Mimma Gaspari, in un libro mezzo secolo di musica italiana: «Quanta fatica per far incidere “La bambola” a Patty Pravo!»

Per capire il personaggio. Roma, 6 gennaio 1969, tarda sera. La caposala di ostetricia si avvicina in corridoio ad Enzo Golino, grande firma del giornalismo culturale italiano, e gli fa: «Credo che sua moglie stia poco bene». Mimma Gaspari, che ha appena partorito il suo primogenito, invece sta benissimo, solo che ha chiesto alla capo-ostetrica: «Sa chi ha vinto stasera a “Canzonissima”? E a che posto sì è piazzata Patty Pravo?». «Lei comprenderà – spiega Gaspari, dopo mezzo secolo – avevo brigato tanto perché Paolo Conte desse a Nicoletta “Tripoli ’69” che lei aveva presentato proprio a “Canzonissima” arrivando in finale e lei era una dei miei artisti».

Mimma Gaspari è stata per quasi mezzo secolo talent-scout, manager, discografica, ufficio stampa, amica, confidente dei più grandi cantanti italiani, militando sempre in serie A, dalle Messaggerie e la Cgd di Ladislao Sugar alla Rca di Ennio Melis, dagli uffici in Galleria del Corso alle sale d’incisione sulla Tiburtina, ha fatto da anfitrione a tante star d’oltreoceano in Italia per tournée o per promuovere un album, ha attraversato 18 Sanremo, 2 Cantagiro più spiccioli di Disco per l’Estate e Festivalbar.

Adesso si racconta in “La musica è cambiata?! – Dite la vostra che io ho detto la mia”, (Baldini+Castoldi, 592 pagine, 25 euro) sfogliando l’album di un mondo che è inesorabilmente mutato.

Figlia di buona famiglia emiliana, universitaria a Roma, tutto comincia quando lei diventa “paroliera” per Teddy Reno nel 1959.

«Con Vania Protti, prima moglie di Teddy, eravamo amiche dall’adolescenza, casa al mare a Riccione, stesso collegio a Firenze. Vania sapeva che mi piaceva scrivere poesie. A Morciano di Romagna, il paese di mio padre, frequentavo sempre un bar in cui se entravi dovevi parlare solo in rima. Bizzarrie dei romagnoli. Così, quando mi trasferisco a Roma per l’Università, Vania un giorno mi dice: “Ti procuro un appuntamento con Ferruccio”. Io, puntualissima per natura, lo aspetto da Doney, lui ritarda un’ora e un quarto, io indecisa se andar via o restare. Finalmente arriva, legge qualche scartoffia e mi fa: “Devi assolutamente venire con me a Milano”. E così è cominciata l’avventura alle Messaggerie e alla Cgd di Sugar».

Grande scuola, quella.

«Il vecchio Ladislao aveva un gran fiuto. Esempio: quando subodorava che una canzone sarebbe andata bene per Sanremo, la teneva chiusa nel cassetto anche per otto-dieci mesi e la tirava fuori a gennaio, in tempo per presentarla al festival. Ci azzeccava sempre. Anni dopo, quando mi innamorai di Golino e decisi di trasferirmi a Roma mi disse: “La lascio andare solo se lo fa per motivi sentimentali”. Grande manager, grand’uomo».

Quanta pazienza per stare dietro agli artisti?

«Uh, infinita. Paolo Conte non voleva saperne di cantare le sue canzoni. Faceva l’avvocato ad Asti, non voleva essere scocciato. Lo mettemmo alle corde io e Lilli Greco, suo produttore, il più bravo tra gli italiani. Affittai a Roma il Teatro Olimpico, per farlo debuttare. Quella sera la proprietaria mi disse con sussiego: “Sa, qui facciamo solo la musica classica”. Le risposi: “Tranquilla, da domani farete anche le canzoni”. E così fu. Serata solo ad inviti, nessun pagante, un trionfo. Stessa fatica per convincerlo a debuttare in Francia. “Paolo, tu sei uno chansonnier”, gli ripetevo, “lì o son già morti come Brel o son vecchi come Aznavour”. Organizzai tre serate al Théâtre de la Ville e i francesi, altro che si incazzano, come canta lui in “Bartali”: da allora lo adorano».

