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La pietra, la memoria e la cultura del Montefeltro: la mostra di Andrea da Montefeltro al Castello dei Conti Oliva

ITALYREVIEW – A CURA DI ANNALISA DI MARIA

Annalisa Di Maria, originaria di Alessandria, è studiosa, curatrice artistica ed esperta internazionale d’arte specializzata nell’iconografia pittorica rinascimentale. Membro del Comitato di esperti del Club per l’UNESCO di Firenze.

Dal 10 luglio il Castello dei Conti Oliva di Piandimeleto ospita la mostra dedicata ad Andrea da Montefeltro, artista che ha eletto la pietra nella sua dimensione geologica, simbolica e poetica a fulcro della propria ricerca. La scelta di questo luogo non è casuale: l’esposizione si inserisce in un territorio in cui storia, materia e cultura si intrecciano da secoli. Siamo nel territorio dell’antica Massa Trabaria, in un paesaggio in cui la casata dei conti Oliva, la presenza di Giovanni Santi, la collaborazione con il suo allievo Evangelista da Piandimeleto e l’eco delle prime esperienze del giovane Raffaello hanno sedimentato una tradizione artistica unica. Qui il paesaggio non è semplice cornice, ma matrice culturale: la pietra diventa memoria e generazione, capace di produrre arte, economia, identità. È in questo dialogo profondo con il territorio che la ricerca di Andrea da Montefeltro trova la sua piena risonanza.

Una zona della Massa Trabaria: boschi, economia e storia

La Massa Trabaria fu un territorio dell’Appennino centrale attestato tra il XIII e il XV secolo, una fascia montana sospesa tra le odierne Marche e Toscana. Non era una regione nel senso moderno, ma un mosaico di fondi agricoli, pievi e comunità che vivevano in un paesaggio dominato dai boschi. Proprio quei boschi, fitti e preziosi, ne determinarono il destino: da qui si ricavavano le travi destinate ai grandi cantieri di Roma e del Vaticano. Il nome stesso, Trabaria, richiama questa funzione antica, concreta, quotidiana. La geografia del territorio era precisa: a sud la Bocca Trabaria, a ovest il Poggio dei Tre Vescovi, a nord il Sasso di Simone, a est il punto in cui il torrente Mutino si getta nel Foglia. Un quadrante appenninico che, pur vicino al Montefeltro, non comprendeva il monte Carpegna, appartenente a un’altra giurisdizione. All’interno di questi confini si trovavano comunità che ancora oggi portano quel retaggio: Borgo Pace, Badia Tedalda, Sestino, Belforte all’Isauro, Piandimeleto, Frontino, Lunano, Sant’Angelo in Vado, Mercatello sul Metauro. Luoghi che oggi appaiono come piccoli centri, ma che nel Medioevo erano nodi di un sistema economico e spirituale complesso, ricco di monasteri e abbazie benedettine. La Massa Trabaria dipendeva direttamente dalla Santa Sede. Non fu mai inglobata nella Marca Anconitana, pur essendole contigua: Roma la volle come baluardo strategico, un territorio sotto controllo diretto in un punto nevralgico dello Stato pontificio. La sua funzione era chiara: garantire un rifornimento costante di legname, senza intermediari. Nei centri di Parchiule e Capotrave venivano raccolti gli abeti destinati alle basiliche dell’Urbe; caricati su grandi imbarcazioni, scendevano lungo il Tevere fino a Roma. Questo tributo annuale, il servitium trabium, era così importante da assicurare alla Massa l’esenzione permanente dai tributi ordinari. Dal punto di vista ecclesiastico, il territorio era organizzato attorno a quattro pievanie: San Pietro d’Ico, corrispondente all’odierna Mercatello, Sant’Angelo in Vado, Belforte all’Isauro e Sestino. Una struttura che teneva insieme comunità, risorse e poteri. E proprio i poteri, nel corso dei secoli, resero la Massa Trabaria un territorio conteso. Brancaleoni, Faggiola, Carpegna, Montefeltro, Tarlati, Malatesta, Della Rovere e Medici si affrontarono per il controllo di questi boschi, di queste vie, di queste risorse. Le battaglie furono dure, perché il legname era ricchezza, strategia, futuro. Con la riorganizzazione dello Stato pontificio avviata dal cardinale Albornoz nel XIV secolo, la Massa perse il suo status particolare e venne inglobata nella Marca Anconitana. Nel XV secolo Firenze acquistò Badia Tedalda e, nel secolo successivo, Sestino; i Montefeltro annetterono il resto al Ducato di Urbino. Così la Massa Trabaria cessò di esistere come entità autonoma, ma non come memoria: il nome è rimasto, e con esso l’identità profonda di un territorio modellato dalla materia legno e pietra e dalle mani che l’hanno lavorata. È dentro questa storia stratificata che si colloca la ricerca di Andrea da Montefeltro, capace di trasformare la materia del territorio pietra, luce, memoria in una forma poetica contemporanea della sua terra.

