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Leonardo da Vinci e la seta: Ingegneria, politica e visione nel Ducato di Milano

Orizzonti d’Arte a cura di Annalisa Di Maria

Annalisa Di Maria, originaria di Alessandria, è studiosa, curatrice artistica ed esperta internazionale d’arte specializzata nell’iconografia pittorica rinascimentale. Membro del Comitato di esperti del Club per l’UNESCO di Firenze.


Nel panorama del Rinascimento italiano, la figura di Leonardo da Vinci si distingue per la capacità di intrecciare discipline apparentemente lontane, trasformandole in un’unica visione organica del sapere. Tra i molti ambiti che catturarono la sua attenzione, la seta rappresenta un settore meno noto ma comunque significativo, soprattutto per le implicazioni tecniche e produttive che offriva. Nelle città in cui operò — Firenze e, in misura ancora maggiore, Milano — la produzione serica era un comparto strategico: a Firenze sostenuto dalle corporazioni cittadine, mentre a Milano era promosso dalle politiche ducali, che incentivavano la coltivazione del gelso e l’allevamento dei bachi come fonte di ricchezza e prestigio. Leonardo osservò questo mondo con la curiosità del naturalista e la precisione dell’ingegnere. Studiò e progettò macchine per filare e torcere il filo, elaborando dispositivi innovativi per migliorare la regolarità della fibra e analizzando con attenzione i movimenti degli ingranaggi e le dinamiche dei torcitoi, come attestano diversi fogli del Codice Atlantico. Parallelamente, si interessò al gelso, la pianta che sostiene il ciclo serico, soprattutto in relazione ai suoi progetti decorativi e al contesto politico milanese. Il gelso diventa infatti protagonista nella celebre Sala delle Asse del Castello Sforzesco: un trionfo di alberi intrecciati che celebra il potere di Ludovico il Moro, richiamando un simbolo dinastico e produttivo caro alla corte sforzesca. Esplorare il rapporto tra Leonardo e la seta significa dunque entrare in un laboratorio intellettuale dove arte, scienza e tecnica dialogano senza confini. È un percorso che rivela un Leonardo meno noto ma straordinariamente moderno: un innovatore capace di cogliere le implicazioni tecniche e produttive dei settori strategici del suo tempo e di trasformarle in visione, progetto e immaginazione.

Fig. 1 — Leonardo da Vinci, Foglio 103 recto, Codice Atlantico. Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano.

Il foglio 103 recto del Codice Atlantico costituisce una delle testimonianze più significative del primo soggiorno milanese di Leonardo da Vinci, svoltosi tra il 1482 e il 1499, e documenta la piena integrazione dell’artista nel ruolo di ingegnere ducale. Questa carta non si presenta come un appunto disorganico, ma come una vera tavola tecnica di ampie dimensioni (oggi 278 × 282 mm), interamente dedicata a un tema specifico: la binatura e la torcitura dei fili di seta. Dal punto di vista filologico, la storia del foglio conserva una curiosità legata alle mutilazioni operate nei secoli successivi da Pompeo Leoni, che ne asportò la porzione inferiore sinistra: la parte mancante, oggi conservata nella Royal Collection di Windsor con la segnatura RL 12467, contiene il profilo dal vero di un uomo anziano dal caratteristico naso adunco. A differenza della natura miscellanea che caratterizza gran parte dei manoscritti leonardeschi della Veneranda Biblioteca Ambrosiana — dove si intrecciano studi di ottica, calcoli geometrici e disegni anatomici — questa pagina si distingue per l’eccezionale unità tematica e per il rigore metodologico con cui Leonardo affronta il problema manifatturiero. L’ingresso alla corte di Ludovico il Moro offrì a Leonardo un contesto culturale diverso da quello fiorentino, dominato dalla forte impronta umanistica e dalla centralità della speculazione filosofica. Milano si presentava invece come una metropoli pragmatica e dinamica, in cui le priorità erano dettate dalle committenze militari, dalle grandi opere di ingegneria idraulica e dallo sviluppo di un settore manifatturiero altamente competitivo. In questo ambiente, il foglio 103r testimonia la capacità di Leonardo di applicare la propria competenza tecnica a uno dei comparti produttivi più rilevanti del ducato. Il Duca di Milano stava attuando in quegli anni una precisa strategia economica volta a rafforzare la competitività del settore serico del ducato, con l’obiettivo di contrastare il primato tecnologico che le città di Bologna e Lucca esercitavano da tempo nella produzione dei filati di qualità superiore. Per contendere alle rivali quote di mercato così redditizie, la politica sforzesca non poteva limitarsi ad aumentare la disponibilità della materia prima: richiedeva un deciso miglioramento dei processi di lavorazione, che dovevano diventare più rapidi, uniformi ed efficienti grazie all’impiego di macchinari avanzati. In questo contesto di intensa innovazione produttiva, Leonardo individuò con grande lucidità il principale punto critico della filiera serica milanese: i tempi morti e la fallibilità del fattore umano. Analizzando le macchine tessili, progettò un binatoio dotato di un ingegnoso dispositivo capace di arrestare automaticamente la macchina qualora uno dei fili si spezzasse durante la binatura, il processo in cui i filamenti vengono accoppiati per aumentarne la robustezza. Nel meccanismo concepito da Leonardo, i fili scendono dalle rocchelle superiori attraverso un guidafili, scorrono su una rondella fissata a un’asta mobile centrale e, mentre il fuso ruota, si avvolgono accoppiati sulla bobina. Se uno dei fili si rompe, la rondella perde tensione e cade all’indietro, spingendo l’asta con l’estremità a “L” a incastrarsi tra le stecche del meccanismo a lanterna, interrompendo immediatamente la rotazione del fuso. Questo principio di arresto automatico, affine a ciò che in epoca successiva sarà definito casse fil, evitava l’avvolgimento difettoso di un solo filo sulla bobina (il cosiddetto filo smilzo o fallato) e introduceva un’idea innovativa di controllo meccanico del processo, capace di neutralizzare l’errore umano prima che compromettesse la produzione. Pur appartenendo a un contesto preindustriale, il dispositivo anticipa alcuni principi fondamentali dell’automazione moderna e si inserisce pienamente nella più ampia strategia economica e agricola del ducato sforzesco.

