ITALIAMUSICA

Enrico Ruggeri lancia la sua Rivoluzione e dice: «Oggi la musica non cambia più il mondo»

Enrico Ruggeri pubblica il suo nuovo album La rivoluzione, dove canta di grandi ideali traditi ma anche di necessarie spinte emotive che resistono nel tempo. «Quando io ero bambino i cantanti cambiavano il mondo. Ora non è più così».

Enrico Ruggeri

“Abbiamo aperto le finestre. Sono entrati sole e pioggia, vento e calore”. Il nuovo album di Enrico RuggeriLa rivoluzione (Anyway Music), in uscita il 18 marzo, si apre con queste parole, contenute in un reading che vuole essere un manifesto programmatico. Un’anticipazione di tutto quello che verrà raccontato nelle undici tracce del disco a cui ha lavorato in questi ultimi due anni (hanno collaborato anche Andrea Mirò e Massimo Bigi).

La rivoluzione – in uscita il 18 marzo – è un concept album in cui Ruggeri non ammette freni. Canta di grandi ideali traditi ma anche di necessarie spinte emotive che resistono nel tempo. Partendo, di fatto, da una finestra che si apre, il cantautore finisce per raccontare tutto ciò che accade all’esterno. Che sia nelle nostre strade o nei nostri cuori, spesso distratti e incuranti della rivoluzione che attendono.

La rivoluzione secondo Enrico Ruggeri

Per la copertina del disco ha scelto una fotografia della sua classe, al Liceo Berchet, nell’anno scolastico 1973/1974. Perché?

In realtà è stato un caso. Avevamo già provato varie copertine, per le quali avevamo tentato di applicare più alla lettera l’idea di rivoluzione. Poi, per caso, stavo mettendo in ordine i miei cassetti e mi sono trovato davanti quella foto. Ho avuto un’illuminazione. Mi sono detto: io racconto proprio quella cosa lì.

Gatefold.indd

Cioè?

Non parlo di una rivoluzione fatta di barricate ma racconto quegli adolescenti che si vedono nella fotografia. E non solo quelli della mia generazione. Mi piace perché è la foto di alcuni adolescenti che si stanno preparando a una vita adulta che troveranno diversa rispetto a quello che si sarebbero aspettati.

Qual è la rivoluzione a cui è chiamato oggi ognuno di noi?

Prima di tutto la propria rivoluzione personale. Non voglio dire “rendere la propria vita un’opera d’arte”: non voglio essere retorico. Però operare per rendere la propria vita qualcosa di unico. Dal punto di vista soggettivo è tutto qui. Se la allarghiamo, invece, a una visione collettiva, la questione è diversa.

Ossia?

È evidente che si può fare qualcosa ma non tutto. Comunque uno la pensi, entrano in gioco macro interessi. Ci sono dei percorsi che passano sopra le nostre teste.

La title-track racconta di un passato che non c’è più ma anche di un’umanità che rimane. Canta «Noi che non crediamo e siamo solo preghiera»…

C’è sempre il bisogno di guardare in alto. Anche se si è atei convinti, la domanda permane. Il quesito “Che senso ha tutto questo?” è di tutti.https://www.youtube.com/embed/k6LIBECAkrc

Il ruolo della musica

In Non sparate sul cantante mette a tema il ruolo degli artisti nel panorama attuale…

Sì, è il pezzo più ironico dell’album. Quando io ero bambino i cantanti cambiavano il mondo. John Lennon ha di fatto “fermato” la guerra in Vietnam quando ha iniziato a parlare di pace, a fare le conferenze stampa nei letti degli alberghi, con i giornalisti che arrivavano da tutto il mondo a chiedergli cosa bisognasse fare. Lui cambiava le coscienze della gente. Ma erano anni in cui la musica aveva un’incidenza completamente diversa.

E oggi? La musica riesce ad arrivare ancora a questo punto?

No. È evidente che se fai un reggaeton con quattro parole spagnole a caso il mondo non lo cambi. Magari cambi il tuo conto in banca.

Cosa può fare un artista oggi?