Piandimeleto e il suo castello, i conti Oliva tra cultura e potere

La splendida cornice che ospita la mostra di Andrea è il Castello dei Conti Oliva, antico palazzo fortificato di Piandimeleto, in provincia di Pesaro e Urbino. Sorge all’estremità orientale del centro storico, su un piccolo rilievo che domina il pianoro di fondo valle, affacciato sulla sponda destra del fiume Foglia. 

Vedute del Castello dei Conti Oliva, Piandimeleto(PU)

La sua presenza, massiccia e insieme elegante, racconta secoli di storia intrecciati con quella del territorio. Sul sito dove oggi si innalza il castello esisteva già nel Medioevo una rocca, probabilmente a strapiombo sul fiume, prima dell’apertura dell’attuale strada. A quel periodo risale la parte meridionale dell’edificio, quando la struttura aveva soprattutto funzioni militari e difensive. Verso il XV secolo la rocca divenne la residenza della nobile famiglia dei Conti Oliva, Signori di Piagnano, prima alleati dei Malatesta e poi dei Montefeltro. La frequentazione della corte urbinate lasciò tracce evidenti nell’architettura e nelle decorazioni del palazzo, che venne ampliato e trasformato nella seconda metà del Quattrocento, probabilmente dopo il saccheggio compiuto dalle truppe di Francesco Sforza. I lavori furono guidati da Gianfrancesco e Carlo Oliva. Carlo, in particolare, fece erigere il vicino convento di Montefiorentino e volle realizzare nella chiesa una cappella di grande pregio, ornata da una pala di Giovanni Santi, destinata ad accogliere le tombe dei suoi genitori. La decorazione rinascimentale degli interni del castello fu affidata a Francesco di Simone Ferrucci, mentre ulteriori interventi vennero realizzati nella prima metà del XVI secolo.In questi vicoli di storia, si respira non solo l’anima del Santi ma anche quello del suo allievo storico Evangelista da Pinadimeleto che, una volta morto il padre, starà al fianco del giovane Raffaello che erediterà la bottega. Dopo la devoluzione del Ducato di Urbino alla Santa Sede, nel 1631, il palazzo divenne sede del Governatorato. Fu però poco utilizzato e progressivamente abbandonato, soprattutto dopo una piena del Foglia negli anni Settanta del Seicento, che minacciò le fondamenta. Seguirono crolli parziali del tetto e di un muro, che portarono a un intervento di emergenza affidato al maestro Nicolò da Lugano, attivo anche nel cantiere del Palazzo dei Principi di Carpegna. Il degrado fu aggravato dal terremoto del 1781, tanto che si arrivò a ipotizzare l’abbattimento totale dell’edificio. L’occupazione francese di fine Settecento causò ulteriori danni: vennero abrasi tutti gli stemmi degli Oliva e l’archivio fu completamente distrutto. L’Ottocento segnò l’inizio di una lenta rinascita, con primi interventi di consolidamento. Un vero restauro arrivò però solo tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, sotto la guida di Luigi Serra, che riaprì le merlature arretrando la copertura e, forse, fece realizzare il piano superiore del loggiato interno. Il palazzo ospitò gli uffici comunali fino agli anni Ottanta, quando il municipio fu trasferito altrove e il castello divenne sede dei musei di Scienze della Terra e del Lavoro Contadino. Negli anni Novanta la Soprintendenza avviò nuovi restauri, completati dal Comune agli inizi del XXI secolo. Oggi il complesso si presenta articolato in tre blocchi: quello merlato verso ovest, il più alto e imponente; quello posteriore a est, più basso; e il corpo meridionale, probabilmente il nucleo più antico, collegato al blocco principale da un passaggio sopraelevato. Le facciate, in pietra locale a vista, conservano il carattere severo della rocca originaria. La facciata occidentale, rivolta verso l’abitato, è la più elegante, coronata da una merlatura ghibellina con beccatelli e caditoie. Una torre si innalza sull’angolo nord-occidentale, legata al corpo principale dalla stessa fascia merlata. L’ingresso si apre sotto il passaggio sopraelevato e conduce a un atrio che dà accesso allo scalone d’onore e al cortile interno. Il cortile, rettangolare, è adornato da un triplo ordine di logge: due con archi a tutto sesto, il terzo architravato. Le sale del piano terra e del primo piano presentano volte a specchio su archi pensili, con peducci in pietra e cornici rinascimentali attorno a porte, camini e lavabi. La sala della torre conserva un magnifico soffitto a cassettoni policromo, mentre gli ambienti del secondo piano mostrano capriate lignee. Questo castello, nato come rocca difensiva, trasformato in residenza nobiliare, abbandonato, ferito, restaurato e restituito alla comunità, è oggi un luogo che custodisce memoria e bellezza. Ed è proprio in questa stratificazione di storia, materia e identità che la mostra di Andrea da Montefeltro trova la sua risonanza più profonda, qui dove parla la pietra.