Fig. 2 — Leonardo da Vinci, Foglio 985 recto, Codice Atlantico. Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano.

Questo interesse per la meccanizzazione trovò espressione anche in un’altra soluzione di notevole originalità legata alla tessitura: il telaio meccanico per strisce ridotte, i cui dettagli grafici sono conservati nel foglio 985 recto del Codice Atlantico. Attraverso un sistema di ingranaggi verosimilmente in legno e ferro, con elementi flessibili in cuoio, azionati da una ruota motrice e sincronizzati tra loro, due bracci afferrano alternativamente la spoletta guidando il filo della trama da un bordo all’altro dell’ordito. Poiché la spoletta viene fisicamente accompagnata, il percorso che può compiere è breve, rendendo la macchina adatta alla produzione meccanizzata di nastri e passamanerie. La struttura cinetica del dispositivo anticipa soluzioni che, in età moderna, sarebbero state riprese dai francesi Jean-Baptiste de Gennes, che nel 1677-1678 presentò all’Académie royale des sciences un progetto di telaio automatico mai realizzato, e soprattutto da Jacques Vaucanson, il cui telaio meccanico del 1745 funzionò realmente.

Parallelamente, nel foglio 1050 recto del Codice Atlantico, Leonardo affrontò il problema della filatura concependo un filatoio continuo a più fusi paralleli, capace di effettuare simultaneamente la torsione della fibra e il suo avvolgimento sulla bobina grazie a un movimento automatizzato di “va e vieni” dell’aletta, ottenuto mediante un sistema di trasformazione del moto rotatorio in moto rettilineo alternato. Questo accorgimento evitava alla filatrice di interrompere il lavoro per spostare manualmente il filo da un gancio all’altro, lasciandole le mani libere per alimentare la fibra in modo continuo e regolare.

Fig. 3 — Leonardo da Vinci, Foglio 1050 recto, Codice Atlantico. Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano.

