CRONACA E ATTUALITÀ

“Sono una bacha posh, bimba cresciuta da maschio”: in Afghanistan la femminilità rinnegata

Neonate uccise o creature cresciute come bambini per poter lavorare o studiare (alle donne non è concesso): una condizione molto comune nel paese tornato sotto la guida dei talebani, ora raccontata da Ukmina Manoori nel libro ’Le bambine non esistono’

“Sono una bacha posh, mi hanno cresciuta da maschio”. In Afghanistan è così che vengono chiamate le bambine vestite con abiti maschili per poterstudiare e lavorare. Alle donne, infatti, non è concesso.

Maschi per forzaNon è una novità che a volte situazioni paradossali constringano l’universo femminile a rinunciare – obtorto collo – alla propria identità sessuale per indossare panni maschili: basta dare uno sguardo ai biopic arrivati sul grande schermo, per farsene un’idea: in Yentl Barbra Streisand è una giovane ragazza ebrea decisa a studiare i testi sacri, ma dovrà travestirsi da uomo per varcare la soglia di una scuola religiosa ebraica, in quanto vietato alle donne. E ancora fra le attrici che interpretano personaggi femminili che per emergere, emanciparsi, cambiare le cose o salvarsi hanno scelto di fingersi uomini, c’è l’indimenticabile Liv Ullmann nei panni de La Papessa Giovanna, diretta da Michael Anderson nel 1972. Glenn Close è Albert Nobbs: il cameriere impiegato all’hotel della Duchessa Baker; sotto gli abiti maschili cela una donna costretta a travestirsi per poter lavorare. Julie Andrews lo fa con più allegria in ‘Victor Victoria’ di Blake Edwards, Whoopi Goldberg in ‘The associate’ di Donald Petrie, in versione adolescenziale Zoé Héran in ‘Tomboy’ di Céline Sciamma. E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Non lontano da noi, oggi la realtà riesce a superare qualsiasi versione di rifiuto coatto della femminilità riproposta dal cinema. Paesi in cui, le bambine semplicemente… cessano di esistere.

Le bambine non esistonoQuesta à la storia (vera) delle bacha posh, narrata nelle pagine di un libro, il bestseller di Ukmina Manoori dal titolo ‘Le bambine non esistono’ (ed. Libreria Pienogiorno). Nata al confine con il Pakistan, Ukmina Manoori è stata cresciuta come bacha poch, ovvero come un bambino per scongiurare la vergogna dei genitori di non aver generato figli maschi. Si tratta di una condizione molto comune nel paese tornato in agosto sotto la guida dei talebani. È così che Manooori – in modo distorto – è riuscita ad acquisire il diritto di avere una voce e ha poi scelto di usarla per rendere pubblica la prigionia della condizione femminile nel suo paese.Il racconto-veritàUn racconto-verità, già diventato un bestseller internazionale, che racconta molto più di una storia personale. Il ritratto delle condizioni cui sono soggette milioni di donne invisibili nell’Afghanistan dei talebani. “Non conosco la mia data di nascita – scrive Ukmina Manoori . Da noi non si festeggiano i compleanni. Sulla mia carta d’identità c’è scritto che sono nata nel 1346, secondo il calendario solare iraniano che utilizziamo noi pashtun. È un’ipotesi, una data aleatoria, non ho nessun certificato di nascita, nessuna dichiarazione ufficiale che attesti la mia venuta al mondo. Quando ho dovuto richiedere un documento di identità, mia madre ha fatto due conti: devi essere nata intorno al 1346, mi ha detto. O al massimo un paio di anni prima o dopo”.

“Era un giorno di primavera, di questo era sicura. Si ricordava soprattutto che, quando ero uscita dal suo ventre, lei e mio padre si erano chiesti se sarei sopravvissuta. Avevano già perso dieci figli”, racconta Ukmina Manoori, undicesima dopo 7 femmine e 3 maschi morti in culla.

