CRONACA E ATTUALITÀITALIAPERSONAGGIROMAVIOLENZA SULLE DONNE E MINORI

EDUCARE FINANZIARIAMENTE PER USCIRE DAGLI ABUSI

Intervista a Roberta Porreca, figlia di Donato Porreca e figlia d’arte nell’associazionismo, appartenente ora a Terziario Donna Confcommercio Roma, consulente finanziario e mamma di 2 figli nella vita. Ci parla del suo progetto: Come aiutare le donne “abusate” finanziariamente: Educazione Finanziaria e aiuto alle Donne vittime di violenza ed in stato di fragilità

  1. Essere figlia di Donato Porreca e crescere nell’associazionismo ti ha regalato un’eredità importante. In che modo questa forte tradizione di servizio alla comunità ha influenzato il tuo percorso professionale e la tua decisione di impegnarti in Terziario Donna Confcommercio Roma?

L’associazionismo, per me, non è qualcosa che ho scoperto da adulta: fa parte della mia storia familiare e della mia vita da sempre. Mio padre, Donato Porreca, ha dedicato gran parte della sua vita professionale a Confcommercio. A partire dagli anni Sessanta ha contribuito a costruire e far crescere due realtà territoriali, prima a Chieti e successivamente a Foggia, dove è stato direttore. Ha poi proseguito il suo percorso in Confcommercio nazionale come Vice Segretario Generale, fino ad arrivare alla Presidenza dell’Enasarco. Ma ciò che mi ha lasciato non sono soltanto i ruoli che ha ricoperto. Mi ha trasmesso soprattutto un’idea: che l’associazionismo significhi mettersi al servizio degli altri, creare relazioni, ascoltare i problemi reali delle persone e cercare insieme delle soluzioni. A casa nostra questi temi facevano parte della quotidianità. Mio padre mi raccontava episodi, persone, battaglie, risultati raggiunti. Per questo la mia scelta di entrare in Terziario Donna Confcommercio Roma non è stata casuale. Mi sono iscritta quando lui era ancora con noi e ricordo quanto fosse orgoglioso di questa mia decisione. Oggi questo rende la mia partecipazione ancora più significativa: in qualche modo sento di continuare una storia iniziata molti anni prima di me, portandola però dentro una battaglia che sento profondamente mia, quella dell’autonomia economica e finanziaria delle donne.

  1. Nel tuo lavoro di Family Banker tocchi con mano la gestione del patrimonio e della quotidianità economica. Che cos’è esattamente la violenza finanziaria, come si manifesta nelle dinamiche di coppia o familiari e perché spesso è la forma di abuso più silenziosa e difficile da riconoscere?

La violenza economica e finanziaria è molto più diffusa di quanto immaginiamo, anche perché spesso non viene riconosciuta come violenza. Non significa soltanto sottrarre denaro a una donna. Può significare impedirle di lavorare, controllare ogni sua spesa, non permetterle di avere un conto personale, tenerla all’oscuro della situazione patrimoniale della famiglia, farle firmare documenti che non comprende pienamente oppure utilizzare il denaro come strumento di controllo. Esistono anche situazioni apparentemente meno evidenti: donne che hanno lavorato per una vita ma non hanno mai gestito direttamente le proprie finanze, che non conoscono gli investimenti della famiglia, non sanno quali assicurazioni possiedono o quali impegni finanziari siano stati assunti. Ed è proprio questo l’aspetto più insidioso: la dipendenza economica può trasformarsi in dipendenza personale. Dopo tanti anni trascorsi nel mondo bancario e oggi come consulente finanziario e patrimoniale, ho imparato che l’educazione finanziaria non riguarda soltanto gli investimenti. Significa dare alle persone gli strumenti per essere consapevoli e libere nelle proprie scelte.

  1. Stai portando avanti un progetto cruciale per sostenere le donne in condizioni di fragilità e vittime di abuso economico. Quali sono i pilastri operativi di questo programma e in che modo l’educazione finanziaria può diventare una vera e propria via di fuga e di autonomia?

