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Bambini e mascherine: i dati sul ritardo nel linguaggio

L’apprendimento del linguaggio si costituisce di una lunga lista di fattori che uniscono abilità e propensioni innate a circostanze esterne in maniera estremamente dinamica. Ovviamente non vi sono leggi nel senso stretto del termine a governare lo sviluppo psicofisico del bambino, tuttavia sono presenti termini temporali entro i quali certe abilità vengono portate a compimento o quanto meno iniziano a svilupparsi.

Per alcuni bambini il fattore esperienziale è meno determinante e nonostante difficoltà ambientali riescono comunque a rimanere in linea con quanto previsto dal calendario pediatrico, mentre per altri il fattore esterno è assolutamente necessario e la sua assenza anche parziale causa rallentamenti nello sviluppo di alcune abilità.

La fascia pediatrica che va dagli 0 ai 3 anni è quella che mostra in maniera più evidente quanto la cofattorialità sia importante, dato che è proprio in questo periodo che si raggiungono le più importanti pietre miliari dello sviluppo quali il saper camminare, il saper parlare, l’instaurare i primi legami preferenziali tra persone. Si comincia proprio nei primi trentasei mesi a delineare la personalità del bambino, i suoi gusti, ciò che ama, ciò che vorrebbe o si aspetterebbe dal mondo.

Tra gli innumerevoli effetti della pandemia, i dati mostrano oggi una scioccante realtà di quanto tali termini temporali nella popolazione pediatrica più piccola siano stati disattesi. Se generalmente un bambino inizia a sviluppare le prime abilità linguistiche entro il primo anno di età passando dalla lallazione dei 6/7 mesi alla pronuncia di parole mono o bisillabiche attorno ai 12-14 mesi, per alcuni le cose non sono andate così, ed è proprio sul ritardo di questi parametri temporali che Jaclyn Theek si è concentrata, coniando una nuova espressione a indicare il fenomeno, Covid-delayed speechovvero ritardo nel linguaggio causato dal Covid.

Jaclyn Theek, direttrice dello Speech and Learning Institute a North Palm Beach, in Florida, ha recentemente presentato dei dati scioccanti secondo cui si osserva un incredibile aumento del 364% delle visite di piccoli pazienti nella sua clinica per problematiche relative a ritardi nello sviluppo del linguaggio. Tra i tanti fattori che vengono individuati, uno sicuramente viene riferito all’obbligo di indossare mascherine.

Il processo di apprendimento del linguaggio infatti, a differenza di quanto comunemente si crede, prevede anche l’imitazione della mimica facciale da parte del bambino a cui lo stesso deve essere costantemente esposto in maniera tale da osservarla, farla propria e conseguentemente imitarla.“Quello che è ancora più allarmante – dice la Theek – è che non vi sono dati precedentemente consolidati e discussi dalla comunità scientifica, quindi spesso ci ritroviamo davanti a pazienti che non sappiamo di quanto tempo necessiteranno per ritornare in linea con i criteri di sviluppo”.

In alcuni casi, sono i genitori a riferire di aver l’impressione che il problema non sia legato solamente alle mascherine, ma anche allo stress che il bambino subisce per l’isolamento e la mancanza di contatto e di relazione. La stessa Theek individua questa possibilità come co-fattore per l’accesso alla terapia dal logopedista. Non si può escludere, ricordiamo che siamo in un territorio inesplorato, ricorda la dottoressa.

Sicuramente si può confidare nella eccellente dinamicità delle strutture mentali del bambino, e presumibilmente pensare che percorsi anche di breve durata possano restituire quanto perduto, ma dobbiamo essere consapevoli che questi piccoli pazienti hanno pagato a loro spese un prezzo altissimo di cui ancora non conosciamo integralmente gli effetti sul lungo termine.

Quindi mentre i nuovi dettami sociali della psicopandemia venivano osannati come imprescindibile diktat del vivere quotidiano e gli psicologi non hanno fatto eccezione, ci sarebbe da chiedersi se davvero ne è valsa la pena.

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