, a mio avviso, due principali correnti interpretative. La prima lo vede come uno scienziato e matematico, profondamente legato a Luca Pacioli di Sansepolcro. In questo contesto, Leonardo avrebbe studiato le regole matematiche applicandole alla progettazione di infrastrutture militari e urbane, nonché alla definizione delle proporzioni nell’arte pittorica.

La seconda corrente lo identifica invece come un filosofo, influenzato dagli scritti di Marsilio Ficino. Gli incontri avvenuti a Firenze con Ficino e i suoi circoli avrebbero permesso a Leonardo di esplorare un vasto panorama filosofico, dalle dottrine pitagoriche e orfiche, passando per il pensiero di Socrate, Platone e Aristotele, fino ad approdare al neoplatonismo. A supporto di questa tesi vi è la documentata presenza di Ficino, Pacioli e Leonardo a Firenze e Milano in diverse occasioni. La prima edizione del De Divina Proportione, pubblicata nel 1497 grazie alla collaborazione con Paganini, presenta le celebri illustrazioni di Leonardo da Vinci. Esse, sono di notevole importanza perché raffigurano figure poliedriche di grande suggestione, testimonianza dell’interesse di Leonardo per la geometria e la sua applicazione all’arte. È noto che gran parte dei paragrafi del Trattato di pittura di Leonardo, sebbene riuniti successivamente in un’unica opera da Francesco Melzi, fossero già in circolazione prima della fine del Quattrocento. Infatti, Luca Pacioli, nella dedica del suo De Divina Proportione (datata 9 febbraio 1498 e dedicata a Ludovico il Moro), menziona l’esistenza di un “libro de pictura”. Dato che un trattato scritto in forma organica non sembra essere mai stato formalmente pubblicato da Leonardo, è probabile che Pacioli si riferisse alle riflessioni sulla comparazione delle arti, che oggi ritroviamo nella prima parte del suo testo e che forse circolavano in forma manoscritta. È a Firenze che Leonardo mosse i suoi primi passi in numerosi campi intellettuali, immergendosi in un ambiente culturalmente effervescente e altamente organizzato, il circolo dei Medici. In questo contesto stimolante, Leonardo attirò l’ammirazione di artisti emergenti e affermati come Michelangelo e Raffaello, i quali osservavano attentamente i suoi disegni, traendone ispirazione e apprendendo dalle sue tecniche innovative.

A Milano, Leonardo da Vinci era solito reperire testi preziosi sia dai suoi conoscenti che dalle biblioteche pubbliche. In questo periodo, egli frequentava assiduamente ambienti di alta cultura, entrando in contatto con figure eminenti quali Luca Pacioli e Francesco di Giorgio Martini, autore del suo influente Trattato. Le sue liste di letture e le sue annotazioni di quegli anni rivelano la sua sete di conoscenza: figurano l’Ottica di Witelo (individuata nella biblioteca di Pavia), la Perspectiva di Biagio Pelicani, Euclide, Le Meteore di Aristotele, un trattato di algebra, le opere di Alberto Magno e Alberto di Sassonia, e quelle di San Tommaso d’Aquino. Per quanto concerne gli scritti di natura militare e storica, Leonardo leggeva Livio e Valturio. La sua esplorazione geografica, sia in senso scientifico che più descrittivo, comprendeva Isidoro di Siviglia e Jean de Mandeville. Non mancavano testi di carattere più didattico e morale, come il popolare Fior di Virtù, un lapidario, un trattato di chiromanzia, il Cattolicon (un noto vocabolario latino), Donato (la celebre grammatica), alcune opere morali, il De immortalitate animi di Marsilio Ficino, il Canzoniere di Petrarca, e volumi di facezie e satire. Nel 1487, con l’ascesa di Ludovico il Moro a signore di Pavia e la sua acquisizione dell’imponente castello, definito una “dimora che non ha eguali in Italia”, Leonardo ebbe l’opportunità di interagire con personalità di spicco della corte e dell’università. Questo stimolò ulteriormente la sua sete di sapere, aprendogli nuove prospettive per approfondire i suoi studi in matematica, anatomia, filosofia e persino teologia. Leonardo ricercava attivamente opere di autori antichi e contemporanei presso la Biblioteca del castello, presso l’Università e presso il Monastero di San Pietro in Ciel d’Oro. Dalle letture di Platone a Vitruvio e Barbaro, emerge la sua concezione della tecnica come intreccio di conoscenza e applicazione delle leggi fondamentali e delle cause produttive del mondo, in cui la geometria e la matematica sono strumenti essenziali per la creazione di opere ‘artificiose’. In riferimento alla mia precedente citazione di un passo tratto dal Trattato di Francesco di Giorgio Martini nella mia prefazione, mi corre l’obbligo di richiamare quanto affermato anche da Buccaro: nel percorso della conoscenza scientifica, non si può prescindere dall’esperienza diretta. Imparare dalla natura significa decifrare le leggi che la governano, poiché l’esperienza “è maestra vera”, e tale è stata anche per gli autori dell’antichità. Come ammoniva anche Aristotele, ma senza che i suoi successori ne coglinessero la piena portata, è fondamentale “fuggire i precetti di quegli speculatori le cui ragioni non sono confermate dall’esperienza”. Egli sosteneva che chi dibatte allegando l’autorità, non utilizza il proprio ingegno ma piuttosto la memoria, un approccio che ostacola il vero metodo sperimentale, ante litteram, e che privilegia una logica deduttiva, passando superficialmente da un principio all’altro. Definire Leonardo come neoplatonico richiede un’analisi dei manoscritti pervenuti, dai quali è evidente il suo attingere agli autori classici.
Le sue riflessioni, spesso accompagnate da annotazioni critiche, emergono chiaramente, in particolare in riferimento al “Timeo” di Platone e al testo presente nel Ms F, foglio 27v:

