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Pippo Callipo: crisi energetica, al sud rischiamo la catastrofe sociale

intervista a Fortune

I costi dell’energia? Guardi che qui è un salasso su tutto. L’energia è solo la ciliegina sulla torta di tre anni orribili trascorsi tra pandemia e guerra in Ucraina”. Pippo Callipo è un uomo schietto, sincero, senza retropensieri. Il suo difetto principale? Forse è quello di dire sempre quello che pensa. E non sempre è un bene per chi come lui fa l’imprenditore al Sud, in Calabria, dove fare impresa è un’impresa quasi impossibile.

“Lei vuole sapere come faccio a pagare le bollette? Devo pagarle. Così come devo pagare le materie prime che sono aumentate considerevolmente. E devo pagare soprattutto gli stipendi a tutti i miei dipendenti. Dietro ognuno di loro c’è una famiglia, figli, case, mutui da pagare, ragazzi da mandare a scuola. Sono persone che come me fanno sacrifici enormi” dice Pippo Callipo sfoderando un sorriso amaro, guardandoti sempre dritto negli occhi.

Presidente Callipo, a proposito di sacrifici, le ripropongo la domanda: come si fa a pagare una bolletta che passa da 74mila euro a quasi 350mila euro?

Ed io le ripropongo la risposta. Devo pagare. Purtroppo c’è di peggio dietro l’angolo. A settembre, visti gli aumenti, la bolletta arriverà a 400mila euro. Che cosa posso fare? So che l’azienda non può resistere con questi costi dell’energia. Non possiamo continuare a produrre solo per immagazzinare prodotto. Saremo costretti a fermarci. Stiamo studiando un sistema per provare ad attraversare questa tempesta: cassa integrazione, banca ore, far usufruire delle ferie a chi ne ha e se vuole. Stiamo studiando come fare per non morire. Abbiamo la necessità, almeno un giorno a settimana, di fermare completamente la produzione. Questa è una prima misura per tamponare l’emergenza nel breve periodo. Poi vedremo se il Governo farà qualcosa per le aziende.

Come ha comunicato ai suoi dipendenti questa notizia?

Siamo una grande famiglia, abbiamo rapporti interpersonali eccellenti, con tanti di loro siamo anche amici . Oggi siamo quasi 480 persone, se includiamo anche altre aziende del Gruppo che producono gelati, si occupano di turismo e le altre attività. Come ho comunicato che siamo in difficoltà? Intanto ci ho messo la faccia. Sono andato in mensa e ho spiegato loro le difficoltà che stiamo vivendo. Ho trovato dipendenti consapevoli di quanto sta accadendo. L’energia che pagano anche le famiglie dei miei dipendenti per le loro case è peraltro uno dei costi di produzione che ha subìto la lievitazione maggiore. Però è da marzo di quest’anno che stiamo subendo un aumento di tutti i costi: delle scatole vuote agli imballaggi, dal vasetto di vetro alla capsula. Il tonno, il nostro core business, viene pescato dalle navi che vanno a gasolio. Può quindi immaginare che anche questa materia prima costa molto di più. Non possiamo continuare a produrre per il magazzino. Il mercato ancora non accetta aumenti. Oggi il rischio maggiore che stiamo correndo è la spirale inflazionistica. Ecco perché sono costretto quantomeno a rallentare la produzione. Questo è quanto ho spiegato ai miei collaboratori. Per subire il minor danno dobbiamo fare questa operazione. Così avremo la possibilità di ripartire tutti insieme. Non ci sarà nessun taglio di posti di lavoro. Loro sono d’accordo all’unanimità. Il nostro motto è: lavorare meno, lavorare tutti.

Non ha quindi ancora ribaltato gli aumenti dei costi delle materie prime e dell’energia sui prodotti in vendita?

No. Per due motivi. Perché questa crisi colpisce tutti e anche le famiglie non possono permettersi ulteriori spese anche per mangiare. E poi perché le grandi catene commerciali, i grossi gruppi che distribuiscono i nostri prodotti, non accettano aumenti. I clienti/famiglie non possono fronteggiare aumenti considerevoli dei prezzi della spesa. Siamo riusciti a far passare qualche piccolo aumento con qualche catena di grande distribuzione. Ma sono palliativi, escamotage di poco conto che non coprono assolutamente i costi del prodotto. Oggi lavoriamo sotto costo, in perdita.

