Ermete Labbadia: «Il cinema è un sogno da costruire giorno dopo giorno»
Il fondatore e direttore artistico di “Inventa un Film” racconta la crescita del festival di Lenola, il successo internazionale di “Fiabexit”, il nuovo cortometraggio “I Fantastici 4×2” e le difficoltà del cinema indipendente italiano

ITALYREVIEW – Massimiliano Spinella
Da una piccola iniziativa locale, nata nel 1998 con appena cinque partecipanti, a un festival internazionale capace di accogliere ogni anno centinaia di opere e numerose sezioni competitive. È la storia di “Inventa un Film”, manifestazione ideata e diretta da Ermete Labbadia, diventata nel corso degli anni un importante punto di riferimento per il cinema indipendente italiano e internazionale.
Il festival si svolge a Lenola, piccolo centro della provincia di Latina, e ha visto passare, quando ancora non erano conosciuti dal grande pubblico, numerosi registi e autori successivamente affermatisi nel panorama cinematografico.
Labbadia è anche sceneggiatore, regista e produttore. Nel 2024 ha scritto e prodotto “Fiabexit”, diretto da Jab, nome dietro il quale lavorano Lorenzo Giovenga e Giuliano Giacomelli. Il cortometraggio ha ottenuto circa 150 premi internazionali e più di 230 selezioni. Nel 2026 ha invece firmato anche la regia de “I Fantastici 4×2”, opera dedicata ai temi della disabilità e dell’inclusione.
In questa lunga intervista racconta la nascita del festival, il proprio metodo di scrittura, il rapporto con il territorio, il valore dei cortometraggi, l’intelligenza artificiale e le criticità del cinema indipendente.

Come è nata l’idea del festival “Inventa un Film”?
Il festival è nato nel 1998 e inizialmente non doveva essere un vero e proprio festival. Doveva essere un concorso rivolto ai giovani del paese. Alla prima edizione parteciparono soltanto cinque persone del territorio. L’anno successivo estendemmo la partecipazione alla provincia e, dal terzo anno, arrivammo a una dimensione nazionale.
Cominciarono a interessarsi alla manifestazione diverse riviste. Anche il Corriere della Sera ci inserì tra le iniziative considerate imperdibili. Noi cercammo di sfruttare quella visibilità e quel riconoscimento.
Dalla quarta edizione diventò realmente un festival nazionale, con opere di buona qualità. Possiamo dire che dal 2001 sia iniziato il primo vero festival, nel senso pieno del termine.

“Inventa un Film” non era quindi nato con l’obiettivo di diventare una manifestazione così strutturata. È cresciuto gradualmente, passando da una realtà locale a una provinciale, nazionale e infine internazionale.
Molti autori affermati sono passati dalle selezioni del festival.
Nel corso degli anni sono passati dal festival moltissimi registi e autori che successivamente sono diventati famosi, quando ancora non erano conosciuti dal grande pubblico.
Tra questi possiamo ricordare Matteo Rovere, Edoardo De Angelis, Sydney Sibilia, Gabriele Mainetti, Francesco Amato, Piero Messina, Susanna Nicchiarelli, Margherita Spampinato, Alessandro Celli, Giulio Steigerwalt, Claudio Noce ed Enrico Maria Artale.
Per il cinema di animazione sono passati anche Simone Massi e Nico Bonomolo.
In qualche modo sono arrivati al nostro festival prima di affermarsi. Nel cinema, quando non si è figli d’arte, bisogna affrontare una lunga gavetta, partecipando ai festival e seguendo tutto il percorso necessario. Se si è bravi, alla fine si riesce a emergere.

In ventotto anni il festival è cambiato radicalmente oppure ha conservato i valori originari?
I valori originari sono stati conservati. Lo dimostra anche il fatto che il festival sia cresciuto continuando a svolgersi sempre nella stessa città e nello stesso paese. Utilizziamo ancora il cinema storico. Successivamente è stato costruito anche un anfiteatro, ma dal 1998 esiste una programmazione all’interno di quel cinema.