         Foto 3- Confronto tra lo scritto di Platone e quello di Leonardo

Secondo Marsilio Ficino, esisteva una continuità nella tradizione filosofica che si estendeva da Pitagora e dall’Orfismo, passando per Socrate, Platone e Aristotele, fino a giungere al Neoplatonismo. Le idee di Ficino, che esercitarono una notevole influenza culturale all’epoca, furono riprese successivamente, in particolare da filosofi con un forte orientamento religioso, e conobbero un’ampia diffusione anche al di fuori degli ambiti accademici. L’uomo, concepito già durante l’Umanesimo della prima metà del secolo come “copula mundi”, ovvero un’armonica interazione tra anima e corpo in cui ogni individuo è artefice del proprio destino, era un tema centrale. Gli intellettuali riconoscevano nella felicità la massima aspirazione umana. Tuttavia, non vedevano nell’azione, specialmente quella politica, la sua naturale realizzazione, bensì nella speculazione filosofica. Infatti, attraverso l’esercizio di quest’ultima, gli spiriti più nobili ed eletti potevano sperimentare la felicità e raggiungere la conoscenza del vero dopo la morte. Da un lato, Aristotele riesaminò criticamente le idee e i principi cosmologici elaborati in Grecia fin dagli albori della riflessione razionale sulla “physis”. Dall’altro, formulò una visione originale e organica dell’universo. L'”imago mundi”, che per molti secoli dominò la concezione occidentale del cosmo, trovò in lui la sua compiuta espressione. Il cielo, lungi dal ridursi a un insieme di teorie aride, si presenta come un’affascinante intersezione di rigore logico e pathos religioso: Aristotele desiderava infatti trasmettere anche un sentimento di venerazione per la divina perfezione del cielo e degli esseri che lo popolano. Analogamente a Platone nella sua epoca, Leonardo da Vinci era percepito dai giovani artisti come un modello supremo, un’incarnazione di perfezione da emulare. Firenze, cuore pulsante di questo fervore, emulando l’influenza filosofica e culturale dell’Atene dell’antica Grecia, infondeva nuova vitalità all’uomo, alla sua interiorità e al suo spirito. Il celebre frammento leonardesco, “muoversi l’amante per la cosa amata come il soggetto colla forma, il senso col sensibile, e con seco si unisce e fassi una cosa medesima… l’opera è la prima cosa che nasce dell’unione”, rivela un’impostazione di chiara matrice ficiniana. Lo stesso concetto espresso riguardo alla scienza del pittore, “la qual fa che la mente del pittore si trasmuta in una similitudine di mente divina”, dimostra come Leonardo fosse influenzato mentalmente dalle idee di Marsilio Ficino. È emblematico in questo senso il pensiero di Ficino: “Dunque, quante cose concepisce la mente in sé stessa nell’atto di intendere, tante Dio crea nel mondo nell’atto di intendere. Altrettante ne esprime parlando nell’aria. Altrettante ne scrive con il calamo su carte. Altrettante le figura, creandole nella materia del mondo” (Teologia Platonica, Libro XIII, capitolo III). Quest’affermazione trova un’eco significativa nel pensiero di Leonardo, nella trasmutazione della mente umana in una mente divina. L’idea platonica che la mente umana sia in armonia con l’intelligenza creatrice dell’universo costituisce un principio cardine del pensiero leonardesco. Tale concetto trova la sua origine nel dialogo platonico del Timeo, specificamente nel paragrafo 47, dove si discute della vista (ἡ ὄψις):
“La vista infatti, a mio parere, è causa
per noi della massima utilità, perché nessuno dei discorsi che ora si fanno
sull’universo sarebbe mai stato pronunciato se non avessimo visto né gli astri
né il sole né il cielo. Invece l’osservazione del giorno e della notte, dei mesi e
dei cicli annuali, degli equinozi e dei solstizi ha creato il numero e il concetto
di tempo, che a loro volta hanno permesso lo studio della natura dell’universo.
Da ciò ci siamo procurati la filosofia, della quale bene più grande non è mai
stato né sarà mai donato ai mortali dagli dei. Questo, secondo me, è il massimo vantaggio offerto dagli occhi; e perché dovremmo elogiare gli altri meno
importanti, che il non filosofo, privato della vista, rimpiangerebbe invano?”
In Leonardo, riscontriamo questa concezione platonica riguardo alla funzione dello sguardo pittorico, inteso come strumento e guida per le scienze del disegno. Platone stesso afferma: «Nessuna parte è nell’astrologia che non sia ufficio delle linee visuali e della prospettiva, figliuola della pittura». L’importanza attribuita all’occhio e alla prospettiva viene enfatizzata in numerosi capitoli del Trattato leonardesco (specificamente nei paragrafi 7, 12, 15, 16 e 20). L’ideale per eccellenza del Rinascimento era la figura dell’uomo posto al centro dell’universo, fulcro di ogni cosa, concepito quale essere quasi divino. In Leonardo, ritroviamo un passo di Platone che specifica la funzione strumentale e guida delle scienze dell’occhio pittorico nei confronti del disegno: «Nessuna parte è nell’astrologia che non sia ufficio delle linee visuali e della prospettiva, figliuola della pittura». L’elogio dell’occhio si estende in parecchi paragrafi del Trattato.