La sequenza delle operazioni seriche si completava con l’ottimizzazione della fase successiva alla binatura, ovvero la ritorcitura, studiata da Leonardo nel foglio 65 verso del Codice di Madrid I. Qui lo scienziato progettò un ritorcitoio a manovella destinato alle lavorazioni di alta precisione: una grande ruota a raggi trasmette il moto a un albero collegato a una bobina che si muove alternativamente grazie a un sistema a camma, assicurando una distribuzione geometrica del filo ed evitando accumuli di materiale che avrebbero compromesso la qualità del filato. Il rapporto tra meccanica serica e politica economica tocca direttamente il cuore geopolitico ed economico del Ducato di Milano, rivelando un asse strategico che legava in modo coerente lo sfruttamento della terra, la razionalizzazione della fabbrica e la celebrazione artistica di corte. Il legame tra il soprannome di Ludovico Sforza e l’albero del gelso, chiamato moròn nel dialetto lombardo dell’epoca, superava la dimensione del semplice gioco di parole: costituiva uno dei pilastri di una pianificazione economica di grande ampiezza. Per contrastare il primato tecnologico e commerciale della seta detenuto da centri rivali come Bologna, Lucca e Venezia, il Moro non si limitò a incoraggiare la bachicoltura, ma emanò gride e decreti ducali che imponevano a proprietari terrieri e comunità rurali di piantare un numero prestabilito di alberi di gelso per ogni pertica di terreno. Le ordinanze prevedevano controlli severi e sanzioni pesanti, incluse confische, per chi non rispettasse gli obblighi o abbattesse le piante. L’epicentro di questa trasformazione agraria fu la tenuta ducale della Sforzesca di Vigevano, dove Leonardo da Vinci soggiornò a lungo studiando i flussi idrici e progettando sistemi innovativi di irrigazione. In questa vasta azienda agricola modello, la coltivazione del gelso e l’allevamento dei bachi da seta, affidati a figure specializzate, vennero organizzati secondo criteri razionali, sfruttando una rete di canali idraulici che ottimizzava la nutrizione delle larve. Il risultato fu una trasformazione paesaggistica che interessò ampie porzioni della pianura lombarda, caratterizzate da filari regolari di gelsi.

Fig. 4 — Plinio il Vecchio, Historia Naturalis, editio princeps stampata da Giovanni da Spira. Venezia, 1469. Paris, Bibliothèque Nationale de France, Réserve des livres rares, Rés. Vélins 493.