Soltanto durante la pandemia abbiamo utilizzato esclusivamente l’anfiteatro. Siamo comunque riusciti a realizzare il festival dal vivo sia nel 2020 sia nel 2021, organizzandolo durante una settimana di agosto. Il festival si è evoluto gradualmente. Siamo partiti dalla sezione storica dedicata ai cortometraggi e, con il passare degli anni, abbiamo aggiunto numerose altre categorie.
Oggi abbiamo 23 sezioni competitive, con almeno cento o centocinquanta lavori partecipanti per ognuna di esse. Credo che “Inventa un Film” sia il festival italiano con il maggior numero di sezioni competitive.

Quali sono le principali sezioni?
Oltre ai cortometraggi, dopo il 2010 abbiamo inserito anche i lungometraggi e successivamente i mediometraggi. La sezione dedicata alle scuole è una delle più antiche ed esiste dal 2002 o dal 2003. Abbiamo poi diverse sezioni tematiche, tra cui quella dedicata all’ambiente.
Collaboriamo con Emergency e siamo stati il primo festival a promuovere un concorso specificamente dedicato al ripudio dei conflitti bellici con la sezione “Per un mondo senza guerra. Una giuria di Emergency valuta le opere e assegna il premio al cortometraggio ritenuto più significativo.
Ci sono inoltre sezioni dedicate ai videoclip, ai documentari, all’animazione, alle anteprime e al tema delle migrazioni. Un’altra iniziativa importante è la Finestra Sociale. Una parte è a tema libero, mentre un’altra viene realizzata in collaborazione con l’Associazione Italiana Persone Down Sud pontino.
Abbiamo affrontato il tema della disabilità cercando di andare oltre gli stereotipi e selezionando opere capaci di offrire una rappresentazione autentica e non convenzionale.
Esiste infine una sezione dedicata al territorio, riservata ai cortometraggi realizzati nel Sud Pontino e nel Sud del Lazio.

Il nome “Inventa un Film” vi ha aiutato oppure, con il tempo, ha creato qualche difficoltà?
Paradossalmente, in alcuni casi ci ha penalizzato. Oggi, se dovessi fondare un nuovo festival, probabilmente non sceglierei questo titolo, perché chi non ne conosce la storia potrebbe non percepirne immediatamente il carattere professionale e prestigioso.
Il nome può sembrare quello di una piccola iniziativa creativa o di un concorso amatoriale. In realtà “Inventa un Film” è diventato un festival affermato. Chi non conosce il nostro percorso potrebbe ritenere più autorevole un titolo altisonante. Noi, però, abbiamo scelto di mantenere il nome originario.
È anche una scelta romantica: conservarlo significa non rinnegare le nostre origini e mantenere una certa umiltà.

Che cosa si cerca oggi in un cortometraggio?
Nel cortometraggio troviamo molta ricerca e una maggiore libertà espressiva. Nei lungometraggi, invece, riscontriamo spesso opere molto legate alle produzioni importanti. Proprio perché dipendono da investimenti rilevanti e da strutture produttive più complesse, si tende a osare molto meno.
Nel cinema breve emergono invece idee brillanti, originali e innovative. Questa situazione dovrebbe far riflettere anche sulle condizioni del cinema italiano. In questo momento storico è proprio nel cortometraggio che troviamo alcune delle proposte più interessanti.
In quali settori il cinema italiano è oggi particolarmente competitivo?
Soprattutto nell’animazione, gli italiani stanno attraversando un periodo molto positivo. Da diversi anni l’Italia occupa una posizione di primo piano, a livello internazionale, nel settore dei cortometraggi di animazione. Siamo molto forti anche nel documentario.
Per quanto riguarda invece la fiction e i lungometraggi, soprattutto nel confronto con le grandi produzioni internazionali siamo forse un po’ più carenti. Spesso si tende a seguire sempre lo stesso cliché e a percorrere strade già conosciute. Manca il coraggio di osare. Si pensa che una strada già percorsa sia più sicura e permetta di ridurre il rischio.
Questo problema riguarda anche la televisione?