Il talento più difficile.

«Piero Ciampi. Non fosse stato per l’alcol… Una vena straordinaria e in più era anche belloccio. Una volta gli procurai una serata al Derby, a Milano, allora molto esclusivo. Prima canzone, seconda, terza… alla quinta ha sbracato e ho dovuto portarlo via. La Rai ci concesse uno spazio in tv tutto per lui: cominciammo a registrare ma a un certo punto prese a male parole cameramen, fonici, attrezzisti. Ce ne volle, per convincerli a restare. Era un talento da non disperdere, il suo, lo abbiamo fatto cantare a tanti fra cui anche Nada, alla quale ha insegnato moltissimo, forse perché tra livornesi si trovavano in sintonia per una certa rudezza».

Anche Patty Pravo non doveva esser facile…

«Con Nicoletta per un qui pro quo non ci siamo parlate per anni e mi dispiacque. Quanto abbiamo patito per farle incidere “La bambola”. Con questa canzone vendi un milione di copie, le dicevo. Ma lei niente, le sembrava una dichiarazione di sottomissione della donna nei confronti dell’uomo e lei era un simbolo dell’emancipazione femminile, in quegli anni. Alla fine la cantò. La prima volta in tv la portai io, con “Ragazzo triste”. In Rai nicchiavano. Troppo yè-yè.  Un funzionario mi suggerì: “Falla ascoltare a Mike”. Andai a Milano, Bongiorno aveva naso e sentenziò: “Mimma, questa ragazza la prendo in trasmissione”».

Tra le sue “creature” anche Gabriella Ferri.

«È stata l’artista per la quale ho lavorato di più e alla quale forse ho voluto più bene. Ma era felice solo quando cantava, quando era impegnata in un progetto. Oltre questo, c’era come un buio, nonostante la vita quotidiana, gli affetti. Mediaset la chiamò per fare “Premiatissima”, le davano una barca di soldi. Voleva che l’accompagnassi ogni settimana a Milano ma io avevo altri artisti da seguire e allora facemmo un patto: ogni settimana sarei andata io a casa sua a scegliere il vestito che avrebbe dovuto portar su e tutte le “ciaccaglie” come lei chiamava le collane, gli orecchini, i bracciali, gli anelli».

Una mossa falsa di cui s’è pentita.

«Convincere De Gregori a partecipare con “Alice” a “Un disco per l’estate” nel ’73. Scomparve tra tutte le altre, un flop. Che c’entrava lui con quella gara? Anche se la canzone è poi rimasta negli annali».

Gli artisti vanno dunque curati, seguiti, tutelati.

«Ci vuole pazienza, tenacia, perseveranza. Lucio Dalla ci ha messo moltissimo prima di riuscire a vendere, Baglioni ha fatto il suo primo long playing solo dopo tre anni che lavorava sodo».

La più bella voce italiana.

«Gianni Morandi, ancora oggi. Quando cercammo di rilanciarlo a Sanremo, nel 1983, dopo il periodo nel quale era caduto in penombra, era pronta per lui “1950” di Amedeo Minghi, bellissima. Minghi recalcitrava, non voleva cederla. Gianni, persona perbene, capì la resistenza del collega e gliela lasciò. Ripiegammo su “La mia nemica amatissima” che, diciamo la verità, non era un capolavoro”.

Morandi si era già lasciato scappare “Che sarà” sempre a Sanremo nel ’71.

«Così narra la leggenda, forse perché Franco Migliacci, autore del testo, scriveva anche per Gianni. La storia di “Che sarà” in realtà è diversa. Jimmy Fontana, talento e dedizione al lavoro come pochi, aveva scritto la musica ed era convinto che l’avrebbe cantata lui, al festival. Melis aveva intanto mandato Migliacci in Sudamerica per convincere Josè Feliciano che accettò. Melis però in quei mesi voleva anche lanciare i Ricchi e Poveri, nati da poco: per i quattro, il festival sarebbe stato un bel trampolino. E così si decise per quell’abbinata. Fontana la prese malissimo, ne fece una malattia, poverino».