Foto 4-La Scuola di Atene, capolavoro di Raffaello Sanzio, è un affresco di straordinarie dimensioni (circa 770 x 500 cm) realizzato tra il 1509 e il 1511. Quest’opera maestosa si trova all’interno della Stanza della Segnatura, uno dei quattro ambienti noti come “Stanze Vaticane”, situati nei Palazzi Apostolici. Considerata una delle pitture più significative dello Stato della Città del Vaticano, l’affresco è accessibile ai visitatori nel percorso dei Musei Vaticani.

Il vero ideale del Rinascimento era l’uomo al centro dell’universo, l’uomo come essere divino. La bellezza per Leonardo Da Vinci era fondamentale; lui stesso veniva considerato “un bello e gentile”, come scriveva Vasari attraverso le parole di Melzi, che alludeva a lui come a una divinità, accostando il suo animo e l’eccellenza del suo intelletto alle parti somme del cielo. Leonardo era descritto dall’Anonimo Gaddiano come un uomo molto bello, raro nella sua natura, un virtuoso, qualità che lo rendevano maestro anche nei costumi, tipici del saggio, del sommo, del filosofo (con veste lunga e barba lunga). Per Lomazzo, era una divinità posta in alto al “Tempio della Pittura” come simbolo di saggezza. Lo stesso Vasari disse di lui che era come un filosofo antico, paragonandolo a Platone. Cellini affermava la grandezza di Leonardo, non solo per le sue doti in tutte le discipline, ma anche per le sue innumerevoli cognizioni di latino e greco, un uomo, dunque, che studiava tanto e che, oltre alle sue virtù, era dotato di una grande capacità visiva e di un grande amore per la Natura; proprio attraverso le sue continue osservazioni e i suoi studi, un rapporto particolare scorreva tra lui e la Natura.