Il progetto nasce da una convinzione molto semplice: non può esserci piena libertà senza un minimo di autonomia economica e di consapevolezza finanziaria. Il primo pilastro è quindi l’educazione: spiegare con un linguaggio semplice come funziona un conto corrente, come si costruisce un piccolo budget personale, come controllare entrate e uscite, cosa significa risparmiare, quali sono i principali strumenti finanziari e assicurativi e, soprattutto, quali domande bisogna imparare a fare. Il secondo è la consapevolezza. Una donna deve sapere cosa possiede, quali rapporti bancari sono intestati a lei, quali impegni economici ha assunto e quali documenti sta firmando. Sembrano concetti elementari, ma in determinate situazioni possono rappresentare il primo passo verso l’autonomia. Il terzo pilastro è l’accompagnamento. Non voglio che sia un progetto fatto soltanto di lezioni teoriche: vorrei creare, anche attraverso Terziario Donna e una rete di professionisti e associazioni competenti, un percorso capace di indirizzare la donna verso le figure più adatte alla sua situazione. Perché l’educazione finanziaria, da sola, non risolve una situazione di violenza. Ma può fornire uno degli strumenti necessari per ricominciare a scegliere.

  1. Che tipo di supporto concreto trova una donna che decide di rivolgersi a te?

Prima di tutto trova ascolto, rispetto e assenza di giudizio. Il mio ruolo non è sostituirmi a un avvocato, a uno psicologo, ai servizi sociali o ai centri antiviolenza. È importante essere molto chiari su questo. Il mio contributo riguarda la mia area di competenza: aiutare una donna a comprendere la propria situazione economica e finanziaria e a riappropriarsi gradualmente degli strumenti necessari per gestirla. Possiamo partire dalle cose più semplici: capire quali conti possiede, leggere insieme un estratto conto, ricostruire entrate e spese, verificare quali strumenti finanziari o assicurativi esistono, imparare a conservare e comprendere la documentazione e costruire un primo budget personale. E quando emergono problematiche che richiedono competenze diverse, il valore del progetto deve essere proprio quello della rete: sapere a chi indirizzare quella persona affinché trovi assistenza legale, psicologica, sociale o istituzionale qualificata. Non voglio sostituirmi alle donne nelle loro decisioni. Voglio aiutarle ad avere gli strumenti necessari per poterle prendere.

  1. Qual è il primo passo “pratico” che consigli di fare a una donna che si rende conto di non avere il controllo sulle proprie finanze? Quale impatto ti auguri di lasciare con questo progetto nel medio e lungo periodo?

Il primo passo è apparentemente molto semplice: conoscere la propria situazione. Sapere quali entrate abbiamo, quali spese sosteniamo, quali conti e rapporti finanziari esistono, quali documenti abbiamo firmato e quali risorse possiamo effettivamente utilizzare. Non occorre diventare esperte di finanza. Occorre però arrivare al punto di poter dire: “So cosa succede al mio denaro e sono in grado di comprenderlo.” Naturalmente, quando ci troviamo davanti a una vera situazione di violenza o di pericolo, ogni iniziativa economica deve inserirsi in un percorso di protezione adeguato e con il supporto delle strutture e dei professionisti competenti. La sicurezza della donna viene prima di tutto. Nel lungo periodo, però, il mio desiderio è ancora più ambizioso. Vorrei che parlare di denaro tra donne diventasse normale. Vorrei che alle nostre figlie insegnassimo non soltanto a studiare, lavorare ed essere indipendenti, ma anche a conoscere e gestire il proprio patrimonio. Sono anch’io una mamma di due figli e penso che l’educazione passi molto attraverso ciò che trasmettiamo alle nuove generazioni. Se attraverso questo progetto riuscirò ad aiutare anche una donna a passare dal dire “non so, se ne occupa qualcun altro” al dire “conosco, comprendo e posso scegliere”, avremo già ottenuto qualcosa di importante. Perché il denaro non deve essere uno strumento di potere su qualcuno. Deve essere uno strumento di libertà.

A CURA DI SIMONA PETROZZI