Questo imponente sforzo agricolo ed economico pose le basi per la nascita del distretto serico d’eccellenza che, nei secoli successivi, si sarebbe consolidato soprattutto nelle aree di Como e della Brianza, destinato a diventare uno dei poli manifatturieri più importanti d’Europa. La scelta del gelso come emblema araldico e politico personale di Ludovico il Moro affondava le proprie radici nelle letture dei testi della tradizione naturalistica antica, in particolare nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, che definiva il gelso come l’albero più saggio di tutti. La pianta, infatti, è l’ultima a mettere le foglie in primavera, attendendo con prudenza che le gelate siano definitivamente cessate, salvo poi far maturare i frutti con rapidità straordinaria non appena le condizioni climatiche diventano favorevoli. Ludovico Sforza riconosceva in questo comportamento naturale il riflesso della propria azione di governo: una prudenza calcolata nel scegliere il momento propizio per intervenire, seguita da una vigorosa e rapida esecuzione dei propri piani politici, economici e militari. Il gelso divenne così il simbolo manifesto della stabilità e della rinascita del Ducato sotto la sua guida. La sintesi visiva di questa visione politica trovò la sua espressione più alta nella decorazione della Sala delle Asse nel Castello Sforzesco, eseguita nel 1498 e forse non portata a termine. Leonardo non realizzò un semplice motivo ornamentale, ma costruì un complesso apparato illusionistico: sedici alberi di gelso sembrano emergere da una finta base rocciosa lungo le pareti, trasformando i loro tronchi in colonne vegetali che sorreggono idealmente l’intera stanza. I rami si espandono e si intrecciano sulla volta secondo una geometria floreale attentamente calibrata, trattenuti da un grande nastro dorato annodato in elaborati intrecci. Alcuni storici dell’arte hanno osservato come questi nodi ornamentali, noti come vincastri o nodi leonardeschi, possano richiamare la complessa coreografia dei fili di seta che si incrociano e si avvolgono nei filatoi e nei binatoi meccanici studiati da Leonardo negli stessi anni. In questo modo, la volta della sala si trasformava in una potente metafora visiva che univa la materia prima della terra al prodotto finito della manifattura, celebrando la ricchezza del Ducato proprio mentre nubi politiche minacciose e l’ombra dell’imminente invasione francese del 1499 cominciavano ad addensarsi sul destino degli Sforza. Questa riflessione tocca uno dei punti più avanzati del pensiero tecnico di Leonardo, evidenziando il superamento della concezione tradizionale della macchina come semplice utensile a favore di una visione organica e sistemica del processo produttivo. Per comprendere la novità di questa impostazione, è necessario considerare il contesto tecnologico del Quattrocento, quando la città di Bologna custodiva con estrema rigidità il primato del cosiddetto filatoio idraulico tondo. Questo macchinario, vero segreto industriale cittadino, era protetto da normative severissime che vietavano la diffusione dei modelli, dei disegni e delle competenze tecniche, prevedendo pene molto dure per chi tentasse di esportarli. Sebbene questi torcitoi mossi dall’energia dell’acqua fossero già in grado di far ruotare simultaneamente centinaia di fusi, presentavano un punto debole cruciale: la gestione dell’errore umano e materiale. Il funzionamento dell’intera struttura dipendeva da un solo operaio — spesso un ragazzo — incaricato di sorvegliare a vista file interminabili di rocchetti in rapido movimento. Nel momento in cui un filo si spezzava per un nodo, un’imperfezione della fibra o una variazione di tensione, il fuso continuava a girare per inerzia. Se il guasto non veniva individuato immediatamente, il filo rimasto integro si avvolgeva da solo in modo difettoso, generando la cosiddetta matassa viziata o filo smilzo, oppure si impigliava nei meccanismi vicini causando una serie di rotture che obbligavano a fermare l’intero impianto. È in questo frangente che si inserisce l’intuizione di Leonardo, il quale nella celebre annotazione in cui scrive che «questo si fa a ciò che un solo uomo non abbia a badare a tutti i rocchetti» formula con chiarezza un principio che la moderna ingegneria gestionale descriverebbe come la saturazione dell’operatore all’interno del tempo ciclo. Leonardo comprese che il vero limite alla competitività della seta milanese non era la velocità di rotazione dei macchinari, ma i tempi morti legati alla sorveglianza visiva e alla riparazione dei guasti. Se l’operaio era costretto a dedicare gran parte della giornata a controllare i rocchetti e a districare i grovigli di filo, la produttività complessiva dell’impianto diminuiva drasticamente. Il semilavorato serico aveva un costo molto elevato nel contesto economico del Rinascimento, e la riduzione sistematica degli scarti rappresentava la leva essenziale per proteggere e accrescere i margini di profitto del Ducato di Milano. L’intuizione leonardesca, dunque, non riguarda solo la meccanica, ma l’intero equilibrio produttivo: una visione sorprendentemente moderna del rapporto tra tecnologia, lavoro e rendimento. Per affrontare questa criticità, Leonardo applicò nel foglio 103 recto un metodo analitico di notevole rigore, dando vita a uno dei più antichi esempi di riflessione ergonomica applicata alla meccanica. Invece di progettare un macchinario completamente nuovo, scelse di ottimizzare un processo esistente, isolandone la vulnerabilità principale e concentrandosi sui limiti fisiologici dell’attenzione umana. Riconoscendo che un operaio non può sorvegliare simultaneamente e con identica prontezza decine di elementi rotanti, Leonardo stabilì che dovesse essere la macchina stessa a intercettare l’anomalia e a bloccare il sistema nel preciso istante in cui si verificava.

Fig. 5 — Leonardo da Vinci, Foglio 103 recto (dettaglio), Codice Atlantico. Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano.

