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Studente giù dalla finestra della scuola, la psicologa Conti: “Fate capire ai ragazzi che non sono il voto che prendono, ma persone complesse”

da www.tecnicadellascuola.it

Ha fatto scalpore l’ennesimo caso relativo ad uno studente che, ieri mattina, 27 aprile, è caduto dalla finestra della sua scuola, l’Istituto superiore Mattei, a Rosignano, nel livornese. Si crede che il ragazzo si sia gettato nel vuoto di proposito.

A commentare sullo stato psicologico dei ragazzi di oggi, sempre più fragili, è stata, a Il Tirreno, la psicologa e psicoterapeuta Daniela Conti, dando dei suggerimenti agli adulti, genitori e insegnanti per gestire casi di ragazzi in difficoltà da questo punto di vista. “I ragazzi e le ragazze in questa fase stanno male. Ma di disagio si parla quando ci sono comportamenti che sono frutto di una sofferenza estrema, che i ragazzi non riescono a gestire”, ha esordito.

Quali segnali?

Ma quali segnali del disagio psicologico bisognerebbe imparare a cogliere? “I segnali possono essere tanti, ma spesso sono molto evidenti. Dico spesso che gli adolescenti ‘lampeggiano’, perché comunicano attraverso i loro comportamenti e lo fanno per essere ascoltati. Sono segnali evidenti, difficili da ignorare. Sono soprattutto forti cambiamenti nelle abitudini. Un giovane che ha sempre fatto sport e che smette, che non esce più con gli amici, che ha sempre studiato e improvvisamente non ha più interesse, dormiva e non dorme più. È normale che un adolescente sia lunatico, che possa rispondere male o che passi una giornata sul divano a mangiare gelato. Non è normale che lo faccia tutti i giorni. La perseveranza di certi comportamenti e l’atteggiamento di chiusura fanno la differenza. I ragazzi parlano anche quando non parlano”, ha spiegato.

A volte questo disagio sfocia in gesti estremi, come l’autolesionismo: “Devono essere intercettati da qualcuno. Penso all’autolesionismo, che vediamo sempre di più e sempre più tra ragazzi e ragazze anche di prima e seconda media. Sono tagli fatti in punti strategici per non farli vedere ai genitori, ma insegnanti e compagni di scuola li notano e a noi consulenti arrivano le segnalazioni. Perché alla fine hanno bisogno di farli vedere, lo scopo è proprio cercare qualcuno che riconosca i segnali che mandano. E quando il disagio tocca punte come la volontà di morte significa che c’è solitudine, vuol dire non essere stati in grado di vedere qualcuno pronto ad aiutarti”.

Docenti ormai abituati alla fragilità degli studenti

Spesso sono i docenti a dover fronteggiare tutto ciò: “Sono situazioni complesse e non voglio semplificare. Per questo suggerisco di segnalare sempre allo psicologo della scuola. Gli insegnanti ormai hanno un occhio clinico, sono abituati a confrontarsi con noi professionisti, e raccolgono anche le voci degli altri studenti. Poi si valuta insieme: a volte è, a volte non è, anche se spesso è. Stessa cosa vale per i genitori e per tutti gli adulti che ruotano intorno al ragazzo o alla ragazza. I servizi ci sono: a partire dal pediatra, il consultorio, il servizio di Psicologia Evolutiva e di Neuropsichiatria Infantile. È fondamentale chiedere aiuto, invece ci si isola, e lo fanno anche i genitori”.

Ecco per quale motivo bisogna cambiare, magari, la percezione che si ha dei ragazzi, senza mettere loro addosso troppa pressione e trattarli solo in base ai risultati che riescono a raggiungere: “Gli adolescenti hanno bisogno di autonomia ma anche di regole, di confini, di qualcuno a cui opporsi, hanno bisogno di sentire l’interesse. Chiedete a cosa giocano, cosa ascoltano, senza giudicare né inquisire, ma senza lasciarli soli soprattutto nell’oceano del virtuale. Fate loro capire che li vedete come persone, non come segmenti: che non valgono il voto che prendono a scuola o il risultato nello sport, che sono persone e complesse. Non è facile, per niente, ed è per questo che è fondamentale mettere da parte le paure e chiedere aiuto laddove se ne senta il bisogno”, ha concluso l’esperta.

Una maggiore attenzione al tema della salute mentale è stato chiesto dai tantissimi ragazzi che in queste settimane hanno occupato le loro scuole, invocando a gran voce l’introduzione in modo strutturale dello psicologo a scuola che, come abbiamo spiegato, non è semplice.

I docenti possono fungere da psicologi?

Ma i docenti possono prendersi in carico anche i problemi psicologici dei loro alunni? O si tratta di un compito che dovrebbero assolvere gli psicologi? Secondo il nostro direttore Alessandro Giuliani i docenti non possono assumere anche questo ruolo. Quest’ultimo ha parlato del problema del disagio giovanile citando quanto detto di recente da Irene Manzi: “Abbiamo riportato la nota di Manzi (Pd) che ha conteggiato un suicidio al mese dall’inizio del 2023 che riguarda studenti, in prevalenza universitari, che covavano malesseri. Questo ha riproposto la necessità di inserire in ogni ateneo e in ogni scuola uno psicologo che possa fungere da riferimento per questi ragazzi. Non che sia risolutivo ma magari qualcuno si potrebbe salvare. Dietro questi drammi spesso ci sono episodi di solitudine, di mancanza di riferimenti. Si tratta di un compito che non possono assolvere i docenti”, ha sottolineato.