Gabrielli: Il clima è avvelenato, servono trasparenza e rispetto

“In programma un’audizione al Copasir il 29 giugno” dice il sottosegretario con delega alla Sicurezza. Di Battista in Russia? “Ho apprezzato l’informazione”. E sulla guerra in Ucraina: “Situazione complessa, ancora alto il rischio cibernetico”

La bufera è passata, ma non del tutto. “Noi abbiamo fatto un’operazione di trasparenza. Abbiamo deciso di declassificare proprio perché ritenevamo che non ci fosse nulla da nascondere e che anzi la rappresentazione dei fatti assolutamente abnorme rispetto alla realtà potesse in qualche modo essere un maggiore pregiudizio. Solo che in questo Paese comunque fai sbagli” dice il sottosegretario Franco Gabrielli, Autorità delegata per la Sicurezza della Repubblica a Rainews.it, a proposito del bollettino pubblicato nei giorni scorsi. 

Una ferita ancora aperta?

“Il bollettino era un documento classificato. Ho detto che il clamore che ha suscitato ci avrebbe indotto a una riflessione che stiamo facendo, con molta serenità. Tutta la responsabilità è stata messa sulle spalle del sistema di Intelligence quando questo è un lavoro di confine, dove partecipano altri soggetti e dove per ovvi motivi anche per il basso livello della classificazione non vi compaiono informazioni di intelligence propriamente dette. Ma ripeto non vogliamo sconfessare quello che è stato fatto ma al tempo stesso e responsabilmente ci porremo il problema su cosa fare in futuro”.

Ha considerato un attacco personale questa vicenda?

“Il tema è la buona fede, la correttezza, l’etica. Queste sono le cose alle quali tengo di più. Quando ci sono attacchi che riguardano questo tipo di profili ecco per utilizzare una locuzione semplice ma molto efficace: ci rimango male”.

Un confronto con il Copasir c’è stato?

“Il confronto con il Copasir è continuo, ho in programma un’audizione il 29 giugno. Le dichiarazioni del presidente Urso mi sembrano tutte volte a non sottolineare criticità dell’attività dei Servizi. In questo Paese non contano i fatti ma le interpretazioni, vediamo poi come saranno interpretate queste cose”.

Alessandro Di Battista ha annunciato un suo viaggio in Russia e ha detto di averla informata “passo dopo passo” del suo progetto.

“Sì, assolutamente. Peraltro un’informazione non dovuta, nel senso che Alessandro Di Battista in questo momento non svolge nessun incarico pubblico, la sua attività ha ad oggetto un reportage giornalistico; però credo che sia stata una delicatezza che io ho molto apprezzato. Non perché chi ha la responsabilità politica della sicurezza della Repubblica debba essere informato su tutto quello che avviene, ma in momento così estremamente complicato una informazione preventiva disinnesca tutta una serie di interpretazioni, di dietrologie che purtroppo nel nostro Paese condizionano anche la modalità con cui si esprimono giudizi sulle cose”. 

È la trasparenza, chiesta anche dal premier Draghi, circa eventuali rapporti con alcuni paesi?

“Cercare un po’ tutti di essere trasparenti, di avere un rispetto per le istituzioni credo che sia una modalità con la quale forse ognuno di noi contribuisce anche a rendere il clima meno avvelenato, e meno complicato di quello che magari c’è”. 

Si riferisce al clima che ha portato al caso delle “liste di proscrizione”?

“A volte sorrido un po’ amaro a queste cose. Abbiamo semplicemente detto qui non c’è alcuna lista di proscrizione, quel documento di 7 pagine l’ho riletto almeno quindici volte per cercare di capire dove stavano queste liste. Senza scomodare Tambroni negli anni Sessanta, nel 2009 è stato messo un segreto di Stato su un dossieraggio fatto dalla più importante compagnia telefonica del Paese e che aveva profili molto più preoccupanti per la democrazia eppure non se ne parla più. È veramente singolare, ma d’altronde come diceva Aldo Moro se pure non ci piace questo è il tempo che ci è dato da vivere”.