La Pala Oliva: Giovanni Santi, Evangelista da Piandimeleto e il piccolo Raffaello

Il Convento di Montefiorentino, nel suggestivo borgo di Frontino un luogo che porto sempre nel cuore e dove torno sempre con immenso piacere, ospita al suo interno un dipinto di straordinaria bellezza. 

Giovanni Santi, Pala Oliva, Madonna con Bambino in trono tra san Giorgio, san Francesco d’Assisi, sant’Antonio Abate, san Girolamo, angeli musicanti e donatore
Olio su tavola, cm 225 × 215, Convento di Montefiorentino, (PU).

Le radici di questo luogo ci riportano alla predicazione di San Francesco. Nel maggio del 1213, giungendo nella vicina San Leo, il Santo ricevette dal Conte Orlando Cattani di Chiusi il dono prezioso del monte della Verna, dopo essere stato accolto con tanto affetto da Buonconte e Taddeo da Montefeltro. Fra Marco da Mutino, figura cara a San Bonaventura e uomo di grande sensibilità, ci ha tramandato la storia di Don Bartolomeo, un sacerdote nobile d’animo, stimato da Papa Gregorio per le sue virtù. Egli offriva con gioia la propria casa ai frati di passaggio e, per la stima che Francesco nutriva verso di lui, ebbe il privilegio di poter accogliere i postulanti all’Ordine. Il primo insediamento risale probabilmente al 1224, mentre nel 1248 Papa Innocenzo IV, desideroso di infondere conforto e luce in terre allora segnate da aspre contese, autorizzò la costruzione del nuovo convento. Il complesso, arricchito nei secoli da sapienti interventi, custodisce tra le sue mura un’anima antica e serena. Un tempo ospitava una prestigiosa biblioteca, i cui preziosi volumi sono oggi custoditi presso l’Università di Urbino. Questo luogo ha accolto figure di grande spiritualità, come il Beato Pietro da Mogliano, ed è stato culla per la formazione di padre Matteo da Bascio, fondatore dei Cappuccini. Un vero tesoro di rara bellezza è il mausoleo dei Conti Oliva, voluto nel 1484 dal colto Conte Carlo Oliva, raffinato uomo del Rinascimento. Si tratta di una cappella che accoglie i sepolcri del Conte Gianfrancesco e della consorte Marsibilia Trinci, impreziosita dai delicati rilievi di Francesco di Simone Ferrucci. La memoria dei Conti Oliva è ancora viva e amata oggi nella comunità di Piandimeleto, che celebra ogni anno il loro ricordo attraverso il “Palio dei Conti Oliva”. Sulla parete di fondo della cappella splende la pala commissionata a Giovanni Santi, padre dell’amato Raffaello. Giovanni, umanista e pittore di nobile ingegno, realizzò nel 1489 quest’opera ispirandosi alla maestosa Pala di San Bernardino di Piero della Francesca. Nel dipinto, accanto alla Madonna col Bambino e ai santi Giorgio, Francesco, Antonio Abate e Girolamo, possiamo ammirare la figura del Conte Carlo Oliva, inginocchiato in un atto di umile devozione, vegliato dall’alto da angeli musicanti che rendono l’atmosfera ancora più eterea e accogliente. Nel corso dei secoli, il convento è stato oggetto di significativi interventi di restauro e ampliamento, con trasformazioni particolarmente rilevanti avvenute durante il XVII secolo. Di notevole interesse storico-artistico è il Polittico di Alvise Vivarini, risalente al 1475 e originariamente parte del patrimonio della Chiesa di Montefiorentino; l’opera è oggi conservata ed esposta presso la Galleria Nazionale delle Marche, situata nel Palazzo Ducale di Urbino. All’interno della stessa chiesa, il visitatore può ammirare altri dipinti che arricchiscono il complesso, come un affresco attribuito alla mano di Evangelista da Piandimeleto. Ciò che conferisce particolare fascino alla fotografia che ho scattato ieri alla Pala del Santi è l’interazione della luce naturale: il raggio che filtra dalla finestra sovrastante l’opera, infatti, illumina il dipinto creando un’atmosfera suggestiva e di intensa carica evocativa, capace di esaltare la solennità romantica dell’intera composizione. 