Certamente. Molti programmi televisivi sono quasi tutti uguali. A volte sembra che si ritenga il pubblico meno intelligente di quanto sia realmente.
Secondo me bisognerebbe proporre anche contenuti più complessi e innovativi. Dovremmo avere maggiore fiducia negli spettatori, perché sono perfettamente capaci di comprendere proposte diverse e più impegnative.
Parliamo di “Fiabexit”. Perché hai scelto questo titolo?
Il titolo richiama volutamente parole come Brexit e Italexit. Esprime quindi l’idea di un’uscita: in questo caso, l’uscita dal mondo delle fiabe. “Fiabexit” lascia volutamente un dubbio. Non è chiaro se i protagonisti siano davvero personaggi delle fiabe usciti dal proprio mondo e catapultati nella realtà contemporanea, dove vengono considerati diversi, isolati e osservati in maniera particolare.
Oppure potrebbero essere persone reali che, a causa della propria condizione, credono di essere personaggi delle fiabe. Il film mantiene aperte entrambe le interpretazioni e lascia allo spettatore questo interrogativo.
Ti aspettavi una risposta così importante da parte dei festival internazionali?
Mi aspettavo che fosse un buon lavoro, ma non immaginavo un successo di queste dimensioni. “Fiabexit” è stato, secondo le classifiche pubblicate da CinemaItaliano.info, il cortometraggio italiano più premiato del 2024 e dell’intero quinquennio compreso tra il 2021 e il 2025. Ha ottenuto circa 150 premi e 235 selezioni.
Non siamo noi ad affermarlo autonomamente. Si tratta di dati pubblicati da una testata che da diversi anni elabora classifiche relative alle opere italiane più premiate. Avendo visto moltissimi cortometraggi, possiedo un punto di osservazione privilegiato. Chi scrive una storia può pensare di avere realizzato qualcosa di originale senza rendersi conto che esistono cento opere molto simili.
Vedendo tanti lavori si comprende meglio dove possa esserci realmente un elemento innovativo e quali strade sia preferibile non percorrere.
Ero consapevole del valore del cortometraggio, ma non mi aspettavo tutti questi riconoscimenti.
I premi sono arrivati soprattutto da persone che non conoscevi.
Sì, ed è un aspetto che attribuisce ancora più valore al risultato. Tra i circa 150 direttori artistici e responsabili dei festival che hanno premiato il film, prima dei riconoscimenti ne conoscevo personalmente soltanto tre o quattro.
Quando vieni premiato da qualcuno che non conosci, o che addirittura sbaglia il tuo nome durante la presentazione, hai la certezza che non ti abbia scelto per amicizia o per rapporti personali, ma perché ha realmente apprezzato il lavoro.
“Fiabexit” è stato premiato anche in festival dedicati alla salute mentale e alla neurodiversità.
Il tema emerge dal dubbio che accompagna l’intero cortometraggio. Nel corso del film si comprende che i protagonisti potrebbero non essere realmente personaggi delle fiabe, ma persone ricoverate in una struttura perché affette da problemi psicologici o psichiatrici.
Il cortometraggio gioca sul confine tra immaginazione e realtà. Affronta il tema dell’isolamento, della percezione della diversità e del modo in cui vengono osservate e giudicate le persone che appaiono diverse, senza fornire una risposta definitiva.
Qual è il tuo metodo per costruire una storia e i suoi personaggi?
Il mio metodo parte spesso dalle persone che ho a disposizione. Non parto necessariamente dalla storia per poi cercare i personaggi e gli interpreti. Molte volte osservo gli attori disponibili e costruisco la storia intorno alle loro caratteristiche. Può trattarsi di un dettaglio apparentemente secondario, di un difetto fisico, di un modo di parlare o di un tratto caratteriale. Inserisco quella caratteristica nella sceneggiatura e costruisco un ruolo nel quale quella persona possa essere realmente adatta.
Un attore che in un normale casting potrebbe non essere scelto proprio per una sua particolarità può invece diventare indispensabile per un personaggio scritto appositamente per lui. È un metodo che utilizzavo anche quando realizzavo opere teatrali.