A proposito di questo tempo, la guerra cibernetica ha aperto scenari inediti

“Sul versante cyber abbiamo memoria corta. Da tempo stiamo vivendo in un contesto nel quale la dimensione cibernetica ha assunto un’importanza decisiva sul tema della sicurezza. C’è un utilizzo di manipolazione dell’informazione, ricordavo qualche giorno fa l’esperienza di Cambridge Analytica. Sono vicende che ci appartengono e sempre più ci apparterranno. Il campo del dominio cibernetico è uno di quelli in cui i dati non sempre colgono l’essenza del fenomeno. Perché in queste vicende ci sono molte aree grigie. Pensi solo a chi non denuncia un attacco ramsomware perché implica un danno reputazionale e quindi preferisce pagare senza denunciare alle autorità”. 

Il governo ha varato la Strategia Nazionale per la Cybersicurezza, con quali obiettivi?

“Quello che mi piacerebbe si tenesse in considerazione è la consapevolezza. La strategia che il governo ha intrapreso, non il 25 febbraio, il giorno dopo l’inizio della guerra di aggressione in Ucraina, ma già a partire dall’anno scorso, il percorso che ha visto la creazione dell’Agenzia che avesse a oggetto principalmente il tema della resilienza cibernetica. C’è l’ambito della cyber investigation, quello della cyber defense, limitata in questo caso agli ambiti di natura militare. E poi c’è la cyber intelligence l’ambito nel quale sempre più, con strumenti adeguati, si può realizzare anche un’attività di contrattacco che ci consenta di non essere oggetto di attacchi”. 

Più volte sia lei che il direttore dell’Agenzia per la Cybersicurezza avete sottolineato le necessità che ciascuno faccia la sua parte in questo percorso.  

“La definizione degli ambiti di responsabilità trova consacrazione nella Strategia che il presidente del Consiglio dei ministri ha recentemente varato: 82 azioni che dovranno essere realizzare nel quinquennio 2022-2026 e che impegneranno tutti”. 

L’Agenzia intanto sconta un’approvazione tardiva e la mancanza di risorse.

“Credo che si debba fare presto, e bene. Vorremo fare molto più in fretta ma la fretta deve tenere conto delle condizioni date.  Nel nostro paese mancano circa 100 mila addetti non per l’agenzia ma per tutto quello che attiene alla digitalizzazione. Scontiamo ritardi, anche per quel che riguarda le politiche dell’istruzione, della formazione. C’è un grande sforzo che l’agenzia sta facendo, da ultimo la creazione di un Comitato Tecnico Scientifico, che vede la presenza di personalità del mondo dell’accademia, della formazione, del mondo dell’industria, che accompagneranno l’agenzia nell’individuazione della modalità delle scelte che dovranno essere intraprese. Preservare le proprietà intellettuali e i know how è una delle grandi sfide che abbiamo davanti”.

I cambiamenti politici possono incidere in questo percorso? C’è il rischio che cambiando scenario i progetti messi in campo sfumino?

“Se le dicessi che questo è un rischio che non esiste sarei disonesto intellettualmente, purtroppo nel nostro Paese l’avvicendarsi di politici significa l’azzerarsi di progetti precedenti. Questo è un ambito che attiene al tema della sicurezza, e ho sempre detto che mi sarebbe piaciuto che questi temi non fossero temi da campagna elettorale, ma temi sui quali si costruisce un percorso. È chiaro che chi arriva dopo dal mio punto di vista dovrebbe implementare, arricchire; purtroppo c’è sempre l’atteggiamento di chi immagina di dover capitalizzare e mettere una sorte di primato”. 

Che tipo di incarico ha il Cts dell’Agenzia? 

“Ha un incarico triennale. Essendo una novità sarà importante vedere quali saranno i benefici. Credo che sia positivo, perché lancia anche un messaggio: questo tipo di sfida deve coinvolgere tutto il meglio che il Paese esprime, nella capacitò imprenditoriale, nell’Accademia, nei centri di ricerca, negli ambiti di definizione della formazione, per un settore che sarà sempre più strategico”.

A che punto è la realizzazione di un Cloud nazionale?

“È un passaggio importante, all’attenzione del ministro Colao, proprio in questi giorni si stanno definendo le procedure di gara per assegnare a un soggetto o a più soggetti la gestione di questo strumento che ovviamente è il superamento del concetto dei server, dei data center. La gestione, la protezione, la conservazione dei dati è il tema dei temi. Questo percorso implica la possibilità soprattutto a livello nazionale ed europeo di avere una modalità che consenta una particolare salvaguardia di questi dati”. 