È un problema di tutte le aziende: piccole, medie e grandi. Lei che idea si è fatto? La convince la storia che è tutta colpa della guerra in Ucraina?

Non voglio entrare in questo discorso, se è colpa della guerra in Ucraina o se stanno facendo una grossa speculazione. So che si estrae gas come prima e più di prima e che la domanda di questo prodotto non è diversa da prima. Mi piacerebbe capire perché quello che pagavo 40 euro al megawattora a distanza di un anno mi costa oltre 300 euro. Ma come diceva anche lei, non è un problema del gruppo Callipo. Noi, bene o male riusciamo ancora a restare in piedi. Ci sono una marea di aziende medio-piccole che stanno soffrendo molto di più. Alcuni, qui nel Vibonese, in Calabria, saranno in grado di continuare la produzione per altre due, massimo tre settimane.

E poi?

E poi se si continua così saranno costretti a chiudere completamente. Questo è il vero dramma.

Callipo lei esporta anche all’estero e immaginiamo ha molti ordini non solo in Italia. Riesce a rispettare  questi impegni produttivi?

Noi esportiamo all’estero dal 10 al 12% del nostro prodotto. Alla sua domanda, se riesco a rispettare gli ordini, posso e debbo rispondere in un modo solo: devo rispettare questi ordini, anche a costo di vendere sottocosto. È questo il problema. Sono condannato a produrre in perdita. Lei capisce la frustrazione di un imprenditore?

Ci sono delle contromisure che si possono adottare?

No. Dobbiamo solo sperare che il Governo capisca che siamo al punto in cui per centinaia di migliaia di aziende il costo attuale dell’energia è questione di vita o di morte. Ci devono aiutare a sostenere questi costi prima che succeda una catastrofe  nazionale. Ci sono tanti modi: restituzione di risorse sotto forma di credito di imposta, defiscalizzare gli stipendi degli operai, farsi carico degli aumenti dell’energia. Devono aiutarci.

 In questi anni c’è stato il Covid, ora la guerra in Ucraina e i costi del gas e dell’elettricità diventati insostenibili. Che cosa le fa più rabbia in questo momento?

A gennaio 2023 compiremo 110 anni. Io sono in azienda dal 1966. Ho affrontato molte crisi: lo sbalzo del dollaro che triplicò, oppure quando gli interessi passivi in banca arrivarono al 23-24%. Mai però mi sono dovuto confrontare con una crisi di queste dimensioni. La cosa che mi fa più rabbia è che non vedo soluzioni. I politici sembrano preoccupati di salvaguardare la poltrona o  guadagnarne una nuova in questo periodo elettorale. Non riescono a capire che la situazione è drammatica. C’è solo quel povero Draghi che sta provando a fare qualcosa ma…

La crisi si ribalterà sulla società e in Calabria la situazione è già complicata.

In Calabria abbiamo già problemi seri di disoccupazione ed emigrazione giovanile. Qua si tratta di perdere il lavoro e non poter mantenere la famiglia. E lei sa bene che quando il popolo ha fame reagisce in un certo modo. Speriamo di non arrivare a tanto.

Da imprenditore calabrese lei è comunque ottimista? Crede che riusciremo ad uscire anche da questo tunnel?

Io sono nato a Pizzo, fra Rosarno e Lamezia. Può immaginare le difficoltà che abbiamo avuto e che abbiamo dovuto superare per fare impresa in questi territori. Con tanto lavoro e tanta pazienza siamo però riusciti a creare un gruppo imprenditoriale e dare lavoro in azienda a centinaia di persone di questo comprensorio. Noi attingiamo a persone dell’agricoltura e dell’edilizia, che nulla hanno a che fare con un’impresa tecnologicamente avanzata. Far crescere queste persone da un punto di vista culturale e professionale non è stata cosa facile, però ci siamo riusciti perché i calabresi, come tutti i meridionali, vivendo nella necessità sin dalla nascita, hanno sviluppato un grande ingegno per sopravvivere. Comunque ce la caviamo e speriamo di cavarcela ancora.

Occorre essere resilienti.

E allora le rispondo che non c’è persona più resiliente di un meridionale, di un calabrese, in questo Paese.

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