Industria dell’idrogeno: come l’Italia si prepara allo sviluppo

Previsioni di crescita non mancano sull’idrogeno, specie quello verde. Ma qual è lo stato dell’arte in Italia? Qualche risposta la fornisce Cristina Maggi, direttrice di H2IT

da infobuildenergia

Hydrogen energy storage gas tank with solar panels, wind turbine and energy storage container unit in background. 3d rendering.

L’industria dell’idrogeno si sta sviluppando nel mondo e, nei propositi e nelle stime, diverrà uno dei principali filoni della transizione energetica. Goldman Sachs prevede che il mercato dell’idrogeno crescerà di 200 volte nei prossimi anni e l’idrogeno verde costituirà il 15% del mercato energetico globale nel prossimo decennio.

McKinsey segnala che più di 30 Paesi hanno pubblicato tabelle di marcia per l’idrogeno, l’industria ha annunciato più di 200 progetti di idrogeno e piani di investimento ambiziosi, i governi di tutto il mondo hanno impegnato più di 70 miliardi di dollari in finanziamenti pubblici. La stessa società di analisi illustra che “questo slancio è presente lungo l’intera catena del valore e sta accelerando la riduzione dei costi per la produzione, la trasmissione, la distribuzione, la vendita al dettaglio e le applicazioni finali dell’idrogeno”.

L’Italia ha le carte in regola per competere in un mercato dalle grandi potenzialità. Lo segnalava già Alberto Dossi, Presidente di H2IT in occasione della presentazione del report “Strumenti di supporto al settore idrogeno. Priorità per lo sviluppo della filiera idrogeno in Italia” a inizio 2021:

“L’Italia ha il potenziale per posizionarsi strategicamente in tutti i settori di riferimento della filiera idrogeno: produzione, logistica e trasporto, industria, mobilità, residenziale. Abbiamo grandi operatori e aziende determinanti nell’apertura del mercato, PMI e start-up innovative, centri di ricerca di rilevanza internazionale.”

Cristina Maggi, direttrice di H2IT, Associazione Italiana Idrogeno e Celle a Combustibile

Ma a che punto siamo oggi, specie per quanto riguarda il nostro Paese? Lo abbiamo chiesto a Cristina Maggi, direttrice di H2IT, Associazione Italiana Idrogeno e Celle a Combustibile, nata per promuovere il progresso tecnologico e lo sviluppo del mercato italiano che contempla produzione, trasporto, distribuzione, trattamento, stoccaggio, mobilità, compresi usi energetici e usi finali.

Quante sono le aziende attive nei vari comparti dell’industria dell’idrogeno?

Non è possibile fornire numeri precisi, in quanto la situazione è assai fluida. È possibile dire, però, relativamente agli associati ad H2IT, che nel 2021 si è registrato un incremento del 100%, sintomo dell’interesse delle aziende nel settore. Oggi contiamo 108 associati, in aumento ogni mese. Anche sulla ricerca l’Italia si posiziona molto bene. In Unione Europea ricordo la folta rappresentanza italiana in più di 80 progetti di ricerca avviati nella Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking (iniziativa di partnernariato pubblico privato finalizzata a sviluppare la catena del valore europea per le tecnologie dell’idrogeno) e poi oggi convogliato nella Clean Hydrogen Partnership.

Ricerca e tecnologia industriale: quali sono i punti forti?

L’Italia dell’idrogeno è forte nella ricerca, ma anche sui progetti industriali, nello sviluppo di tecnologie e nella componentistica, retaggio della manifattura italiana ai vertici europei. A proposito di nuove tecnologie specifiche, come elettrolizzatori e celle a combustibile, ci sono ottime prospettive sia sui sistemi che sulla componentistica. A proposito di elettrolizzatori, vantiamo una tradizione consolidata, grazie all’impiego in altri settori storici, specie in Toscana: forse non tutti sanno che l’oreficeria impiega da anni questa tecnologia per le saldature. Nella mobilità ci sono player importanti che stanno sviluppando veicoli a idrogeno, dai bus ai camion alle navi, e aziende con un know how importante nella costruzione di stazioni di rifornimento.

A livello di regioni, quali sono quelle più avanzate in tema idrogeno?