Andrea da Montefeltro: la pietra come archivio del tempo

La ricerca di Andrea da Montefeltro si innesta naturalmente in questo contesto stratificato. L’artista, indaga la storia ma la pietra: memoria geologica, superficie che trattiene la luce, materia che attraversa le ere e simbolo di continuità tra passato e presente. 

alcune sculture di Andrea da Montefeltro.

La sua opera è una forma di archeologia poetica, in cui la pietra diventa voce, tempo, racconto. Esporre Andrea nel Castello dei Conti Oliva significa far dialogare tre dimensioni della stessa materia la pietra naturale del Montefeltro, la pietra storica del castello e la pietra simbolica dell’arte. In questo incontro, il territorio non è sfondo, ma origine; la storia non è citazione, ma eco; la materia non è supporto, ma linguaggio. È qui che la ricerca dell’artista trova la sua piena risonanza. Andrea da Montefeltro nato e cresciuto tra le rocce e le alture di Carpegna porta nella scultura una sensibilità che nasce da un percorso inatteso: la formazione scientifica in biologia molecolare. Questa radice si traduce in un’attenzione quasi anatomica alla struttura della pietra, alle sue stratificazioni, ai codici che custodisce. La pietra non è per lui un materiale, ma un organismo: un corpo che respira il tempo, che conserva la memoria delle ere, che si lascia attraversare dalla luce come una pelle antica. La sua scultura non rappresenta, ma evoca. Non descrive, ma suggerisce. Le forme che emergono dalla pietra sono simboli, visioni, architetture interiori frammenti di un passato immaginato, sognato o di un futuro arcaico. Andrea scolpisce come si scrive un testo sacro, lasciando che la materia riveli ciò che già contiene. Le sue opere sembrano reperti di un mondo che non abbiamo ancora conosciuto, ma che ci appartiene profondamente. Sono soglie, talismani, mappe spirituali. Non a caso l’artista parla dei suoi lavori come dei “sogni scolpiti”, perché ogni scultura è un varco tra ciò che è visibile e ciò che è possibile. La sua poetica si è consolidata nel progetto ARCANA, un ciclo di opere che intreccia simbologia antica, immaginazione cosmica e architetture visionarie. In ARCANA la pietra diventa un alfabeto un linguaggio che unisce la terra al mito, la materia alla spiritualità, il Montefeltro e non solo, alla dimensione universale. È una ricerca che ha trovato casa in luoghi fortemente identitari del territorio – San Leo, Sassocorvaro, Piobbico, Frontonem Monte Cerignone – dove la pietra scolpita dialoga con la pietra storica, riattivando memorie e risonanze. Nel Castello dei Conti Oliva, questa relazione si compie pienamente. Le opere di Andrea non si limitano a occupare uno spazio lo ascoltano, lo interpretano, lo riaprono. La pietra del castello, che ha custodito secoli di storia, incontra la pietra dell’artista, che custodisce secoli di geologia e visione. In questo incontro, la materia diventa un ponte tra epoche, tra immaginari, tra dimensioni. La scultura non è più oggetto, ma presenza; non è più forma, ma rivelazione. Andrea da Montefeltro porta nel Montefeltro un’arte che non celebra il passato, ma lo trasfigura; non racconta il territorio, ma lo fa risuonare; non cerca la tradizione, ma la sua eco più profonda. La sua pietra è un luogo dove il tempo si ferma e ricomincia. Un luogo dove la storia diventa luce. Un luogo dove l’uomo può ancora interrogarsi.

Un territorio che genera memoria

La mostra diventa così un racconto unitario, in cui ogni elemento del territorio — la materia del Montefeltro, i boschi della Massa Trabaria, la cultura degli Oliva, Giovanni Santi, la presenza di Evangelista e il giovane Raffaello — converge in una trama che restituisce alla terra la sua memoria più profonda. Qui il territorio non è semplice cornice, ma protagonista: una presenza che attraversa i secoli, che modella gli sguardi, che genera linguaggi. È un luogo in cui la materia diventa storia, la storia diventa arte, e l’arte restituisce alla materia la sua voce più antica. In questo dialogo continuo, la ricerca di Andrea da Montefeltro trova la sua piena risonanza. La pietra del Montefeltro non è solo materia, ma memoria che continua a parlare, che si rinnova, che si offre allo sguardo contemporaneo senza perdere la sua radice profonda. L’inaugurazione della mostra si terrà venerdì 10, alle ore 18.30, nel Castello dei Conti Oliva. Vi aspettiamo per vivere insieme questa esperienza, in un luogo dove la storia incontra l’arte e l’arte restituisce alla storia la sua luce.

locandina mostra