Fu un successo planetario però.

«E fu anche il Sanremo più bello per me, quello del ’71, la storica tripletta: “Il cuore è uno zingaro” prima con Nicola Di Bari e Nada, “Che sarà” seconda con Feliciano e i Ricchi e Poveri e “4 marzo ’43” con Lucio Dalla e l’Equipe 84 terza. Tutte canzoni targate Rca, tutti miei artisti».

Ne ha fatti vincere tanti, in Riviera?

«Ricordo con affetto e tenerezza una lunga passeggiata all’alba sul lungomare con Sergio Endrigo, dopo il trionfo di “Canzone per te”, nel ’68. Lui continuava a ripetermi: “Mimma, sono disperato. Dicono che chi vince Sanremo ha la carriera finita!”. E io, che invece ero euforica, a ripetergli: ma lascia perdere, goditi la vittoria! Passava per uno triste, Endrigo, invece era un gran compagnone oltre che un artista immenso».

Qualcuno irriconoscente?

«Non glielo dirò mai. Le posso citare però il più riconoscente di tutti: Enzo Jannacci. L’ho adorato. E non solo perché è stato quello che mi ha ripetuto più volte grazie. La Rai non voleva trasmettere “Vengo anch’io”. Allora aggirai Roma e andai a Milano, da Cino Tortorella, il mago Zurlì, che era autore e regista di “Chissà chi lo sa?”, il quiz per ragazzi in onda il sabato pomeriggio. Gli mentii spudoratamente. “La presentiamo fra una settimana a ‘Canzonissima’, la vuoi in anteprima?”. Accettò. E fece il botto».

Altre censure?

«“Bella senz’anima” di Cocciante. “E adesso spogliati come sai fare tu…”. Figuriamoci! In radio non ne volevano sapere. Ma in Rai c’era una legge non scritta per la quale tutto quello che passava in tv poi veniva automaticamente passato in radio. Così tampinai per settimane il mio amico Giovanni Salvi, dirigente a viale Mazzini, perché la passasse in una trasmissione. Quell’insistenza fu ripagata».

Nel libro ci sono anche le star straniere che lei ha seguito in Italia, da Connie Francis a Gene Petney, a Frank Sinatra.

«Con Sinatra sarei scappata subito. Ero stregata da lui. Voleva incidere una canzone italiana. Era l’anno di “Quando quando quando”. Il giorno prima di ripartire chiese per strada, a un posteggiatore, quale fosse la canzone più popolare in Italia e quello intonò il motivo di Tony Renis. Il giorno dopo, all’aeroporto, aveva lo spartito in mano per portarlo in America. Ma aveva fatto male i conti perché la Ricordi aveva già venduto i diritti oltreoceano per farla cantare a Pat Boone. La canzone fu ugualmente un successo mondiale ma vuoi mettere Sinatra? Renis è ancora lì a mangiarsi le mani».

Un talento che avrebbe voluto seguire, far crescere sotto la sua guida?

«Mi sarebbe piaciuto lavorare con Samuele Bersani. Lucio (Dalla, ndr.) diceva che era bravo ma un po’ pigro però io ci avrei scommesso senza alcuna remora e, in effetti, il ragazzo è poi venuto su bene».

Dei cantanti di oggi, chi le piace?

«Per restare all’ultimo Sanremo: Irama, Fabrizio Moro e mi incuriosisce parecchio Ditonellapiaga. Poi mi piacciono i Maneskin e ho una passione per Diodato».

I talent, oggi: più fabbriche di illusioni o di successo?

«Senz’altro di illusioni: per una band come i Måneskin che salta fuori, quanti rimangono nell’ombra? E poi, scovare un talento tra ventimila che si iscrivono: ai miei tempi bastava ascoltarne venti per capire quello che aveva stoffa».

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