SPETTACOLI

Ute Lemper, Songs for Eternity al Piccolo Teatro Strehler di Milano

Nell’ambito delle iniziative per i 70 anni del Piccolo, ben 25.500 giorni di Teatro, è andato in scena allo Strehler di Milano un lavoro appassionato e accurato, condotto da Ute Lemper (voce dello spettacolo) a partire dal 1987 con un grande progetto discografico, dedicato ai compositori di origine ebrea e alla loro musica, straziante testimonianza dell’orrore; al fianco della cantante ed attrice tedesca Vana Gierig (pianoforte), Daniel Hoffman (violino), Gilad Harel (clarinetto), Romain Lecuyer (basso) e Victor Villena (bandoneon). Due ore ininterrotte di emozioni che raccontano la creatività che nasce dalla contaminazione tra i popoli e il difficile equilibrio tra incontro e scontro di civiltà. Statuaria, elegante, possente e con un velo di umiltà, Ute Lemper si conferma un’artista di grande statura.

Ute Lemper presenta
SONGS FOR ETERNITY
Canzoni per l’eternità
progetto artistico Ute Lemper
con Ute Lemper (voce), Vana Gierig (pianoforte), Daniel Hoffman (violino), Gilad Harel (clarinetto), Romain Lecuyer (basso), Victor Villena (bandoneon)
organizzazione md spettacoli

Canzoni dai ghetti e dai campi di concentramento tra il 1941 e il 1944, canzoni sul razzismo e canzoni in cerca di pace: è Songs for eternity” spettacolo che Ute Lemper dedica ai bambini ebrei, alle donne e agli uomini che sono stati perseguitati, privati della loro umanità e dignità, denunciati, umiliati, torturati, picchiati e uccisi dai nazisti tedeschi. Ma è anche una metafora del mondo che si divide sempre in due: tra vincitori e vinti, tra l’essere complici e nemici. Così la cantante, in un momento dello spettacolo, ricorda le lotte dei neri d’America contro il razzismo e dedica lo spettacolo a profughi e rifugiati di oggi, che attraversano il mare spinti da trafficanti di uomini come un tempo si ammassavano sui treni dietro la minaccia dei soldati. Si respirano il dolore, la lontananza, la malinconia struggente ma anche una profonda gioia interiore perché come la stessa artista ci dice la musica è vita e non può non cantarla, non ammirare la bellezza dei fiori, anche dietro il filo spinato di un luogo di detenzione. La musica è anche memoria ed è per questo che è per l’eternità come recita il titolo dello spettacolo, un modo per non dimenticare chi è stato umiliato.

Ute Lemper nasce nel 1963 a Monaco, in Germania, e figlia della Seconda Guerra Mondiale ha dichiarato la sua responsabilità interiore verso quei sei milioni di ebrei che il suo Paese ha massacrato. La musica è stata la sua vocazione, all’interno di una carriera poliedrica – attrice di cinema ad esempio in “Pret à porter” di Robert Altman o nel film “L’ultima tempesta” di Peter Greenaway; ha partecipato a molti musical – il suo punto fermo che l’ha guidata dall’Europa agli Stati Uniti: vive a New York dov’è sposata da vent’anni con un ebreo. Entra in scena, statuaria, elegante, una signora d’altri tempi, appena algida eppure con una passionalità che cresce sulla scena fino ad esplodere grazie ad una voce che modula alla stregua di uno strumento, flessibile e sinuosa, capace di inseguire toni e declinazioni estremamente variegate, con ancora freschezza e giovinezza. Anche il suo modo di muoversi è agile, armonioso, un tripudio di energia eppure contraddistinto da una grande compostezza. Canta in tedesco, salvo qualche canzone in inglese, ed è voce narrante di se stessa in inglese con alcuni passaggi in italiano, accuratamente letti.