Questo principio anticipava in modo sorprendente concetti che l’ingegneria industriale avrebbe codificato solo nel XX secolo, come il Poka Yoke (dispositivo a prova di errore) e il Jidoka (automazione con controllo umano) — analogie moderne, non categorie storiografiche, utili però per comprendere la portata dell’intuizione leonardesca: una macchina capace di neutralizzare l’errore prima che compromettesse la produzione. Il blocco centrale del foglio descrive con precisione l’architettura tecnica del dispositivo, rivelando una competenza matura nella cinematica dei corpi rigidi e nei sistemi a incastro. Il cuore del progetto risiede in un meccanismo di retroazione meccanica passiva, basato sulla tensione dinamica del filo in lavorazione. I due fili singoli definiti da Leonardo fili scempi scorrono attraverso piccoli anelli collegati a leve mobili prima di confluire nel rocchetto di abbinamento. Finché la fibra rimane integra, la tensione esercitata dal tiraggio mantiene sollevata la leva. Nel momento in cui uno dei filati si spezza, la leva perde il proprio sostegno e cade verso il basso per effetto della gravità. Questo movimento rapido aziona un dente d’arresto, analogo al saltarello dell’orologeria, che si inserisce negli ingranaggi del rocchetto distributore, bloccandone immediatamente la rotazione. In tal modo, il sistema interrompe l’avvolgimento difettoso prima che possa generare scarti o danni più gravi, trasferendo alla macchina la responsabilità del controllo dell’errore. Contemporaneamente al blocco principale, il meccanismo a caduta provoca lo spostamento assiale del fuso di torcitura, allontanandolo dalla ruota motrice. La brusca interruzione del contatto frizionale fa arretrare il fuso, che si ferma per inerzia, bloccando il processo prima che il filo superstite possa avvolgersi in modo difettoso o danneggiare la matassa circostante. In questo contesto, l’enigmatica menzione del cerchio che sostiene il fuso di sotto, contrassegnato con la lettera S, assume una rilevanza storiografica notevole. Leonardo descrive un anello di guida profilato che anticipa, in forma embrionale, il principio della camma: un organo sagomato che impone all’elemento che lo segue — il cedente, mantenuto a contatto da una molla di richiamo — una legge di moto assegnata, regolando la distribuzione del filo lungo l’altezza del rocchetto. Nelle macchine tessili del Rinascimento, un dispositivo di questo tipo era essenziale per evitare che la seta si accumulasse sempre nello stesso punto del rocchetto, garantendo invece una distribuzione omogenea lungo tutta la sua altezza grazie al movimento costante del guidafilo. Il cerchio S ideato da Leonardo svolgeva dunque una duplice funzione: stabilizzare l’asse del fuso, riducendo le oscillazioni indesiderate dovute alle alte velocità di rotazione, e regolare con precisione l’altezza dell’avvolgimento, assicurando una deposizione uniforme del filo. Sebbene non esistano prove documentarie che attestino la costruzione in serie di questo prototipo nelle officine sforzesche prima della caduta di Ludovico il Moro nel 1499, l’impatto teorico degli studi serici di Leonardo fu significativo. Questi fogli, rimasti a lungo poco noti e riscoperti solo nel XIX secolo, mostrano come Leonardo avesse già affrontato e risolto su carta molti dei problemi tecnici che gli ingegneri della Rivoluzione Industriale e i progettisti dei filatoi idraulici del Settecento avrebbero affrontato generazioni più tardi. Le soluzioni cinematiche leonardesche anticipano infatti i grandi impianti idraulici realizzati da John Lombe a Derby nel 1721 e i successivi brevetti francesi di Jacques de Vaucanson. Il foglio 103 recto del Codice Atlantico si configura così come una delle testimonianze più straordinarie di un Rinascimento tecnologico capace di concepire forme embrionali di controllo automatico dei processi: un’epoca in cui la seta non era soltanto un bene di lusso, ma un terreno privilegiato per sperimentare idee che avrebbero trovato pieno sviluppo nella meccanica moderna. Il percorso fin qui tracciato permette di tirare le somme dell’intera riflessione, offrendo l’opportunità di riconsiderare in modo più accurato il profilo storico di Leonardo da Vinci, che si distacca dal mito romantico del genio isolato per emergere come una figura pienamente integrata nelle strategie economiche dello Stato sforzesco. La sua transizione biografica appare evidente se si confronta la celebre lettera d’impiego del 1482, indirizzata a Ludovico il Moro, con le attività svolte negli anni successivi. In quel documento programmatico, Leonardo si presentava quasi esclusivamente come ingegnere militare, costruttore di macchine belliche e inventore di sistemi d’arma, relegando la pittura a una nota conclusiva. Una volta stabilitosi alla corte milanese, tuttavia, le esigenze economiche e produttive del ducato lo orientarono rapidamente verso l’ingegneria civile e industriale. I numerosi fogli del Codice Atlantico dedicati alla meccanica tessile dal foglio 103 recto ai complessi studi sui telai contenuti nel foglio 985 recto rivelano una mentalità interamente votata all’analisi dei processi e alla loro ottimizzazione. Leonardo affrontava i colli di bottiglia della filiera serica con un approccio sistematico, valutando attriti, resistenze dei materiali e flussi di lavoro con una precisione che, per analogia, ricorda quella di un moderno analista industriale.