Come è nata la collaborazione con Jab per la regia di “Fiabexit”?
Jab è la sigla dietro la quale lavorano i registi Lorenzo Giovenga e Giuliano Giacomelli. Li conoscevamo perché avevano già vinto una precedente edizione del nostro festival con un cortometraggio.
Esisteva quindi un rapporto di conoscenza e di stima. Ci è sembrato naturale affidare loro la regia, anche perché avevano già dimostrato il proprio valore. La loro visione artistica è in parte diversa dalla mia, e proprio questa differenza ha contribuito alla realizzazione del lavoro.
Hai collaborato anche con Valerio Vestoso.
Per il secondo cortometraggio la supervisione artistica è stata affidata a Valerio Vestoso, anche lui vincitore di una precedente edizione del festival. Valerio ha un’impostazione più autoriale ed è molto vicino alla mia sensibilità. Nasce soprattutto come sceneggiatore e, secondo me, è uno degli sceneggiatori più bravi in Italia. La collaborazione con lui è stata molto vicina dal punto di vista della scrittura e dell’impostazione autoriale.
Secondo te un regista deve essere necessariamente anche sceneggiatore?
Non necessariamente. Uno dei problemi del cinema italiano è che molti registi hanno iniziato a fare anche gli sceneggiatori. Essere registi, però, non significa automaticamente saper scrivere una sceneggiatura. Molti registi dovrebbero affiancarsi a sceneggiatori professionisti e avere l’umiltà di riconoscere la specificità dei diversi ruoli.
Secondo me funziona meglio il percorso contrario: uno sceneggiatore che acquisisce anche esperienza di regia offre maggiori garanzie, perché la regia può diventare funzionale alla storia.
Nel 2026, con “I Fantastici 4×2”, sei diventato anche regista.
Sì, anche se continuo a definirmi soprattutto uno sceneggiatore. Stando sul set e seguendo direttamente tutte le fasi della lavorazione si acquisisce esperienza. Come regista, però, devo ancora lavorare moltissimo e ho ampi margini di miglioramento. Sono pienamente consapevole di questo.
Di che cosa parla “I Fantastici 4×2”?
Il cortometraggio coinvolge alcuni ragazzi dell’Associazione Italiana Persone Down del Sud Pontino. La storia affronta il tema della disabilità e dell’inclusione, ma lo fa attraverso il linguaggio della commedia.
Il titolo è una parodia dei celebri Fantastici Quattro. Lo spettatore scoprirà in che modo i protagonisti esercitano i propri particolari poteri. Il cortometraggio mostra che l’unione fa la forza e che, attraverso la collaborazione, le caratteristiche dei singoli possono trasformarsi in una risorsa comune.
Il cortometraggio ha già ottenuto numerosi riconoscimenti.
Attualmente è già tra i cortometraggi italiani più premiati del 2026. Abbiamo ottenuto circa 35 premi e 54 selezioni. Spero che il percorso de “I Fantastici 4×2” possa confermare, almeno in parte, quello di “Fiabexit”.
Quando due opere differenti ottengono numerosi riconoscimenti, una nel 2024 e l’altra nel 2026, diventa più evidente che non si tratta soltanto di fortuna. Probabilmente esistono una capacità, un metodo e una qualità riconosciuti.
Come vivi questo successo?
La parola “successo” deve essere interpretata. Nel mondo dei cortometraggi e dei festival, il riconoscimento non coincide necessariamente con una notorietà televisiva o nazionale immediata. È un successo conosciuto soprattutto dagli addetti ai lavori. Non è che io vada in giro e la gente mi fermi per chiedermi un autografo.
Il successo consiste soprattutto nel continuare a cercare occasioni, selezioni e festival nei quali presentare il lavoro. È un percorso fatto di continuità, ricerca e partecipazione.
Esiste un filo conduttore tra “Fiabexit” e “I Fantastici 4×2”?
Sì. Entrambi cercano di trasmettere messaggi importanti, affrontandoli anche attraverso l’ironia.
