Desyrée Amato: “In aula incolpavano me”

Desyrée Amato racconta la pressione subita durante il processo per l’uccisione della madre Nicoletta e della sorella Renée.
“Quando ci siamo conosciuti lavoravo come ragazza immagine in un locale il fine settimana. Una cosa che fanno in tante. Sono bella, indipendente, avevo 22 anni, stavo con le mie amiche. Non era il lavoro della mia vita ma mi piaceva. Invece, dopo un mese che stavamo assieme, lui mi chiese di lasciare il lavoro, di non andare più in quel locale. Non lo trovavo giusto ma ho accettato per non litigare. Eppure ancora mi incolpavano in aula”.
Così Desyrée Amato racconta al Corriere della Sera ciò che ha vissuto durante il processo per l’uccisione della madre Nicoletta e della sorella Renée. La giovane, unica sopravvissuta alla tragedia del 13 febbraio 2024, descrive un’aula in cui, dice, la difesa avrebbe tentato di metterla sotto accusa: «In aula incolpavano me».
Secondo quanto riportato dal Corriere, il legale di Christian Sodano avrebbe insistito su elementi per provare a delegittimare la versione di Desyrée, insinuando dubbi sul suo comportamento prima della strage. «Sembrava volessero farmi passare come la causa di tutto», spiega lei. «Ma non ci sono riusciti».
Sulla sentenza, la giovane è chiara: «È stato un sollievo. È una pena che merita. La mia ferita resterà sempre, ma finché lui è in carcere mi sento serena. Chi me lo dice che fra 20 anni non mi verrebbe a cercare di nuovo?». E ancora sul dolore che prova tuttora: «La mia paura più grande era restare sola. Temevo che le persone mi allontanassero, che non mi volessero più con loro per ansia. Invece ho avuto tanta vicinanza e solidarietà. C’è mio padre, ci sono le amiche. Piangersi addosso non serve a niente, voglio solo che Sodano resti lì dov’è ora».
Il suo racconto pesa ancora di più alla vigilia del 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un promemoria drammatico del fatto che, troppo spesso, chi sopravvive è costretto a difendersi due volte: dalla violenza subita e da chi prova a riscrivere la storia in aula.