Nicola Di Santo, l’italiano prigioniero in Indonesia che ora rischia la pena di morte. L’appello al governo: “Fatelo tornare”

Il cuoco è in carcere a Bali da più di sette mesi dove viene picchiato e torturato per un reato che giura di non aver mai commesso. L’avvocata Ballerini: “Solo in Italia potrà in caso affrontare un giusto processo”

Una strana rapina. La presunta refurtiva nascosta in un conto di criptovalute. E soprattutto la storia di un ragazzo italiano, il cuoco Nicola Di Santo, in carcere a Bali da più di sette mesi, picchiato, torturato, e che rischia fino alla pena di morte per un reato che giura di non aver mai commesso. A sollevare il caso è il senatore Gregorio De Falco che ha presentato un’interrogazione parlamentare urgente. E l’avvocato di Di Santo, Alessandra Ballerini, la legale genovese specializzata in diritti civili che tra gli altri difende anche i genitori di Giulio Regeni, Mario Paciolla e Andy Rocchelli. Sono loro a chiedere l’intervento del Governo italiano affinché il ragazzo possa ritornare in Italia ed, eventualmente, affrontare un giusto processo.

La storia comincia nel marzo del 2020 quando Di Santo, che da due anni viveva e lavorava come cuoco in Australia, va in vacanza a Bali. La pandemia lo blocca però sull’isola dove fa buon viso a cattivo gioco. Conosce un italiano che da tempo viveva nell’isola e con lui immaginano una serie di business: da una parte una catena di ristoranti, visto che Di Santo era del mestiere. E dall’altro un investimento nelle criptovalute, visto che l’italiano era un esperto broker.

All’inizio gli affari vanno bene. Il ragazzo italiano racconta, nelle telefonate con i genitori in Italia, che tutto sta andando come deve. I problemi sorgono a fine 2021: i rapporti tra i due soci si incrinano e così Di Santo decide di tornare in Italia. Il padre gli compra i biglietti quando perde i contatti con lui. Il perché lo capisce soltanto alcuni giorni dopo quando, finalmente, riesce a mettersi in contatto con l’ambasciata italiana: il figlio è stato arrestato con l’accusa di aver rapinato proprio il suo ex socio.

A compiere materialmente la rapina sarebbero stati dei russi ma, secondo la presunta vittima che ha sporto la denuncia, Di Santo sarebbe il mandante. Il ragazzo si dice innocente, ma questo non è il punto più importante: la questione è che il cuoco in carcere racconta, e documenta, di essere stato massacrato di botte dalla polizia. Che gli avrebbe spento sigarette sul corpo, gli ha puntato la pistola alla tempia per costringerlo a confessare. Lui però continua a dire di essere innocente. E lo dice anche ai nostri diplomatici che il 16 novembre lo vanno a visitare in prigione.

In quell’occasione gli viene suggerito di nominare uno studio legale in loco, cosa che Di Santo fa. I legali prendono contatti con la sua famiglia in Italia e chiedono prima 12.418 euro per le spese legali. E poi un ulteriore pagamento di un miliardo di rupie (61.500 ) spiegando che era il prezzo per tirarlo fuori. Una sorta di cauzione. I familiari pagano. Ma Di Santo resta in carcere. 

Da quel momento in poi le risposte dell’ufficio legale arrivano con il contagocce: gli avvocati indonesiani riferiscono che la polizia vuole interrogare nuovamente Nicola fino al 13 marzo quando lo studio smette di rispondere. Nel frattempo la famiglia si rende conto che nel fascicolo c’è anche una confessione del ragazzo. Ma che è stata subito ritrattata. “Me l’hanno estorta mentre mi torturavano” racconta DI Santo al padre e al suo avvocato.

Il punto è che nessun documento è stato trasmesso in Italia. “Intanto le condizioni in cui si trova il ragazzo sono incredibili” spiega l’avvocato Ballerini. “La cella misura tredici passi da un muro all’altro, come riferito da Nicola, si dorme sul pavimento, non c’è una sedia, né un tavolo e i detenuti come sciacquone per il wc devono usare un secchio. Nicola mangia due ciotole di riso al giorno. Ha spesso la febbre, ha perso 12 chili ed è in condizioni di salute assolutamente precarie. Esce dalla cella solo per andare alle udienze del processo in tribunale. Gli è vietato telefonare e ricevere visite, comprese quelle degli avvocati e dei dottori, al contrario degli altri detenuti che hanno accesso anche al telefono di servizio”.

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