“Fiabexit” ha un tono più cupo e drammatico, mentre “I Fantastici 4×2” è più vicino alla commedia. Tuttavia, nessuno dei due è esclusivamente drammatico o puramente comico. Un altro elemento comune è la coralità.
Sono cortometraggi di circa quindici o venti minuti, ma non sono costruiti intorno a uno o due protagonisti. In entrambe le opere compaiono trenta o quaranta personaggi. Questa struttura rende il ritmo più veloce e mantiene alta l’attenzione dello spettatore.
Entrambe le opere sono state girate a Lenola.
Abbiamo coinvolto persone, associazioni e diverse zone del paese. Con “I Fantastici 4×2” abbiamo cercato anche nuove location che non erano state utilizzate in “Fiabexit”, contribuendo alla valorizzazione del territorio.
Quanto è importante per te mantenere il festival a Lenola?
Il territorio è fondamentale. Dopo tanti anni non è semplice continuare a realizzare un festival in un piccolo paese. Soprattutto all’inizio si avverte la tentazione di trasferirsi in una città più grande o di avvicinarsi a Roma. Noi, invece, abbiamo resistito e abbiamo continuato a realizzare il festival a Lenola, anche in situazioni non semplici.
Ancora oggi organizzare una manifestazione di questo livello in un paese di circa quattromila abitanti non è facile. Bisogna far comprendere alle istituzioni che un evento realizzato in un piccolo centro può avere una qualità paragonabile, e talvolta superiore, a quella di manifestazioni organizzate nelle grandi città.
Spesso il luogo condiziona la percezione. Quando si sente dire che un festival si svolge a New York, si tende automaticamente a considerarlo importante. Tuttavia, il fatto che una manifestazione si svolga in una metropoli non rappresenta di per sé una garanzia assoluta di qualità.
È più difficile anche convincere gli ospiti a raggiungere un piccolo centro?
Certamente. Oggi riusciamo a far venire sul territorio registi, giurati e professionisti del cinema che hanno imparato a conoscere il festival. Organizzare una manifestazione a Roma o a Napoli, però, è più semplice. Se dici a una persona che l’evento si svolge in una grande città, non devi spiegare dove si trovi.
Trascorrere un fine settimana a Roma o a Napoli esercita inevitabilmente un richiamo maggiore rispetto al recarsi in un paese di quattromila abitanti. Per questo organizzare un festival a Lenola richiede uno sforzo ulteriore.
Parliamo del concorso letterario “Tre Colori”. Quale rapporto esiste tra letteratura e cinema?
Il rapporto è molto stretto. Molti autori, soprattutto sceneggiatori, scrivono opere che possiedono già una forte componente cinematografica. Anche chi si occupa di narrativa o di romanzi racconta spesso di essersi sentito dire: “Questo libro sembra già un film”.
Un concorso letterario organizzato da un festival cinematografico possiede quindi un fascino particolare. Gli autori possono pensare che la loro opera non venga letta soltanto da una giuria letteraria tradizionale, ma anche da registi, sceneggiatori e produttori.
La vittoria può portare alla realizzazione di un film?
Non esiste un automatismo. La vittoria del concorso non comporta direttamente la realizzazione di un film. Può accadere che un’opera non premiata sia persino più facilmente adattabile rispetto a quella vincitrice.
Un libro ambientato in un contesto semplice e con pochi personaggi può essere più realizzabile, dal punto di vista produttivo, rispetto a un’opera di grande qualità ambientata sulla Luna e caratterizzata da costi elevati.
Il premio valuta soprattutto la qualità letteraria, ma la fattibilità cinematografica segue criteri differenti. Il nostro obiettivo è comunque offrire ai partecipanti una possibilità concreta. Registi e professionisti del settore leggono le opere selezionate o premiate.
Non possiamo promettere una trasposizione cinematografica, ma possiamo fare in modo che i testi vengano conosciuti da chi opera realmente nel cinema.
Perché avete scelto il titolo “Tre Colori”?
