CRONACA E ATTUALITÀITALIA

Perché ci sono delle stazioni di polizia cinesi in Italia

Mentre all’estero le autorità governative hanno inviato un’inchiesta sulle attività di queste strutture, in Italia tutto tace. “È una questione di politica interna, perché queste operazioni della Repubblica popolare cinese rappresentano una minaccia domestica a tutto tondo, anche per l’Italia”, dichiara Laura Harth 

Ducentotrentamila. Tanti sono i cinesi residenti all’estero accusati di frode (anche online) che in 14 mesi, dall’aprile 2021 al luglio 2022, sono stati “persuasi” dal governo di Pechino a rientrare in Cina e consegnarsi alla giustizia cinese. Un’operazione portata a termine grazie alla presenza di stazioni di polizia cinesi che operano in tutti e cinque i continenti. 

Il metodo del “persuadere a tornare” è stato ampiamente raccontato in passato dalla Ong spagnola Safeguard Defenders, che lo scorso settembre è tornata sul tema con un’inchiesta sulle tattiche della crescente repressione transnazionale del Partito comunista cinese attraverso le stazioni di polizia cinese all’estero: 110 Overseas – China’s Transnational Policing Gone Wild. Secondo la Ong spagnola, sarebbero 54 le stazioni di polizia che la Cina ha aperto fuori dai suoi confini nazionali, in 21 diversi Paesi. Senza mai chiedere l’autorizzazione ai governi locali. 

Mappa delle stazioni di polizia cinese all'estero (Fonte: Safeguard Defenders)-2
Mappa delle stazioni di polizia cinese all’estero (Fonte: Safeguard Defenders)

Mappa delle stazioni di polizia cinese all’estero (Fonte: Safeguard Defenders)

Le stazioni aperte in quattro città d’Italia

E tra questi c’è anche l’Italia. Sul territorio italiano ci sono stazioni di polizia di servizio per i cinesi d’oltremare della contea di Fuzhou e Qingtian in quattro città: Roma, Milano, Firenze e Prato. Mascherati da uffici amministrativi per il rinnovo patenti o per il supporto burocratico dei cinesi oltre confine – attività di competenza di ambasciate e consolati -, questi sportelli rappresentano una minaccia per la sicurezza e la sovranità territoriale dei Paesi in cui sono presenti.

Il sospetto sollevato è che queste stazioni siano attive per controllare la fedeltà della popolazione cinese all’estero e per controllare i dissidenti, costringendoli a rientrare in patria attraverso minacce anche a parenti e amici in Cina. Il timore più alto è che queste strutture facciano anche operazioni di polizia in un territorio di uno Stato terzo. E in quest’ultimo caso si tratterebbe di un’attività illegale. I funzionari cinesi non hanno negato l’esistenza di tali strutture, ma hanno affermato che esistono esclusivamente per fornire servizi burocratici ai cittadini cinesi e non prevedono operazioni di polizia.

A dare rinnovata forza ai dubbi ci sarebbero anche alcuni articoli pubblicati da diversi media cinesi, nei quali vengono pubblicizzate le operazioni di polizia per i cittadini cinesi all’estero. Come riporta il report dell’Ong spagnola, già nel maggio del 2019 il People’s Public Security News presentava l’“innovativa creazione di centri di servizio di polizia d’oltremare” dell’Ufficio di pubblica sicurezza della Contea di Qingtian, che forniscono “servizi convenienti per il vasto numero di cinesi d’oltremare” in 21 città di 15 Paesi, e per cui sono stati assunti “135 leader cinesi d’oltremare nati a Qingtian e leader di gruppi cinesi d’oltremare”, “costruendo una squadra di oltre 1.000 persone” coordinata da un “centro di collegamento domestico”.

Mentre all’estero le autorità governative hanno inviato un’inchiesta sulle attività della polizia cinese con la chiusura anche di una stazione in Olanda, in Italia tutto tace. E questo, nonostante l’attenzione sollevata da diverse inchieste giornalistiche de Il Foglio che hanno fatto luce sulle attività della stazione di polizia d’oltremare di Fuzhou nella città di Prato, in Toscana. La stazione di Prato, aperta nella sede dell’Associazione culturale della comunità cinese di Fujian in Italia, ha recentemente deciso di non fornire più il servizio di supporto per il rinnovo patente, come precisato a Today da Marco Wong, consigliere comunale del Pd a Prato.

La mancata azione del governo italiano

Ma la risposta del governo italiano si fa attendere. Laura Harth, campaign director di Safeguard Defenders, ha raccontato a Today di aver inviato una lettera per conto della Ong spagnola al neo ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per denunciare la questione e chiedere misure concrete da parte del Viminale. Al momento, dal ministero non è arrivata ancora alcuna risposta.

“Il governo italiano, come altri governi, dovrebbe dichiarare ‘illegali’ queste stazioni imponendo la loro immediata chiusura – precisa Harth -. Inoltre, è necessario avviare un’indagine per comprendere come queste stazioni siano state istituite”. Per la campaign director di Safeguard Defenders, è chiaro che le stazioni abbiano un legame diretto con il Dipartimento di Lavoro del Fronte Unito – che risponde al Comitato centrale del Partito comunista cinese – ed è per questo necessario avviare un’indagine sulle attività svolte. L’organo in mano al Pcc è infatti stato accusato di condurre campagne di influenza estera rivolte a individui e gruppi cinesi che vivono fuori i confini della Cina. Un’accusa che Pechino ha respinto più volte.

L’attenzione deve quindi essere alta. “È una questione di politica interna, perché queste attività della Repubblica popolare cinese rappresentano una minaccia domestica a tutto tondo, anche per l’Italia – dichiara Harth -. È quindi necessaria una risposta congiunta da parte di tutto il governo italiano: devono essere coinvolti il ministero dell’Interno e quello della Giustizia, e non solo il dicastero degli Esteri”. Da qui, precisa la campaign director della Ong spagnola, è opportuno rivedere tutti gli accordi che l’Italia ha siglato con la Repubblica popolare cinese negli ultimi anni: dall’apertura degli Istituto Confucio nelle università italiane, all’accordo sui pattugliamenti congiunti tra forze di sicurezza italiane e cinesi nelle città italiane con maggiore presenza di cittadini cinesi, fino all’intesa sulla cooperazione rafforzata tra Italia e Cina. 

L’allarme sulla attività delle stazioni di polizia all’estero è suonato solo quando diversi cittadini cinesi hanno denunciato di aver ricevuto pressione da questi commissariati travestiti da uffici consolari. Tuttavia non sono ancora state accertate in Italia attività repressive analoghe a quelle denunciate in altri Paesi. “Questo perché – spiega Harth – c’è molta paura di rivolgersi alla polizia che, nel caso italiano, ha accordi di cooperazione con la controparte cinese”. Ma Harth non ha dubbi: le operazioni di influenza e interferenza nella comunità cinesi sono attive anche in Italia. Ora spetta al governo Meloni fare chiarezza sulla questione.