La soldatessa Usa che ha investito e ucciso un 15enne a Pordenone era ubriaca: “Livelli 4 volte superiori ai massimi consentiti”

È quanto emerso dalle analisi svolte con l’alcoltest che ha rilevato un tasso alcolemico di 2,09, ben 4 volte superiore al limite massimo consentito dalla legge (0,5). Un particolare che aggrava la sua posizione, pur rimanendo accusata di omicidio stradale. L’eventuale processo nei suoi confronti, però, con ogni probabilità si terrà negli Stati Uniti: è facoltà del ministro italiano della Giustizia optare per la rinuncia all’esercizio della giurisdizione. I precedenti.

La soldatessa americana che ha investito e ucciso il 15enne Giovanni Zanier nella notte tra sabato e domenica, a Porcia, in provincia di Pordenone, era ubriaca. È quanto emerso dalle analisi svolte con l’alcoltest che ha rilevato un tasso alcolemico di 2,09, ben 4 volte superiore al limite massimo consentito dalla legge (0,5). Un particolare che aggrava la sua posizione, pur rimanendo accusata di omicidio stradale. Secondo i Trattati internazionali e i precedenti che hanno riguardato Italia e Stati Uniti, la militare 20enne di stanza alla base di Aviano potrebbe essere giudicata, nel caso in cui i giudici decidano per il rinvio a giudizio, nel suo Paese.

A dare  applicazione alla Convenzione del 1951 è il decreto 1666 del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi. (2 dicembre 1956). Le procedure nei confronti di militari della Nato e degli Stati Uniti seguono due percorsi. Se vengono contestati reati commessi da militari nell’espletamento del proprio servizio, la giurisdizione statunitense scatta in modo automatico. Nel caso di reati comuni, che non attengano al ruolo di militare, come è nel caso dell’omicidio stradale, è facoltà del ministro italiano della Giustizia optare per la rinuncia all’esercizio della giurisdizione. In casi analoghi sono state le autorità statunitensi a presentare istanza attraverso i canali diplomatici. La procedura ha poi interessato sul versante politico il ministero della Giustizia, e su quello giudiziario la Procura Generale a cui fa riferimento la Procura della Repubblica competente. In questo caso si tratta della Procura di Pordenone, retta da Raffaele Tito, che si occupa dei reati che vengono commessi ad Aviano, sede del 31. Fighter Wing. La parola finale è del Guardasigilli.

Se si guarda agli episodi precedenti, hanno spiegato numerosi esperti intervenuti sugli organi di stampa, è difficile ricordarne uno nel quale il processo si sia svolto in Italia. Per la strage del Cermis del 1998, quando un aereo americano, volando senza autorizzazione a una quota troppo bassa, tranciò i cavi della funivia provocando 20 morti, l’allora capitano Richard J. Ashby, che era al comando del mezzo, e il suo navigatore furono sottoposti a processo negli Stati Uniti e assolti. Il caso del Cermis rientrava nella casistica dei reati contestati ai militari, che con il loro aereo avevano tranciato i cavi della funivia: furono processati negli Usa. Invece, il colonnello Joseph Romano venne condannato per il rapimento dell’egiziano Abu Omar (23 agenti Cia coinvolti), avvenuto nel 2003, dalla giustizia italiana perché il fatto che egli era stato contestato non era previsto come reato negli Usa. Nel 2002 si trova un esempio contrario al trend storico, dovuto soprattutto alla gravità e all’efferatezza del reato commesso. Un aviere della stessa base di Aviano venne accusato, con tre cittadini albanesi, di violenza sessuale su una 14enne. L’allora ministro della Giustizia firmò comunque la rinuncia al processo in Italia, decisione poi ribaltata grazie anche alle proteste del legale della ragazza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *