CRONACA E ATTUALITÀESTERO

Ex agente Fbi scopre dopo 80 anni il nome di chi tradì Anna Frank

Vince Pankoke ha dedicato sei anni a individuare il colpevole

Dopo quasi 78 anni è stato scoperto il nome della persona che rivelò ai nazisti il nascondiglio di Anna Frank, uno dei grandi simboli della Shoah. Il 4 agosto del 1944 i nazisti fecero irruzione presso l’edificio Prinsengracht 263, sede della società Opekta Pectacon in quel di Amsterdam, dove si nascondeva, fra le altre, anche la famiglia Frank. Da quel giorno sono state portate avanti una serie di indagini per provare a capire chi avesse tradito quei poveri ebrei poi deportati, a fino ad oggi nessuno era mai riuscito ad arrivare ad una conclusione degna di nota.

Ma tale mistero sembrerebbe essere stato svelato, come riporta il Corriere della Sera, dalla poetessa e biografa canadese Rosemary Sullivan nel suo “Chi ha tradito Anne Frank”, una risposta che il quotidiano di via Solferino definisce “definitiva e inquietante”. Attraverso un’indagine svolta come mai fatto prima, con una equipe formata Thijs Bayens, cineasta olandese, Pieter van Twisk, storico e giornalista, e Vince Pankoke ex agente dell’Fbi, sono stati passati al setaccio migliaia di documenti, quasi tutti inediti, rintracciando i discendenti di coloro che conoscevano Anna Frank e i suoi genitori, e molto altro ancora, un’indagine che è durata ben cinque anni, scattata nel 2016.

ANNA FRANK FU TRADITA DA UN NOTAIO EBREO: ECCO COSA ACCADDE

Alla fine si è giunti alla conclusione che a tradire Anna Frank fosse stato un altro ebreo, leggasi il notaio membro del Consiglio ebraico di Amsterdam, Arnold van den Bergh. Su ordine dei nazisti era stato incaricato di selezionare i nomi di ebrei da inserire nelle liste di deportazione, e per questo poté continuare la sua attività fino al gennaio del 1943, quando venne poi denunciato, nonostante tutto, dalle SS.

Un anno dopo, a gennaio 1944, venne informato che i nazisti avrebbero potuto arrestarlo, e decise così di scambiare la sua libertà con quella di ebrei che si erano nascosti, senza sapere comunque che al numero 263 di Prinsengracht c’erano i Frank. “Nel libro di Rosemary Sullivan – commenta il Corriere della Sera – scritto come un romanzo, oltre alla conclusione scioccante, si coglie la pietas che la scrittrice rivolge al colpevole, contagiato dal male, e si comprende bene come ciò renda ancor più colpevoli i tedeschi”.

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