Foto 5- Firenze, Loggiato degli Uffizi, Statue degli „Illustri Toscani“, Statua di Leonardo da Vinci di Luigi Pampaloni.
Il suo aspetto fisico e il suo abbigliamento da filosofo erano confermati anche dagli artisti che lo ritrassero a suo tempo, come nel disegno di Michelangelo conservato a Londra o in quello di Raffaello, che nella “Scuola di Atene” lo rappresentò effigiandolo nei panni di Platone. Leonardo riconobbe nelle leggi della Natura le norme stesse che rendono più alta e nobile l’opera umana. Percepì come gli elementi di essa, parlando dei cinque corpi/elementi platonici, potessero servire per dare forma e ragione alle più sublimi elevazioni dell’Arte. Il maestro comprese il contrasto tra fede e scienza nel “Trattato della Pittura” (scritti di Leonardo raccolti da un suo scolaro). La sua attività è sia scientifica che artistica: l’una permette di aumentare il novero delle conoscenze e serve all’altra per poter esprimere le funzioni dello spirito, alla ricerca della verità sulla vita stessa. Gabriele D’Annunzio, secoli dopo, definì Leonardo “un signore della verità“. Leonardo, incerto nel linguaggio, esprimeva ciò che aveva dentro attraverso la pittura, di cui affermava che fosse essa stessa la riflessione diretta di Dio, secondo il principio platonico. La mente di Leonardo ha saputo recepire all’interno dell’umanesimo filosofico fiorentino quei concetti che gli hanno permesso di definire il legame tra il mondo e la sua espressione artistica.

Riferimenti:
-GIORGIO VASARI, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scvltori, e architettori scritte da Giorgio Vasari
pittore et architetto aretino, Di Nuouo dal Medesimo riviste et ampliate con i ritratti loro et con
l’aggiunta delle Vite de’ vivi, & de’ morti dall’anno 1550 infino al 1567. Parte Terza, appresso i Giunti, Fiorenza 1568, p. 8.

-A. CHASTEL, Luigi d’Aragona: un cardinale del Rinascimento in viaggio per l’Europa, Laterza,
Roma-Bari 1995.
-Annalisa Di Maria “Leonardo da Vinci e la scuola Neoplatonica”Volume 1. Paleani editore, 2019.
-Annalisa Di Maria “Leonbardo da Vinci e la scuola Neoplatonica, la Gioconda e il suo significato”NFC edizioni, 2019.

  • ANDRE CHASTEL, Arte e Umanesimo a Firenze al tempo di Lorenzo il Magnifico: studi sul
    Rinascimento e sull’umanesimo platonico, G. Einaudi, Torino 1964.
  • CARLO AMORETTI, Memorie storiche su la vita, gli studi, e le opere di Lionardo da Vinci in Trattato della pittura di Lionardo da Vinci, Dalla Societa Tipografica de’ Classici Italiani, Milano 1804.
  • JEAN PAUL RICHTER, The literary works of Leonardo da Vinci, comp. and ed. from the original
    manuscripts, Sampson Low, Marston, Searle & Rivington, Londra 1883; J. P. Richter, The
    notebooks of Leonardo da Vinci. Compiled and edited from the original manuscripts, (a cura di Bell R.C.) Dover Publications, New York 1970.
  • GIORGIO CASTELFRANCO, Leonardo scrittore, da l’≪Arte≫, ottobre 1937, p.252-263.
  • ELISABETTA DI STEFANO, Arte e idea: Francisco de Hollanda e l’estetica del Cinquecento, Centro
    internazionale studi di estetica, Palermo 2004, p. 78.

-Ibidem, p. 138, nota 404. Cfr. C. SCARPATI, Introduzione a Leonardo, Il paragone delle arti, Vita
e Pensiero Milano 1993, p. 9 e ss.

  • ALFREDO BUCCARO, Leonardo da Vinci op. cit. p. 17.
  • ARISTOTELE, Il Cielo (a cura di Alberto Jori), Bompiani, 2002.
  • D. L. Sparti, Le collezioni dal Pozzo. Storia di una famiglia e del
    suo museo nella Roma seicentesca, Panini, Modena 1992.
  • Enrico Stumpo, DAL POZZO,
    Cassiano iunior, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 32, Roma, Istituto
    dell’Enciclopedia Italiana, 1986. URL consultato il 13 agosto 2017.
  • Allen, Michael JB e Hankins, James, “Introduzione” in Teologia platonica, Volume 1, Libri I–IV ( Harvard University Press , 2001).
  • Theologia platonica , a cura di Gilles Gourbin, Parigi, 1559 (latino, testo completo).