Perù in rivolta, decretato lo stato di emergenza

Perù, decretato lo stato di emergenza. Militari al fianco della polizia per contenere la protesta dilagante

Il governo della presidente Dina Boluarte lo ha dichiarato sabato sera, per 30 giorni, a causa del perdurare di gravi tensioni sociali. Il decreto sancisce che “la polizia nazionale mantiene il controllo dell’ordine interno, con il supporto delle Forze armate”. Introduce anche un coprifuoco obbligatorio nella regione di Puno di dieci giorni. Mentre le proteste continuano, la leader ha ribadito che non si dimetterà

Cresce ancora il livello della tensione in Perù, paese scosso da un’ondata di violente proteste seguite all’avvicendamento alla guida del governo in seguito ad una contestata procedura di impeachment nei confronti di Pedro Castillo, sostituito da Dina Boluarte. Disordini che sinora hanno provocato 42 morti. Il governo ha deciso oggi di decretare lo stato di emergenza in vista delle nuove mobilitazioni verso la capitale Lima annunciate nelle ultime ore che fanno temere ulteriori violenti scontri. Il provvedimento del governo, della durata di 30 giorni, riguarda le regioni di Lima, Cusco, Callao e Puno, e autorizza i militari a intervenire in supporto alla polizia per mantenere l’ordine pubblico. La misura sospende inoltre i diritti di inviolabilità del domicilio e di transito nel territorio nazionale. Secondo le autorità peruviane dietro le mobilitazioni potrebbero esservi settori ultra-radicali, comprese cellule di quello che resta del gruppo dei guerriglieri di ispirazione maoista del Sendero Luminoso. Questa settimana la polizia ha arrestato un ex membro dell’organizzazione fondata negli anni Settanta, Rocío Leandro, noto col nome di battaglia di compagno Cusi. Secondo un portavoce delle forze dell’ordine, Leandro avrebbe finanziato le azioni che hanno provocato una decina di morti nella regione di Ayacucho. Ma organizzazioni di sinistra come Peru Libre, rifiutano la versione della polizia, considerandola piuttosto una strategia per criminalizzare la protesta.

Il paese è nel caos dallo scorso 7 dicembre quando la vicepresidente Boluarte (Perù libre, socialista) è succeduta all’ex sindacalista Castillo, militante nello stesso partito. L’ex maestro delle elementari era stato destituito dal Congresso guidato dall’opposizione di destra con una procedura di impeachment per “incapacità morale”, poche ore dopo un tentativo di golpe. Castillo aveva infatti annunciato lo scioglimento del Parlamento, il coprifuoco e l’istituzione di un governo di emergenza con la soppressione delle garanzie costituzionali.

Già nelle scorse settimane, nel tentativo di placare le proteste scivolate fuori controllo, Boluarte – che i manifestanti ritengono una traditrice del socialismo – ha anticipato il voto a dicembre 2023, ma i movimenti di protesta chiedono che la presidente lasci subito e reclamano la libertà di Castillo, ora in carcere per ribellione. Intanto a Cusco, la regione del Machu Picchu, mecca del turismo internazionale, le autorità hanno riaperto l’aeroporto Velasco Astete, nella speranza di recuperare l’attività. I sindacati locali lamentano infatti perdite fino a sette milioni di sol al giorno (1,7 milioni di dollari) a causa della crisi. I treni per Machu Picchu, via principale di accesso alla città perduta degli Inca, sono tuttora sospesi, mentre i ministeri degli Esteri di numerosi Paesi, compresa la Farnesina, consigliano di “posticipare o di annullare il viaggio nel Paese sudamericano”.