Non solo Shein nell’occhio del ciclone

Lo stipendio davvero indecente pari a circa 4 centesimi per capo realizzato. È l’altra faccia della medaglia del fast fashion, che da un lato permette a molte persone di poter comprare capi d’abbigliamento a prezzi accessibili, ma dall’altro incentiva a un consumismo estremo, che ben poco si sposa con le politiche di sostenibilità compatibili con la salvaguardia dell’ambiente e il contrasto al cambiamento climatico, ed è basato sullo sfruttamento senza ritegno dei lavoratori impiegati nella produzione di questi beni.

Il modello fast fashion basato sullo sfruttamento

Shein è solo l’ultimo gigante finito nell’occhio del ciclone, ma non è certo l’unica azienda del settore ad aver macinato fatturato e utili record con un modello di business basato sulla vendita di beni e servizi a prezzi low cost. Zara e H&M, per almeno un decennio pioniere del fashion low cost nonché aziende che in passato hanno avuto numerosi problemi proprio in relazione alle condizioni dei lavoratori impiegati nella produzione dei capi nei laboratori sparsi per tutto il Sud-Est asiatico e non solo, stanno ora scontando una pesante concorrenza da parte del colosso dell’ultra fast-fashion, che sta acquisendo una non indifferente quota di utenti che preferiscono acquistare da Shein perché propone capi a prezzi ancor più irrisori. Prezzi bassi che però alimentano un sistema basato sulla compressione dei diritti e sullo sfruttamento dei lavoratori