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Leonardo, Galileo e la Luna: due sguardi che hanno cambiato il cielo

Orizzonti d’Arte a cura di Annalisa Di Maria

Annalisa Di Maria, originaria di Alessandria, è studiosa, curatrice artistica ed esperta internazionale d’arte specializzata nell’iconografia pittorica rinascimentale. Membro del Comitato di esperti del Club per l’UNESCO di Firenze.

Quando oggi alziamo gli occhi al cielo e osserviamo la Luna, la nostra mente viaggia quasi in automatico verso le immagini sgranate del 1969, evocando le missioni Apollo, le impronte nella polvere e i balzi leggeri degli astronauti. Eppure, molto prima che la tecnologia umana violasse i segreti dello spazio profondo, il destino di quel frammento argenteo era già stato riscritto da due menti straordinarie nate sotto il cielo d’Italia: Leonardo da Vinci e Galileo Galilei. Furono loro, con un distacco di circa un secolo l’uno dall’altro, a rivoluzionare per sempre il modo in cui l’umanità comprende il nostro satellite. Il primo si mosse nei primi anni del Cinquecento, un’epoca in cui il cielo si guardava ancora a occhio nudo; senza l’aiuto di alcun telescopio, Leonardo si affidò esclusivamente a fulminee intuizioni geometriche e a un’osservazione straordinariamente acuta, quasi sovrumana per precisione. Il secondo, nel memorabile autunno del 1609, fece il passo successivo: puntò verso la volta celeste un cannocchiale da lui perfezionato, trasformandolo nel primo strumento davvero adatto all’astronomia. Fu in quel preciso istante che la poesia dell’intuizione leonardesca si trasformò nella rigorosa, immensa e rivoluzionaria scienza moderna.

Leonardo: la Luna come laboratorio mentale

Leonardo da Vinci dedicò alla Luna un’attenzione quasi ossessiva, una fascinazione sorprendente che andava ben oltre la semplice curiosità di un artista. Tra le pagine fitte dei suoi quaderni, in quei fogli densi di appunti redatti in diversi momenti della sua vita tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, il genio toscano cercò di decifrare l’enigma del cielo. Oggi quei manoscritti sono frammenti preziosi sparsi per il mondo, custoditi nei caveau di Parigi, nei musei di Londra e nelle più esclusive collezioni private, come tesori di un’epoca remota. In quelle carte ingiallite dal tempo, la mente di Leonardo si spinge dove nessuno aveva ancora osato: seziona la natura della luce, interroga l’origine delle enigmatiche macchie lunari, studia l’architettura invisibile che sorregge la struttura del cielo e arriva persino a riflettere sul ruolo del Sole nel cosmo, intuendo una centralità che anticipa domande che solo Copernico e Galileo avrebbero trasformato in teoria, aprendo crepe silenziose nelle certezze medievali del suo tempo.

La luce riflessa

Una delle prime e più folgoranti barriere che Leonardo si trovò a dover abbattere fu il millenario dogma della purezza celeste, un retaggio aristotelico che voleva la Luna come una sfera perfetta, immutabile e priva di imperfezioni. Con la precisione geometrica che lo contraddistingueva, Leonardo capì subito che la realtà era ben diversa: la Luna era un corpo opaco, scuro e freddo, che non brillava affatto di luce propria. Nel Manoscritto A (f. 64r) mise nero su bianco questa sua ferma convinzione con parole d’altri tempi, scrivendo che il nostro satellite “è atta a ricevere la natura della luce a similitudine dello specchio”, paragonandola quasi a una superficie metallica lucidata capace di catturare i raggi del Sole e scagliarli nell’oscurità del vuoto.

Fig. 1 — Manoscritto A, f. 64r Leonardo da Vinci, Manoscritto A, foglio 64r. Studio sulla luce riflessa della Luna. Institut de France, Parigi.

Questa idea divenne un pilastro fisso dei suoi studi astronomici, tanto che anni dopo, tra i fogli fitti del Codice Leicester (f. 30r), sentì il bisogno di ribadire con forza lo stesso concetto, annotando che essa “riceve da altri la luce”. Si trattava di un’intuizione fondamentale, un vero e proprio spartiacque concettuale: spogliata della sua aura magica e ultraterrena, la Luna veniva finalmente ricondotta alle leggi della fisica terrestre come un corpo materiale e opaco, capace di riflettere la luce del Sole proprio come una grande superficie naturale sospesa nel cielo.