Noi possiamo stimolare riflessioni. Così come può farlo chi scrive articoli di giornale. Possiamo cercare di rendere un po’ più profondo questo mondo che è sempre più “leggerino”. Però il giornalista, quando definisce “pezzo meraviglioso” una canzone reggaeton che ha come tema principale i cocktail, un piccolo danno lo fa. È poco, certo. Non è niente. Però se metti insieme cento piccoli danni, poi compare un danno più grosso. Poi, continuo a dirle “reggaeton”, ma potrei dirle altri generi e altre cose… L’ho preso come esempio.

Le collaborazioni ne La rivoluzione

Nel disco sono presenti due collaborazioni: Silvio Capeccia e Francesco Bianconi.

La prima è “in famiglia”. Conosco Silvio Capeccia da quasi 50 anni. Abbiamo fatto i Decibel, abbiamo fatto la reunion, ecc. Lui c’è sempre stato. Bianconi, invece, l’ho conosciuto a Musicultura. Io ero lì come conduttore. Abbiamo cantato insieme, ci siamo piaciuti e ogni tanto ci siamo sentiti. Mi è venuto spontaneo chiamarlo. Sa, io sono molto cauto nelle collaborazioni…

Perché?

Continuo a veder uscire album con 7 o 8 featuring. Si capisce perfettamente che i manager hanno organizzato le collaborazioni ancora prima che ci fossero le canzoni. Dipende dall’approccio che hai. Nel mio caso, mi sembrava che Bianconi fosse adatto. Tutto qui. È una persona che stimo e quindi l’ho chiamato volentieri.

Ci sono artisti più giovani che stima per il percorso che stanno portando avanti?

Non sono attentissimo: mi coglie impreparato (ride, ndr). Ce ne sono, sicuramente. Ma molti non sono così famosi. Penso ai Ianva, un gruppo di Genova, che però non sono usciti da un talent e non vanno in televisione. Le cose interessanti ci sono: bisogna saperle trovare.

Assenza, malattia e libertà: i temi de La rivoluzione di Enrico Ruggeri

In Parte di me parla del dolore di una perdita. Cos’è l’assenza per lei?

Io non ho fratelli. Sono cresciuto, quindi, in una famiglia nella quale ero il più giovane. Ora, con il passare degli anni, mi trovo in una famiglia in cui sono il più vecchio. Naturalmente devi convivere con le perdite. Ognuno ha delle persone nella sua vita che non ci sono più, per molti motivi. Le porti dentro. A volte mi viene da pensare “Chissà cosa direbbe mio padre di fronte a quello che sta succedendo…”. Che sia la guerra, una mia nuova canzone, una partita di calcio.https://www.youtube.com/embed/vpq8NGddFSA

Perché ha sentito il bisogno di scrivere un brano così potente come Alessandro?

È la storia vera di un mio amico fraterno che ha una malattia degenerativa e che, quindi, vive una vita mentale ma non fisica. Avevo bisogno di parlare di amicizia. Di parlare del fatto che ci sono dei legami che la vita non riesce a spezzare.

Il disco si chiude con La mia libertà, il racconto di un suicidio. Perché? 

Foscolo ha scritto le Ultime lettere di Jacopo Ortis, in cui parla di uno che spiega al mondo perché si sta per ammazzare. Io non ho nessuna intenzione di ammazzarmi, così come non ce l’aveva Foscolo. Però è una canzone in cui riesco a dire: “La mia libertà sarà quella di restare solo”.

La tournée e l’impegno di Enrico Ruggeri con la Nazionale Cantanti

Farà un tour teatrale. Che impressione le fa?

È liberatorio per me e spero lo sarà per chi verrà a vedermi. Sarà un momento bellissimo quando si aprirà il sipario il 2 aprile, alla data zero a Crema. Voglio che sia un momento indimenticabile. Per me e per chi ci sarà.

Continua il suo impegno come presidente della Nazionale Cantanti. Avete portato avanti anche un’iniziativa per aiutare la popolazione colpita dal conflitto russo-ucraino…

Boosta dei Subsonica è andato con tre nostre collaboratrici al confine tra la Romania e l’Ucraina insieme a Progetto Arca per portare aiuti concreti. È chiaro che, comunque la si pensi, là ci sono delle persone in difficoltà. Bisogna intervenire velocemente. Il nostro impegno è anche lì.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *