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Ryuichi Sakamoto, morto il compositore giapponese premio Oscar nel 1988

«Sinceramente non so quanti anni ho ancora davanti. Ma so che voglio continuare a fare musica. Musica che non mi vergognerò di lasciare dietro di me, significativa». Ryuichi Sakamoto già nel 2017, raccontandosi nel documentario sulla sua vita «Ryuichi Sakamoto: Coda», immaginava che il cancro alla gola debellato tre anni prima avrebbe potuto ripresentarsi. Il suo interesse per la musica era però rimasto incessante, forse si era fatto ancora più ostinato.

Il compositore giapponese, premio Oscar per la colonna sonora del film « L’ultimo imperatore», si è spento martedì scorso a 71 anni e ha «vissuto con la musica fino all’ultimo», sottolinea il comunicato del suo entourage che ha divulgato la notizia della sua morte solo oggi. In cura per un nuovo tumore, questa volta al retto, scoperto nel 2020 e arrivato lo scorso anno al quarto stadio, coinvolgendo anche i polmoni, «ha continuato a lavorare nel suo studio casalingo ogni qualvolta la salute glielo abbia permesso».

D’altra parte, Sakamoto era la sua arte: nato nel 1952 a Nakano, Tokyo, aveva studiato pianoforte e si era laureato in composizione. Alle superiori, racconta la biografia del suo sito ufficiale, doveva prendere un treno affollatissimo per andare a lezione: «Impossibilitato a muoversi, tutto ciò che il teenager Sakamoto poteva fare era ascoltare», individuando oltre 10 suoni diversi prodotti dal treno e andandoli a cercare ogni mattina. Un allenamento che l’aveva reso un ascoltatore curioso e instancabile, convinto che «qualsiasi cosa possa essere musica».

La colonna sonora dell’«Ultimo Imperatore» con cui Ryuichi Sakamoto ha vinto l’Oscar Il musicista e compositore è morto all’età di 71 anni - Corriere Tv

Affascinato tanto dai Beatles quanto da Debussy, da John Cage e John Coltrane, alla fine degli anni 70 era entrato negli Yellow Magic Orchestra, gruppo antesignano del synth pop che già dava spazio alla sua passione per l’elettronica e la sperimentazione. Ma è con la musica per i film, proseguita in parallelo a una lunga schiera di album solisti, che il suo nome è diventato uno dei più apprezzati degli ultimi decenni.

A segnare la svolta è stato da cui arriva la celebre «Forbidden colours», versione cantata da David Sylvian del tema del film: bastano cinque note per identificarla e per immortalare uno dei tratti distintivi del genio di Sakamoto, ovvero il saper fondere i suoni orientali agli strumenti occidentali, arrivando a toccare l’anima di chi ascolta. Nel film del 1983, diretto da Nagisa Oshima, Sakamoto debutta anche come attore, capitano dell’esercito rinchiuso in un durissimo campo di prigionia, attratto da un ufficiale neozelandese, interpretato niente di meno che da David Bowie. «Il regista mi chiese come prima cosa di recitare. E in effetti prima vennero fatte le riprese, poi feci la colonna sonora. Sono quasi caduto dalla sedia guardando la mia recitazione pessima, ma tutta l’emozione è finita nella musica», disse Sakamoto di quell’esperienza. E anche se tornò a recitare in altre occasioni, si riconosceva solo nelle sue composizioni.

Con , (1987) arrivò l’Oscar, uno dei nove vinti dal film di Bernardo Bertolucci nel 1988: Sakamoto condivise le musiche con David Byrne e Cong Su, in un esperimento del regista di far incontrare Oriente e Occidente con i compositori oltre che nella lavorazione. «La cosa divertente è che molta gente ha pensato che io avessi scritto le parti cinesi della musica e David Byrne quelle occidentali. Invece è stato il contrario», raccontò poi Sakamoto. Tornò a lavorare con il regista italiano anche ne «Il piccolo Buddha» e «Il tè nel deserto», definendolo «un padre, un fratello, un amico». Tra le colonne sonore di oltre 30 film (da « Tacchi a spillo» di Almodovar a «Revenant» di Inarritu), fece incursioni disparate, come la musica per l’apertura dei Giochi olimpici di Barcellona nel 1992 e, in tempi più recenti, per un episodio della serie « Black Mirror».

Fitti capelli bianchi e occhialini tondi, elegante e minimalista nella sua immagine così come nelle sue composizioni, si definiva «timido e non esibizionista». Oltre alla musica, però, era un acceso attivista ambientale, coinvolto nei movimenti contro l’uso del nucleare soprattutto in seguito al disastro di Fukushima. Il suo funerale, si legge nel comunicato, verrà svolto in maniera privata, aperto solo alla famiglia. E lui viene ricordato attraverso una delle sue citazioni preferite: «Ars longa, vita brevis», l’arte è lunga, la vita è breve.