“Sono stata invitata il 27 gennaio 2015 – racconta – il giorno della liberazione di Auschwitz ben 70 anni fa, a cantare canzoni dei Ghetti e dei Campi di concentramento. Per questa commemorazione della Shoa a Roma sono stata contattata da Francesco Lotoro che ha dedicato la sua vita alla ricerca di canzoni e musiche scritte nei campi di concentramento. C’è un ampio repertorio e c’è bisogno che venga ricordato per l’eternità. Come tedesca, nata dopo la Guerra, sposata ad un uomo ebreo qui a New York da 20 anni, sono da sempre legata alla storia, terribile, dell’Olocausto. E’ mia responsabilità e dovere etico onorare la cultura del popolo ebreo e stimolare il dialogo su questo orribile passato. Questa è una missione che ho iniziato già nel 1987, quando fui protagonista del grande progetto discografico di DECCA “Entartete Musik” che presentava compositori di origine ebrea e la loro musica, bandita dai nazisti. Con “Songs for eternity” questa missione continua, diventando per me sempre più emozionante. La mia ricerca è continuata e sono stata catturata da queste canzoni e dalle storie che si celano dietro a ognuna di esse. Ho studiato così un libro unico nel suo genere, una raccolta di canzoni di Vevel Pasternak del 1948, che raccoglie canzoni dei Ghetti e dei campi di concentramento così come il canzoniere di Ilse Weber, pubblicato in Israele negli anni ‘90, dal marito sopravvissuto ad Auschwitz. Entrambe le raccolte mi sono state donate dal mio amico Orly Beigel che è per metà messicano e per metà israeliano ed è figlio di un sopravvissuto all’Olocausto”.

Con questa dichiarazione, quasi una biografia, si offre al pubblico in un continuum tra prosa e canzone che spazia dalla canzone musicale alla narrazione, alla voce pure che non articola parole ma suoni, con un repertorio ampio, in gran parte attinto dal compositore, pianista e direttore d’orchestra Viktor Ullmann – pianista ceco deportato che ha continuato a lavorare nel lager prima di morire nel 1944 – del quale purtroppo molto è andato perso; vi è anche spazio per la musica dagli yddish che è un misto di gioia e di struggente malinconia, propria dell’anima errante dell’ebreo in fuga: avvincente perché cantata in tedesco, la lingua madre, anche se non della tradizione che ad un certo punto diventa la lingua del nemico. Nei campi di sterminio c’è una matrice comune, l’ebraicità, e tante declinazioni diverse: lingua e nazionalità. Così ad un certo punto una canzone è un tango e gli stessi strumenti alludono a patrimoni originariamente molto articolati. E’ come se l’essere in fuga, l’essere profugo – che non a caso non è una definizione che indica uno stato civile – diversamente dall’essere rifugiato, prigioniero, richiedente asilo, fosse una condizione di estraneità a se stessi. Chiunque lascia la patria, la propria casa, è straniero ma quando tanti stranieri si ritrovano in uno stesso luogo di dolore, diventano un popolo, anche se uno strano popolo. E’ pensando a cosa lasciano gli uomini in fuga, i deportati, che Ute Lemper canta tutta la sua compassione, in particolare per quelle madri che, nella speranza di salvare i propri figli, hanno preferito abbandonarli ed affidarli ad altri, magari a famiglie con altre religioni e provenienti proprio dal mondo del nemico. La statura di una cantante si misura anche dalla capacità della giusta distanza nel dare emozioni senza affondarvici e senza compiacersi mai. Composta e vibrante ad un tempo. Con il suo repertorio ha ripercorso anche la propria carriera perché è stata apprezzata interprete di Kurt Weill che da Berlino si spostò a Parigi nel 1942 – anno terribile delle deportazioni – e da lì a New York; interprete di Marlene Dietrich ma anche di Jacques Brel con i quali ha fatto rivivere le atmosfere dei cabaret storici berlinesi e parigini. Ute Lemper ha anche studiato la canzone francese da Edith Piaf a Jacques Prévert, da Leo Ferré a Serge Gainsbourg, ma anche il repertorio di Astor Piazzolla (nel 2011/2012 ha compiuto un tour mondiale con lo spettacolo “Ultimo tango”) e le musiche di Nino Rota.

La musica per chi la sente propria è un modo di vivere, una forma di bellezza che può salvare il mondo e si potrebbero a tal proposito citare proprio le parole del compositore Viktor Ullmann, « Devo sottolineare che Theresienstadt (campo ghetto nella Repubblica Ceca nei Sudeti) è servita a stimolare, non ad impedire, le mie attività musicali; che in nessun modo ci siamo seduti sulle sponde dei fiumi di Babilonia a piangere; che il nostro rispetto per l’Arte era commensurato alla nostra voglia di vivere. Ed io sono convinto che tutti coloro, nella vita come nell’arte, che lottano per imporre un ordine al Caos, saranno d’accordo con me».

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