La luce cinerea: la sua scoperta più moderna

Nelle sere successive al novilunio, quando il cielo si fa terso e la Luna si mostra come una sottile falce argentea, l’occhio attento di Leonardo si accorse di un dettaglio che la maggior parte delle persone ignorava: una tenue, spettrale luminosità che rischiarava il resto del disco lunare, lasciando intravedere la parte rimasta in ombra. Di fronte a quel chiarore fantasmatico, il genio toscano ebbe un’intuizione che rasenta il miracolo scientifico. Capì che quel debole barlume non era un fenomeno magico, ma un gioco di specchi cosmico: la Terra, colpita dal Sole, rifletteva una luce tenue verso lo spazio, sufficiente a illuminare debolmente la superficie lunare nascosta. Leonardo pensava che fossero soprattutto gli oceani terrestri a generare quel riflesso; oggi sappiamo che sono le nuvole a farlo, ma la sua intuizione rimane straordinariamente moderna. La Luna, a sua volta, rimandava quel riflesso terrestre indietro verso i nostri occhi, rivelando la sua forma intera anche quando il Sole ne illuminava solo una sottile falce.

Fig. 2 — Codice Leicester, f. 2r Leonardo da Vinci, Codice Leicester, foglio 2r. Diagrammi ottici e triangolazioni con cui Leonardo spiega la “luce cinerea”. Collezione Bill Gates.

È il meraviglioso fenomeno astronomico che oggi la scienza internazionale chiama Earthshine e che noi conosciamo come “luce cinerea”. Leonardo commise un unico, comprensibile errore di interpretazione legato alle conoscenze dell’epoca: si convinse che l’innesco di quel riflesso provenisse soprattutto dai grandi oceani terrestri, immaginandoli come un immenso specchio d’acqua sospeso nell’universo. Oggi sappiamo che la realtà è opposta, poiché sono le bianche e dense formazioni nuvolose della nostra atmosfera a possedere il potere riflettente più alto. Questo piccolo neo, tuttavia, non toglie nulla alla grandezza di una scoperta che anticipò la fisica moderna di secoli.

Le macchie lunari

Quando sollevava lo sguardo verso il cielo notturno, Leonardo non poteva fare a meno di interrogarsi sulle enigmatiche ombre che macchiavano il volto della Luna. All’epoca, molti filosofi della natura interpretavano quelle zone scure come ammassi di vapori o nebbie sospese nell’atmosfera del satellite, una delle spiegazioni più diffuse per giustificare la loro presenza. Ma Leonardo non si lasciava convincere dalle risposte semplici. Tra le pagine fitte del Manoscritto F (f. 84r), applicò una logica geometrica ferrea: se quelle macchie fossero state fatte di vapore o di nebbia, avrebbero dovuto mutare, sfilacciarsi e cambiare forma sotto l’azione dei moti dell’aria. Invece rimanevano drammaticamente immobili, immutate notte dopo notte.

Fig. 3 — Manoscritto F, f. 84r Leonardo da Vinci, Manoscritto F, foglio 84r. Studio delle macchie scure della Luna. Institut de France, Parigi.

Spinto da questa certezza, Leonardo osò spingersi oltre, formulando un’ipotesi affascinante: immaginò che quelle zone scure fossero in realtà vasti “mari”, superfici profonde che assorbivano più luce delle parti chiare, quasi specchi d’acqua analoghi a quelli terrestri. Non si trattava di oceani liquidi nel senso moderno, ma di una metafora ingegnosa per descrivere regioni della Luna che apparivano più scure e compatte, un tentativo audace di interpretare la geografia lunare con gli strumenti concettuali del suo tempo.

Fig. 4 — Codice Arundel, f. 19r Leonardo da Vinci, Codice Arundel, foglio 19r. Il foglio in cui Leonardo descrive le “macchie della luna” e formula la teoria dei vapori e delle acque lunari. British Library, Londra

Oggi la scienza moderna sa che Leonardo si sbagliava e che la Luna è un mondo desertico e privo di acqua liquida; eppure, l’essenza profonda della sua intuizione era straordinariamente corretta. Capendo che quelle macchie erano strutture fisse e permanenti, Leonardo comprese che la superficie del nostro satellite non era affatto un cristallo liscio e perfetto, ma un territorio vario e non omogeneo. Un’idea rivoluzionaria che, pur non influenzando direttamente gli astronomi del Seicento poiché i suoi manoscritti non furono divulgati, anticipava sorprendentemente ciò che i primi telescopi avrebbero mostrato: una Luna con una geografia complessa, degna di essere mappata come un vero mondo.