Fig. 6 — Giovanni Angelo Mirofoli (già Maestro della Pala Sforzesca), Pala Sforzesca (dettaglio di Ludovico il Moro), 1494-1495. Milano, Pinacoteca di Brera, inv. 451.

Dal canto suo, Ludovico il Moro non cercava dai suoi collaboratori una sterile esibizione di virtuosismo artistico, ma soluzioni concrete capaci di garantire efficienza operativa e stabilità finanziaria, indispensabili per sostenere le casse dello Stato e le sue ambiziose campagne militari. Leonardo seppe interpretare perfettamente questa richiesta, traducendo la propria competenza tecnica in strumenti utili alla politica economica del ducato e contribuendo, con le sue invenzioni, a rafforzare l’egemonia produttiva e commerciale di Milano nel panorama europeo del tardo Quattrocento. Questo approccio pragmatico, sintetizzato nella volontà di ridurre i costi della manodopera, apre una suggestiva finestra sulle dinamiche sociali del Rinascimento italiano. In quell’epoca, la lavorazione manuale della seta rappresentava una delle principali fonti di reddito del Ducato e coinvolgeva migliaia di artigiani, donne e bambini, attivi in una rete capillare di piccole botteghe urbane coordinate da corporazioni di mestiere. L’introduzione del meccanismo di arresto automatico del fuso in caso di guasto modificava in modo significativo il rapporto tra forza lavoro e macchina: se fino ad allora un operaio poteva sorvegliare soltanto due o tre rocchetti, l’automazione ideata da Leonardo permetteva a una singola persona di controllare numerosi fusi in sicurezza, aumentando sensibilmente la produttività individuale. Una simile innovazione favoriva una progressiva concentrazione degli investimenti nelle mani di pochi grandi attori economici — il Duca e i mercanti del patriziato milanese — gli unici in grado di sostenere i costi elevati necessari per costruire e mantenere impianti idraulici e meccanici complessi. In questo modo si delineavano, già alla fine del Quattrocento, alcune condizioni strutturali che avrebbero facilitato, secoli più tardi, il passaggio dal sistema delle botteghe diffuse a forme più accentrate di produzione. Le intuizioni contenute nei fogli vinciani dedicati alla seta non furono esperimenti astratti, ma anticipazioni concettuali che trovarono eco nella storia della tecnologia europea.

Fig. 7 — Leonardo da Vinci, Autoritratto, 1517 circa. Torino, Musei Reali, Biblioteca Reale, inv. 15571 D.C.

I grandi mulini da seta idraulici, perfezionati in Italia a Bologna e in Piemonte, rappresentarono per secoli i macchinari più avanzati dell’Occidente. Nel primo Settecento gli inglesi andarono in cerca di quei segreti con metodi clandestini: tra il 1714 e il 1716 John Lombe si recò in Piemonte e ne ricavò i disegni delle macchine, che tra il 1717 e il 1721 permisero la costruzione del celebre filatoio di Derby, avviato nel 1721 e considerato da molta storiografia economica una delle prime fabbriche moderne. Il principio di prevenzione dell’errore formulato da Leonardo nel foglio 103 recto divenne così un nucleo concettuale destinato a riemergere nei grandi telai meccanici dell’Ottocento e nei sistemi di automazione del Novecento. In conclusione, questo straordinario documento del Codice Atlantico mostra come il Rinascimento non fu soltanto un’epoca di splendore artistico e letterario, ma anche un momento di intensa sperimentazione tecnico scientifica, in cui l’ingegno di Leonardo da Vinci e la visione economica di Ludovico il Moro contribuirono a delineare, con sorprendente anticipo, alcune delle logiche che avrebbero guidato la modernizzazione industriale europea.

Riferimenti

Carlo Pedretti, Leonardo da Vinci. The Codex Atlanticus in the Biblioteca Ambrosiana, Giunti, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, 1998.

Augusto Marinoni, Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, Giunti, 2006.

Domenico Laurenza, Le macchine di Leonardo. Segreti e invenzioni nei Codici da Vinci. Ediz. Illustrata, Giunti, a cura di Marco Taddei, Edoardo Zanon, 2017.

Francesca Tasso, La camera grande da le Asse coè de la tore, da Galeazzo Maria Sforza a Luca Beltrami, in La diagnostica e il restauro del Monocromo, Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2018.

Carlo M. Cipolla, Storia economica dell’Europa pre-industriale, Bologna, Il Mulino, 1974