Città sotto acqua: l’Italia paga il conto della cementificazione selvaggia
Dalle alluvioni-lampo ai quartieri sommersi: perché gli eventi estremi non bastano a spiegare il disastro. E cosa possiamo fare subito?
Rubrica a cura della Dott.ssa Grazia Carolina Menza

Negli ultimi mesi, diverse città italiane, da Milano a Palermo, si sono ritrovate sommerse da alluvioni improvvise. Piogge intense, durate appena qualche ora, hanno trasformato strade in corsi d’acqua, parcheggi in laghi e sottopassi in trappole mortali.
Le cronache parlano di “bombe d’acqua”, “temporali tropicali”, “nubifragi eccezionali”.
Ma la verità è più scomoda: non è solo colpa del clima, è colpa di come abbiamo costruito le nostre città.

Il nodo centrale è che l’Italia è impermeabile
Secondo ISPRA, oltre il 70% delle superfici urbane italiane è coperto da materiali impermeabili: asfalto, cemento, capannoni, piazze riqualificate senza più un filo di verde. In molte città, come Roma, si assiste anche al taglio di alberi spesso senza una motivazione chiara e, soprattutto, senza alcuna sostituzione, contribuendo a rendere gli spazi urbani ancora più vulnerabili.
Il risultato? Quando piove, l’acqua non ha più dove andare.
In una città naturale, il suolo assorbe tra il 60% e il 90% dell’acqua caduta.
Nelle nostre città moderne, spesso non supera il 10%.
Le conseguenze le vediamo ogni volta che il cielo si oscura: in pochi istanti, la pioggia causa, aldilà della quantità caduta, ingenti danni. Fognature collassano, tombini esplodono, strade si trasformano in fiumi, seminterrati vengono allagati causando danni milionari che ricadono inevitabilmente sulle tasse dei cittadini. Trasporti paralizzati significano ritardi sul lavoro e appuntamenti saltati. E ogni volta sembriamo sorprenderci, come se cadesse dal cielo… letteralmente!
I telegiornali e le migliori testate giornalistiche parlano di eventi eccezionali. Ma sarebbe più corretto rispondere: NON PROPRIO, o perlomeno non del tutto!
I dati meteo lo confermano: le precipitazioni brevi e violente stanno aumentando.
Ma ciò che trasforma un forte temporale in un disastro nazionale è la fragilità urbana.
Ogni secondo, in Italia, vengono impermeabilizzati 2 metri quadrati di suolo. Ogni anno, oltre 5.000 ettari scompaiono sotto nuove infrastrutture, e più del 93% dei comuni ha aree a rischio idrogeologico. Non serve una laurea in ingegneria per capire dove porta questa equazione.
Il grande assente: la gestione del territorio
Mentre nel resto d’Europa si parla da anni di nature-based solutions, città spugna e rinaturalizzazione urbana, noi tagliamo alberi per fare parcheggi, asfaltiamo cortili scolastici, costruiamo vicino ai fiumi e raddrizziamo corsi d’acqua secondo logiche che non coincidono con quelle di Madre Natura.
Di una cosa sono certa: gli imprenditori possono cambiare le cose.
Il settore privato non è spettatore. È protagonista!
Architetti, agricoltori, ristoratori, industrie agroalimentari, aziende di trasformazione, logistica, turismo: tutti dipendono dalla stabilità del territorio, tutti subiscono i danni delle alluvioni e tutti possono contribuire alla soluzione.
Come?
Promuovendo superfici drenanti
Investendo in verde urbano produttivo
Scegliendo materiali permeabili
Sostenendo filiere agricole che proteggono il suolo
Adottando modelli idrici circolari
Recuperando biodiversità nei terreni aziendali
Non è ambientalismo: è prevenzione economica. Non possiamo più permetterci di essere sorpresi.
Il minimo che possiamo fare è non peggiorare la situazione con le nostre stesse mani.
Perché il suolo non è solo terra: è la nostra prima infrastruttura, la più antica e preziosa, e per quanto ne sappiamo, l’unica. E, ahimè, oggi la più trascurata.
Dott.ssa Grazia Carolina Menza
Biotecnologa Agro-Alimentare e Industriale
Facilitatore Mindfulness, Ideatrice del metodo Pilat Tonic
Rubrica GCM · Scienza del Benessere
Fonti:
ISPRA – Rapporto sul dissesto idrogeologico 2024, Consumo di suolo 2024,
Formiche.net
ARPA Veneto