Fig. 5 — Codice Atlantico, f. 674v Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, foglio 674v. Schizzo della superficie lunare. Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano.

Il cielo azzurro e il ruolo del Sole

Tra le pagine del Codice Leicester, uno dei suoi taccuini più celebri e visionari, Leonardo devia per un attimo lo sguardo dalla Luna per interrogarsi su un altro grande mistero che avvolge la nostra quotidianità: il colore del cielo. Con una lucidità che lascia sbalorditi, propone una spiegazione fisica pionieristica, intuendo che l’azzurro della volta celeste non è un colore intrinseco dell’aria, ma il risultato del modo in cui la potente luce solare interagisce con le minuscole particelle di polvere e umidità sospese nell’atmosfera. Certo, non si tratta ancora della rigorosa teoria ottica nota oggi come diffusione di Rayleigh, formulata solo nell’Ottocento, ma il suo ragionamento si avvicina in modo sorprendente ai pilastri della fisica odierna. Leonardo riflette sul moto apparente del Sole, intuendo che esso non si muove realmente ma che è la Terra a ruotare, anticipando concetti che solo Copernico e Galileo avrebbero formalizzato. Non è una dichiarazione eliocentrica nel senso moderno, ma un’osservazione fisica straordinariamente avanzata per il suo tempo: Leonardo intuisce che il moto apparente del Sole è dovuto alla rotazione della Terra, non a un reale movimento solare. In un’epoca in cui il mondo occidentale credeva fermamente nell’immobilità terrestre, questa breve affermazione rappresentava un lampo di consapevolezza che anticipava, almeno in parte, le domande che avrebbero portato Copernico e poi Galileo a rivoluzionare l’astronomia.

Galileo: la Luna vista per la prima volta da vicino

Dovette passare un secolo intero prima che ciò che Leonardo aveva solo intuito trovasse una conferma definitiva. Fu allora che Galileo Galilei, probabilmente ignaro delle riflessioni del suo predecessore, trasformò quelle stesse domande in scienza sperimentale, portandole fuori dal regno delle ipotesi e dentro quello delle prove. Nell’autunno del 1609, a Padova, lo scienziato pisano compì un gesto destinato a cambiare la storia dell’umanità: prese un tubo di legno e metallo, vi applicò due lenti lavorate con cura artigianale e perfezionò il primo cannocchiale davvero adatto all’astronomia. Puntando quello strumento rudimentale ma potentissimo verso la volta celeste, Galileo poggiò l’occhio sul mirino e osservò la Luna come nessun essere umano aveva mai fatto prima. Davanti ai suoi occhi non si stagliava più un’astratta divinità d’argento, ma un paesaggio fisico reale, nitido e sorprendentemente vicino, pronto a rivelare la sua vera natura.

I monti e le valli lunari

Nel saggio rivoluzionario intitolato Sidereus Nuncius, dato alle stampe nel marzo del 1610, Galileo scosse le fondamenta del mondo accademico pubblicando le prime illustrazioni scientifiche della Luna mai apparse in un’opera a stampa: una serie di incisioni che riproducevano fedelmente ciò che aveva osservato al telescopio. Quei ritratti, derivati dai suoi acquerelli originali ma trasformati in xilografie per la pubblicazione, rappresentavano il primo volto realistico della Luna mai mostrato all’umanità.

Fig. 6 — Sidereus Nuncius (1610) Galileo Galilei, Sidereus Nuncius, tavole della Luna con rilievi, ombre e crateri. Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze / edizioni digitali (Creative Commons 4.0).

Grazie alla sua raffinata formazione artistica, che gli permetteva di padroneggiare magistralmente la tecnica del chiaroscuro, lo scienziato pisano comprese ciò che altri avrebbero ignorato: quelle macchie geometriche non erano imperfezioni delle lenti, ma giochi di luce e ombre prodotti dalla conformazione del terreno. Dimostrò così visivamente al mondo accademico che la superficie lunare non era affatto una sfera eterea, liscia, cristallina e perfetta, come la tradizione aristotelica aveva sostenuto per secoli. Al contrario, l’avanzare della luce sulle prominenze e l’oscurità che si raccoglieva nelle cavità rivelavano la presenza di rilievi, valli e asperità, una geografia complessa che ricordava da vicino quella terrestre. Con la forza inoppugnabile dell’osservazione, Galileo offrì la prima conferma sperimentale della natura solida, aspra e profondamente irregolare del nostro satellite, trasformando in realtà scientifica ciò che Leonardo, un secolo prima, aveva soltanto potuto intuire nel silenzio del suo studio.