Più che regioni, è più corretto parlare di aree dove si assiste a uno sviluppo di idee e progetti capaci di creare occasioni di partnership importanti. Penso, per esempio, a “H2iseO Hydrogen Valley” in Val Camonica, un progetto di FNM, Ferrovie Nord e Trenord che intende creare una value chain industriale italiana basata sull’idrogeno per un sistema di mobilità sostenibile e che sta creando un ecosistema molto promettente. Penso, ancora, a Terni, il cui Comune sta dando un forte sostegno, favoriti anche dal contesto industriale circostante, in primis l’acciaieria e tutto il polo industriale. Anche la costa Adriatica mostra interessanti sviluppi: da Ravenna e il progetto di rinnovabili offshore che ha il suo vertice nel progetto Agnes, che intende combinare produzione di energia da rinnovabili da eolico offshore, solare galleggiante, sistema di stoccaggio e produzione di idrogeno verde, a Venezia – Porto Marghera e l’hydrogen Park fino a Trieste e al progetto di hydrogen valley transfrontaliera.

Le regioni più avanzate in tema di idrogeno in Italia

Il Sud si propone, invece, come luogo d’interesse grazie alla presenza di impianti rinnovabili e anche di poli industriali da riconvertire. Anche Sicilia e Sardegna si stanno proponendo come poli di interesse tecnologico per sviluppo di Hydrogen valleys.

PNRR a parte, quali altri incentivi possono contribuire allo sviluppo dell’idrogeno in Italia?

Il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza fornisce finanziamenti a fondo perduto per l’avvio di progettualità, ma servono degli schemi incentivanti perché i costi operativi hanno un enorme impatto sul business case del progetto. Oggi è ancora difficile capire quale sia il gap per abbassare i costi dell’idrogeno verde: quindi, da un lato occorre lavorare per ridurre i costi delle tecnologie, oltre al costo dell’elettricità.

L’Europa sostiene chi decide di intraprendere scelte virtuose, cominciando a individuare schemi di certificazione dell’idrogeno low carbon. Per quanto riguarda l’Italia, di recente nel decreto attuativo del PNRR sono stati tagliati gli oneri di sistema per gli elettrolizzatori.
Come si legge nel testo del Decreto-Legge 36/2022, “Il consumo di energia elettrica da fonti rinnovabili in impianti di elettrolisi per la produzione di idrogeno verde, anche qualora l’impianto di produzione e quello di elettrolisi siano collegati attraverso una rete con obbligo di connessione di terzi, non è soggetto al pagamento degli oneri generali afferenti al sistema elettrico”.

Quali sono gli ostacoli che sconta tuttora la filiera italiana dell’industria dell’idrogeno?

Manca un chiaro indirizzo politico, necessario per i grossi investimenti, assai cospicui, legati ai costi sostenuti per avviare determinati progetti sull’idrogeno. L’incertezza non aiuta ad abilitare gli investimenti. Manca anche un quadro normativo e regolatorio utile per diversi aspetti, compresa la sicurezza.

Nel report realizzato da H2IT si illustravano le priorità per lo sviluppo della filiera. A due anni circa dall’uscita, quali sono stati i più significativi progressi?

Innanzitutto vanno segnalati gli investimenti nazionali dedicati che prima non c’erano, capaci di fornire anche un impegno politico volto a sostenere le politiche sull’idrogeno. Ci sono anche novità riguardo l’aspetto regolatorio-normativo: un esempio, nel report avevamo segnalato la mancanza di una quota anche minima relativa all’iniezione di idrogeno in rete. A oggi è stata individuata al 2%, una base piccola sulla quale costruire. È vero che le reti gas potrebbero già oggi accettare quantitativi tra il 5-10%, ma poi servono tutte le abilitazioni necessarie per tutta la filiera di utilizzo finale.

L’idea di creare comunità energetiche che producano e utilizzino in loco idrogeno verde è una possibilità?

I margini, a livello normativo, sono ancora da definire, ma le potenzialità ci sono: anche solo pensare di usare l’idrogeno per l’energy storage che aiuta a bilanciare la produzione e fornire energia quando necessaria potrebbe creare margini di sviluppo interessanti.

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