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Per i nidi del Pnrr serviranno 42mila educatori, che non abbiamo.

Anche nei servizi per la prima infanzia c’è un tema di labour shortage: per coprire i 264mila nuovi posti previsti dal Pnrr serviranno 42mila educatori. Il rischio è quello di ritrovarsi fra pochi anni con l’hardware (gli edifici) e non avere il software (il personale qualificato per gestirli). Un problema che riguarda anche Olanda e Danimarca, ma che lì stanno già affrontando. Intervista a Emmanuele Pavolini e Anna Mori

A dispetto di tutte le buone intenzioni e della retorica sul grande investimento negli asili nidi fatto con il Pnrr, nella realtà ci sono voluti ben tre avvisi pubblici e una task force interministeriale per far sì che dagli enti locali arrivassero candidature sufficienti ad impiegare i 2,4 miliardi di euro stanziati con il Pnrr per aumentare i posti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, assicurando che almeno il 33 per cento della popolazione di bambini residenti ricompresi nella fascia di età da tre a 36 mesi possa usufruire nel 2026 del servizio su base locale. Il Ministero annuncia con orgoglio il goal: «Siamo riusciti a utilizzare per intero le risorse del PNRR per gli asili nido», dichiara il Ministro Patrizio Bianchi, «un lavoro di squadra che ci rende orgogliosi, condotto con l’Agenzia per la coesione, le Prefetture, l’ANCI, la struttura ministeriale per il PNRR. Un’azione che ha permesso anche di rinsaldare e ricucire rapporti istituzionali con il territorio, con il costante supporto fornito ai Comuni per poter partecipare ai bandi. Ringrazio tutti coloro che ci hanno aiutato a conseguire questo importante risultato». Ma la vertà è che anche questo non basta. Emmanuele Pavolini, ordinario di sociologia economica Università di Macerata ed Anna Mori, ricercatrice di Sociologia Economica, Università degli Studi di Milano lanciano l’allarme sul labour shortage: «Già in questo momento molti Comuni e organizzazioni di Terzo settore segnalano che hanno difficoltà a reperire un numero sufficiente di educatori. Figuriamoci che cosa accadrà se, come ci auguriamo, gli investimenti del PNRR verranno realizzati. Il PNRR prevede circa 264mila nuovi posti per aumentare l’offerta di servizi educativi nella fascia 0-6 anni. Come educAzioni e Alleanza per l’Infanzia abbiamo calcolato già più di un anno fa che per sostenere un aumento di posti quale quello indicato dal PNRR servono almeno altri 42mila educatori professionali per i nidi. In sostanza, il rischio è quello di ritrovarsi fra pochi anni con l’”hardware” (gli edifici adibiti per i nuovi nidi) e poi non avere il “software” (il personale qualificato per gestirli). Ecco l’intervista.

Con il Bando nidi del Pnrr è emerso il timore che, anche costruendo strutture e aumentando la copertura di posti, se non ci si muove per tempo in realtà non ci saranno abbastanza educatori per questi nidi. È così?
Esatto. Già in questo momento molti Comuni e organizzazioni di Terzo settore segnalano che hanno difficoltà a reperire un numero sufficiente di educatori. Figuriamoci che cosa accadrà se, come ci auguriamo, gli investimenti del PNRR verranno realizzati. Il PNRR prevede circa 264 mila nuovi posti per aumentare l’offerta di servizi educativi nella fascia 0-6 anni. Gran parte di questi nuovi posti sarà presumibilmente concentrata nella fascia 0-2 perché è quella con tassi di copertura più bassi. Allo stesso tempo, l’estensione del tempo pieno nella scuola dell’infanzia richiederà ulteriori assunzioni o comunque potrebbe compensare la minor necessità di insegnanti attualmente in servizio dovuta alla riduzione delle sezioni delle scuole dell’infanzia per via del calo demografico. Come educAzioni e Alleanza per l’Infanzia abbiamo calcolato già più di un anno fa che per sostenere un aumento di posti quale quello indicato dal PNRR servono almeno altri 42mila educatori professionali per i nidi. In sostanza, il rischio è quello di ritrovarsi fra pochi anni con l’”hardware” (gli edifici adibiti per i nuovi nidi) e poi non avere il “software” (il personale qualificato per gestirli).

Si sta affrontando la questione o no? Da pochissimo nei servizi educativi prima infanzia è prevista una laurea, se non ci sono educatori non rischiamo di tornare già a guardare allo 0-6 non come parte del sistema educativo ma come servizio a domanda individuale per la conciliazione famiglia-lavoro?
A nostro parere per ora si inizia ad avere contezza del problema, ma non si stanno ancora impostando soluzioni. Come appena indicato, molti Comuni italiani e il mondo del terzo settore, in particolare la cooperazione, stanno segnalando con forza il problema. Occorre creare un tavolo stabile che veda coinvolti il Ministero dell’Istruzione, le Regioni, i Comuni, il terzo settore che gestisce una parte consistente di tali servizi educativi, e le Università (in particolare i Dipartimenti di Scienze della Formazione) che sono gli attori preposti a formare le nuove leve di educatori ed educatrici. Comunque, il contesto dei processi formativi sia per l’ingresso nel mondo del lavoro (oggi ancora diversificati nello 0-3 rispetto al 3-6) che durante il percorso lavorativo rimane un tema da approfondire se si ritiene di dare corso ad un effettivo sistema integrato.