La luce cinerea confermata

Spingendo lo sguardo oltre la linea d’ombra del terminatore lunare, Galileo osservò e descrisse a sua volta la misteriosa luce cinerea, giungendo indipendentemente alla stessa intuizione che Leonardo aveva formulato un secolo prima. Dove gli antichi vedevano un fenomeno inspiegabile o magico, lo scienziato pisano riconobbe la fisica dei corpi celesti. Nelle pagine del suo trattato astronomico, descrisse quel barlume con parole limpide e cariche di meraviglia, annotando che la parte non illuminata dal Sole “risplende debolmente per la luce riflessa dalla Terra”. Era un passaggio memorabile: per la prima volta nella storia, la Terra veniva riconosciuta come un corpo capace di riflettere luce nello spazio, proprio come gli altri pianeti. Fu questo il momento in cui l’umanità ricevette la prima vera e incontestabile conferma scientifica dell’Earthshine, legando idealmente, pur senza alcun contatto diretto i nomi di Leonardo e Galileo sotto lo stesso chiarore d’argento.

Il cielo e il Sole

Se da un lato Galileo decise di non concentrarsi sullo studio ottico del colore dell’atmosfera. un campo in cui Leonardo aveva invece aperto strade sorprendenti, dall’altro rivolse tutto il potenziale del suo cannocchiale verso un obiettivo ancora più monumentale: mettere alla prova, con l’osservazione diretta, il vecchio sistema cosmologico. Attraverso una serie di sessioni osservative condotte notte dopo notte con metodico rigore, lo scienziato pisano raccolse le prove che avrebbero incrinato in modo irreversibile il modello geocentrico. La scoperta straordinaria delle quattro lune orbitanti attorno a Giove, che battezzò orgogliosamente “satelliti medicei”, mostrò al mondo che la Terra non era l’unico centro di rotazione dell’universo. Subito dopo, lo studio geometrico delle fasi di Venere, che mutavano esattamente come quelle della nostra Luna,  fornì la dimostrazione visiva e matematica decisiva: quel pianeta doveva necessariamente girare attorno al Sole e non attorno alla Terra.

Fig. 7 — Schema delle fasi di Venere Diagramma delle fasi di Venere osservate da Galileo, prova del sistema copernicano. Foto Statis Kalyvas – Programma VT-2004.

Fu una svolta decisiva: grazie alle sue osservazioni, Galileo offrì le prime conferme empiriche che rendevano il vecchio sistema geocentrico ormai insostenibile, dando nuova forza e credibilità all’ipotesi copernicana del Sole al centro del sistema planetario. Le sue scoperte ridisegnarono per sempre i confini del cielo e della conoscenza umana, inaugurando una nuova era in cui l’universo poteva finalmente essere studiato con gli strumenti della scienza moderna.

Due visioni che si incontrano

In questa straordinaria staffetta temporale, Leonardo da Vinci osservò la Luna con l’occhio poliedrico del pittore, dell’ingegnere e del geometra, traducendo il riflesso d’argento in linee, sfumature e proporzioni matematiche. Galileo Galilei, un secolo più tardi, scelse di guardarla attraverso la lente del cannocchiale e con lo sguardo rigoroso dello scienziato moderno. Il primo ebbe il dono immenso dell’intuizione; il secondo ebbe la costanza e il metodo della dimostrazione empirica. Pur senza essersi mai incontrati e senza che le idee dell’uno potessero raggiungere l’altro, le loro visioni una mentale, l’altra sperimentale si collocano entrambe alle origini dell’astronomia moderna. Se per Leonardo la Luna fu un laboratorio dell’immaginazione, un mistero cosmico da decifrare, per Galileo divenne un mondo fisico reale, una nuova terra da esplorare e mappare. Ed è proprio per questo che noi oggi, quando solleviamo gli occhi al cielo nelle notti più terse e guardiamo quel disco luminoso, non facciamo altro che ammirare l’universo attraverso la grandezza dei loro occhi.

Fonti

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