Ci sono diversi livelli di protezione?

Ci sono dei dati che possono essere tranquillamente detenuti anche da soggetti extra Ue e altri che per la loro delicatezza devono essere detenuti da soggetti Ue, e con particolare modalità, non a caso si parla di un cloud pubblico e di un cloud privato. E al contrario di quella che potrebbe essere l’accezione ordinaria, il pubblico un po’ meno garantito il privato molto più garantito. Da questo punto di vista c’è un ruolo fondamentale dell’Agenzia anche nell’individuazione degli enti che in qualche modo potranno usufruire di questa dimensione, nella classificazione dei dati, e anche per quel che riguarda la migrazione rispetto a data center oggi in attività che poi andranno a realizzare questa nuvola, questo cloud dove i nostri dati dovranno essere conservati e protetti”.

Quale sarà l’impatto nella vita dei cittadini?

“Sarà sempre maggiore la richiesta che i cittadini dovranno rivolgere alle pubbliche amministrazioni. I miei dati che fine fanno? Dove sono? Chi li protegge? Purtroppo ancora oggi abbiamo la percezione del dato con un profilo di immaterialità Ad esempio quando si scaricano app gratuite si pensa ‘ è gratuito’, ma il prezzo sono i tuoi dati, e il prezzo è l’utilizzo che poi si fa dei tuoi dati. Non c’è ancora questa consapevolezza e purtroppo la mancata consapevolezza – e questa è una regola fondamentale del mondo dei rischi – porta ad avere un abbassamento delle barriere difensive. È un processo che ha bisogno di tempo. Il nativo analogico ha i suoi problemi, ma il nativo digitale, ad esempio, ha una grande capacità di usufruire dello strumento ma spesso ne apprezza non sempre la complessità e la pericolosità”.

In che fase siamo della guerra in Ucraina, resta ancora alto il rischio di attacchi cibernetici?

“Ho sempre detto fin dall’inizio che più la guerra sul campo durerà, più i tempi di una soluzione diplomatica e pacifica saranno differiti più aumenterà il rischio di tutto quello che chiamiamo minaccia ibrida. Da questo punto di vista purtroppo questo tipo di conseguenze saranno inevitabili. La situazione è veramente complessa. Le tempistiche sono incerte, ma tanto più la dimensione bellica, lo scontro di una guerra, che ormai è una guerra di attrito si protrarrà nel tempo tanto più ci saranno conseguenze anche sul profilo cibernetico”.

Tra le conseguenze temute c’è quella di una crisi alimentare globale che a sua volta potrebbe determinare un forte aumento dei flussi migratori. Quali segnali ci sono al riguardo?

“I segnali ci sono, e siamo solo all’inizio. Non c’è solo il problema del grano e del mais, c’è il problema dei fertilizzanti e tutta una serie di altre situazioni che possono in qualche modo comportare squilibri alimentari in aree del mondo dove già vivono in condizioni di grande sofferenza e di grande instabilità. E quindi si introducono ulteriori elementi di instabilità”.

Qual è la situazione in Libia, in Egitto e in altre aree del continente africano?

“In Libia siamo in presenza di due governi, almeno fino al 21 giugno poi vedremo cosa succederà. Il rischio è di un’ulteriore instabilità del paese. C’è il tema della presenza di mercenari, di potenze straniere, che a seguito del conflitto del 2019 tra l’est e l’ovest, hanno in qualche modo fatto il loro ingresso sulla scena. Se ci mettiamo le problematiche che ci sono in Sahel , l’instabilità in Ciad, in Mali, credo che non c’è da stare tranquilli. Senza considerare il Corno d’africa, l’Eritrea, l’Etiopia. Poi attenzione, ultimamente abbiamo registrato negli arrivi che hanno interessato il nostro paese, dal mediterraneo centrale e orientale, le tre nazionalità più significative sono il Bangladesh, l’Egitto e la Tunisia. La crisi russo-ucraina è sicuramente la crisi del momento ma sicuramente non esaurisce la complessità di quello che stiamo vivendo e soprattutto di quello che saremo chiamati a vivere nei prossimi mesi”.

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