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“Andava fatta una doccia al medico”, l’intercettazione dei fedelissimi di Provenzano sulla morte di Attilio Manca

Il giovane medico – che lavorava all’Ospedale Belcolle – morì nella notte tra l’11 e il 12 febbraio del 2004. L’ipotesi del suicidio non ha mai convinto e ora emergono nuovi dettagli che potrebbero portare alla luce una nuova verità

Era la fine del 2003. Bernardo Provenzano era ancora un uomo libero. Ricercato, introvabile. Uno dei più sanguinari boss della mafia siciliana fuggiva e si rifugiava nei bunker. Lo aveva fatto per oltre 40 anni e lo faceva anche allora, nonostante quel tumore alla prostata che gli era stato diagnosticato. E proprio in quel periodo – tre anni prima della sua cattura, nel 2006 – i suoi gregari avevano contattato un giovane urologo, Attilio Manca, affinché prestasse le sue cure al boss. Il medico, però, si rifiutò. Poi, all’inizio del febbraio del 2004, il suo corpo fu trovato senza vita nella sua casa di Viterbo, dove si era trasferito per lavorare all’Ospedale Belcolle. L’ipotesi del suicidio non aveva mai convinto e oggi, alla luce di una nuova intercettazione ambientale, ci sono elementi per trovare il responsabile di quello che – a tutti gli effetti – ha sempre più i connotati dell’omicidio di stampo mafioso.

Attilio Manca, l’intercettazione degli uomini di Provenzano sull’uccisione del medico

Per uno “sgarbo”, dunque. Attilio Manca si rifiutò di assistere Bernardo Provenzano e questo potrebbe aver inciso su di lui una condanna a morte da parte della mafia. Nell’intercettazione ambientale, trapelata solo in questi giorni, pubblicata dal portale Antimafiaduemila e confermata dall’avvocato che da anni si batte al fianco della famiglia del medico, si sentono le voci di alcuni gregari del boss mafioso. La microspia era stata piazzata all’interno di una masseria dove erano presenti sia Provenzano che altri suoi fedelissimi (tra cui anche Giuseppe Lo Bue). E, in quella occasione, è stato più volte ribadito un concetto: “Andava fatta una doccia” al medico.

Non viene mai fatto il nome di Attilio Manca, ma nel corso di molti interrogatori a cui hanno preso parte alcuni pentiti di mafia, quello che sembrava essere un suicidio è sempre stato raccontato come un omicidio deciso e commesso dai gregari di Provenzano. Perché il giovane urologo siciliano – come spiegato nel corso di diversi processi – si era rifiutato di assistere il boss alle prese con il cancro alla prostata. Quindi, quella siringa con con eroina e uno psicofarmaco trovata piantata nel braccio del 34enne, non lo portò a una overdose per togliersi la vita. Ma a una overdose per toglierli la vita. Un suicidio, dunque, solo apparente.

Le parole di Ingroia

La notizia dell’esistenza di questa intercettazione ambientale è stata commentata anche da Antonio Ingroia che, insieme all’avvocato Fabio Mileti ha rappresentato la famiglia di Attilio Manca nel processo contro Monica Mileti, l’unica donna coinvolta (assolta in appello) in quelle indagini sulla morte del medico.

“Se le cose sono nei termini che apprendo dagli organi di stampa dell’esistenza di un’intercettazione in cui si parla di un medico che doveva essere ucciso perché si era rifiutato di curare Provenzano, la novità è enorme. Per prima cosa bisogna verificare se questa intercettazione esiste, se così fosse e se fosse vera anche la collocazione temporale di questa intercettazione, che è antecedente alla morte dell’urologo Attilio Manca. Se fosse così, la prima domanda che mi faccio è: questa intercettazione chi l’ha fatta? E cosa ne è stato fatto?”.

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