Per sostenere un aumento di posti quale quello indicato dal PNRR servono almeno altri 42mila educatori professionali per i nidi. In sostanza, il rischio è quello di ritrovarsi fra pochi anni con l’hardware (gli edifici adibiti per i nuovi nidi) e poi non avere il software (il personale qualificato per gestirli).

In diversi ambiti del lavoro sociale c’è un tema di mancato riconoscimento del lavoro, gli educatori per le comunità educative per minori ad esempio sono introvabili…. In questo settore specifico, quali sono le cause della scarsità di interesse per questo lavoro? Diversamente da altri ambiti, non verrebbe da pensare che ci sia una disaffezione anche per i nidi…
Si possono individuare due ragioni differenti. Una prima ragione ha a che fare con il fatto che con il PNRR l’Italia intende praticamente raddoppiare il tasso di copertura dei nidi. Si tratta di una scelta quanto mai opportuna visto il nostro basso tasso di copertura se lo si confronta con il resto dell’Europa occidentale. Allo stesso tempo ciò significa avere in pochi anni molti più educatori di quelli finora richiesti. La seconda ragione riguarda le condizioni di lavoro. Pur applicando il codice dei contratti, le condizioni contrattuali non sono sempre omogenee nel nostro Paese. Di questa situazione finiscono per essere vittime anche quelle cooperative sociali che si trovano a partecipare a gare di appalto in cui il criterio dell’economicità tende a prevalere su quello della qualità. È auspicabile che la sfida del PNRR sia accompagnata da una riforma complessiva dei sistemi di gestione dei servizi educativi a seguito della quale pubblico e privato possano collaborare in maniera proficua, nel rispetto dei diritti dell’infanzia, ma anche dei genitori e del mondo del lavoro.

È auspicabile che la sfida del PNRR sia accompagnata da una riforma complessiva dei sistemi di gestione dei servizi educativi a seguito della quale pubblico e privato possano collaborare in maniera proficua, nel rispetto dei diritti dell’infanzia, ma anche dei genitori e del mondo del lavoro.

L’Italia non è il solo Paese che ha un tema di labour shortage nei servizi prima infanzia. Altri Paesi come stanno affrontando la questione?
Un tema di labour shortage nei servizi per la prima infanzia non si rileva solamente in Italia. In Olanda e Danimarca, ad esempio, la situazione è altrettanto critica, come emerso dall’analisi che abbiamo condotto all’interno del progetto di ricerca europeo SOWELL – Social dialogue in welfare services. Employment relations, labour market and social actors in the care services, finanziato dalla DG Occupazione, Affari Sociali e Inclusione. Adottando una prospettiva comparativa internazionale che include, tra i Paesi esaminati, Danimarca, Germania, Spagna e Olanda, in questo progetto abbiamo focalizzato l’attenzione sulle caratteristiche distintive dell’occupazione e della regolazione del lavoro nei servizi di cura rivolti alla prima infanzia e agli anziani. In Olanda è emerso come la carenza di personale sia considerevole nei servizi per la prima infanzia. Questa condizione è stata determinata da un lato, da condizioni di lavoro precarie e scarsamente tutelate; dall’altro lato, dalle limitate opportunità di progressione, carriera e di formazione offerte al personale in forza. Questa duplice dimensione di criticità non solo rende il settore occupazionale poco attrattivo, ma innesca dinamiche scivolose di elevato turnover e di difficoltà nella retention del personale. Anche in Danimarca abbiamo rilevato un tema di labour shortage a seguito della riforma strutturale dei governi locali implementata nel 2004-07 e delle politiche di austerità che hanno colpito, seppur in maniera più lieve rispetto all’Italia, i comuni negli anni immediatamente successivi. All’interno di una riorganizzazione amministrativa complessiva attraverso fusioni di comuni, la riforma mirava a potenziare la professionalizzazione del personale impiegato nei servizi per l’infanzia e ad ampliare la copertura dei servizi attraverso una centralizzazione dell’offerta, in un contesto, però, di ristrettezze finanziarie. Queste pressioni hanno innescato, come mostra la nostra ricerca, una serie di ricadute che hanno deteriorato la qualità dei servizi in termini di rapporto personale educativo/bambini; hanno ridotto la formazione del personale in forza e hanno condotto a un generale sotto-dimensionamento dell’organico complessivo nei servizi per la prima infanzia. A differenza di quanto accaduto in altri paesi però, queste questioni critiche sono entrate abbastanza rapidamente nell’agenda del Governo social-democratico, anche grazie all’azione di lobby dei principali sindacati nel settore BUPL e FOA. Il Governo, sostenuto da un’ampia coalizione, è riuscito ad approvare nel 2020 un accordo che stabilisce l’adozione entro il 2024 di requisiti minimi per il personale impiegato nei servizi per l’infanzia e che, allo stesso tempo, stanzia finanziamenti ad hoc per l’assunzione di nuovo personale.

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