Come Manan, che nel pomeriggio aiuta il papà nella sua gelateria ma la mattina va a scuola insieme alle altre bambine, regolarmente vestita in abiti femminili. La sua testimonianza è stata ripresa anche dai quotidiani italiani che hanno riportato le parole della piccola: “Non m’importa, appena suona la campanella non vedo l’ora di tornare a casa a cambiarmi i vestiti e raggiungere papà al lavoro. Ora vendiamo anche le mascherine”. Se le si chiede se da grande vorrà sposarsi, risponde: “No! Amo essere un ragazzo”.Afghanistan, il buio totaleIn Afghanistan, come nel vicino Pakistan e in altri paesi a maggioranza islamica, nascere femmine è una maledizione. Una bambina è vista come un peso per la società e un costo per lo Stato. Non lavorando, non guadagnando e non producendo, l’unica funzione della donna è quella di procreare e, nei limiti del consentito, educare i figli. In particolare per le famiglie povere, la nascita di una bambina viene accolta come un problema. Ciò spiega l’altissimo numero di aborti (in caso di feti di sesso femminile) e di morte di neonate in molti paesi islamici. A meno che la piccola non divenga un bacha posh: per molte famiglie è l’unica soluzione per sbarcare il lunario; tuttavia, spesso queste bambine “travestite” vengono bullizzate ed emarginate. Alla fine, ormai adolescenti, non vogliono più vivere da donne e restano persone “spezzate” per il resto della loro esistenza.

Nel nome del padre

“Quando sono nata, mio padre capì subito che sarei vissuta – le parole dell’autrice – . Aspettò un mese e poi, vedendomi crescere e ingrassare in misura insolita in questa terra povera, pronunciò una frase che cambiò il corso della mia vita: ’Tu sarai un maschio, figlia mia’. Mia madre non si oppose, anche lei aveva bisogno di un figlio maschio. Mio fratello maggiore aveva già dieci anni, ai miei genitori serviva un altro maschio che aiutasse la famiglia, andasse a fare la spesa, badasse agli animali, lavorasse la terra e facesse tutto quello che un uomo ha il dovere e il diritto di fare. Noi siamo musulmani e pashtun, ci sono delle regole: una donna non può comparire in pubblico da sola, il che limita considerevolmente l’ambito delle sue attività. A partire da quel momento, unicamente per volontà dei miei genitori, la mia famiglia e i miei vicini dovevano considerarmi come un fratello, dimenticare che ero nata femmina, chiamarmi Hukomkhan, ’l’uomo che dà ordini’, e non più con il nome che mi avevano dato alla nascita, Ukmina. Se dei conoscenti passavano da casa nostra portando regali per una bambina, mio padre li rifiutava dicendo: ’Questo è mio figlio, non mia figlia’. Così diventai Hukomkhan”

La femminilità rinnegata

Ukmina assapora la libertà riservata agli uomini e quando giunge alla pubertà non è disposta a rinunciarvi. Dice “è troppo tardi. Ho visto le ragazze della mia età scomparire dalle strade. Per me non è più possibile tornare indietro”. A sedici anni si ribella, rifiuta il matrimonio, continua a indossare gli abiti maschili nascondendosi il seno e parte e raggiunge i mujaheddin sulle montagne per abbattere il nemico, l’invasore sovietico. Siamo negli anni Ottanta.Ukmina combatterà per 6 anni, una coraggiosa guerrigliera che si guadagnerà il rispetto della comunità, rafforzato dal pellegrinaggio alla Mecca. Nel 2009 si aggiudica la maggioranza per un seggio nel Consiglio provinciale della sua città. Oggi superata la mezza età, stimata dalle donne e dagli uomini, è una attivista dei diritti femminili e la sua storia l’ha racconta nel libro ‘Le bambine non esistono’ (ed. Libreria Pienogiorno), scritto a 4 mani con la giornalista francese Stéphanie Lebrun e tradotto da Maria Moresco.Bacha posh: una realtà sommersa e accettataNel paese forse più sessista, maschilita e omofobo del mondo è in uso questa pratica paradossale: alcune bambine vengono costrette ad “essere” maschi e avviate ad attività tipicamente maschili. In Afghanistan, recentemente riconquistato dai Talebani, nelle famiglie senza figli maschi, alla nascita della terza o quarta figlia, la bambina viene educata come un “bacha posh”, espressione con cui, in lingua dari (questo il nome ufficiale della lingua persiana in Afghanistan) vengono indicati i travestiti. Tutto ciò avviene per un motivo molto semplice: in Afghanistan soltanto agli uomini è consentito lavorare. Al tempo stesso, il lavoro minorile è capillarmente diffuso, cosicché, molte bambine girano per i villaggi capelli corti e pantaloni.

La storia di Manan