Il titolo richiama la trilogia cinematografica di Krzysztof Kieślowski: Film blu, Film bianco e Film rosso. Abbiamo associato il blu alla poesia, il bianco alla narrativa e il rosso alla sceneggiatura. Successivamente abbiamo introdotto anche la sezione dedicata ai libri e ai romanzi, aggiungendo il bianco avorio.
Il titolo nasce quindi da un riferimento cinematografico, coerente con l’identità del festival.
Quante opere ricevete?
Ogni anno riceviamo più di duemila opere, inviate da circa ottocento autori. Ogni partecipante può presentare fino a tre lavori per ciascuna sezione.
Le premiazioni dedicate a poesia, narrativa e sceneggiatura si svolgono durante le prime serate del festival, mentre quella riservata ai libri viene organizzata in una giornata invernale.
“Tre Colori” non è una manifestazione separata, ma una delle sezioni di “Inventa un Film”.
Quali caratteristiche deve avere un testo letterario per poter diventare un film?
Dovrebbe essere costruito in maniera abbastanza visiva. Chi scrive un libro dovrebbe provare a immaginare il testo anche sotto forma di immagini, sequenze e situazioni. Naturalmente un romanzo e una sceneggiatura seguono regole differenti. Ci si può ispirare alla storia, alle ambientazioni e ai personaggi, ma successivamente bisogna trasformare tutto in una vera sceneggiatura.
Un’opera che vuole ottenere un riconoscimento più ampio dovrebbe inoltre affrontare tematiche universali. Una storia può essere molto forte all’interno del proprio territorio, ma il pubblico di un’altra regione o di un altro Paese potrebbe non conoscere quel personaggio o quell’avvenimento. Bisogna quindi coinvolgere il territorio senza realizzare un’opera valida esclusivamente per quel contesto.
Quali sono gli errori più frequenti commessi dai giovani autori?
Per quanto riguarda racconti e sceneggiature, alcuni degli errori più gravi sono quelli ortografici e grammaticali. Può sembrare banale, ma questi errori rischiano di compromettere la valutazione dell’intero lavoro. Fino a quattro o cinque anni fa, circa il cinquanta o sessanta per cento delle sceneggiature che ricevevamo conteneva errori molto evidenti.
Un testo può contenere un’idea straordinaria, ma se è scritto in modo trascurato perde immediatamente credibilità. Dal punto di vista cinematografico, un altro errore frequente è utilizzare sempre gli stessi cliché. Non significa che determinati elementi non possano essere utilizzati, ma bisogna trovare una maniera personale e originale per raccontarli.
Ci sono anche problemi di chiarezza narrativa?
Un altro errore riguarda la linearità del racconto. Alcuni autori pensano che tutto ciò che hanno immaginato sia automaticamente comprensibile anche allo spettatore. Chi scrive conosce perfettamente la storia, i personaggi e i collegamenti tra le diverse scene. Può quindi dare per scontati alcuni passaggi.
Il fatto che l’autore comprenda la storia, però, non significa che anche il pubblico riesca a seguirla nello stesso modo. Bisogna fare in modo che ciò che l’autore ha immaginato diventi visibile anche per chi guarda.
L’intelligenza artificiale rappresenta un’opportunità per il cinema indipendente?
Può essere utile come supporto, ma non deve sostituire la creatività umana. Se una persona affida completamente la propria creatività all’intelligenza artificiale, difficilmente riuscirà a ottenere un prodotto davvero valido.
Può aiutare a ridurre il lavoro, a organizzare alcune attività, a elaborare una domanda o un dialogo e a svolgere compiti burocratici e ripetitivi. Può essere utile anche nell’organizzazione di un festival. Non dovrebbe però mai prendere il posto dell’autore. Ciò che manca all’intelligenza artificiale è la capacità di creare qualcosa di realmente personale e originale.
Quali difficoltà incontra oggi il cinema indipendente italiano?
Una delle principali difficoltà riguarda la capacità di chi detiene un potere decisionale, come le produzioni, di comprendere realmente il valore dei lavori presentati. Esiste una forte autoreferenzialità. In alcuni ambienti si tende a considerare automaticamente più brava la persona che già si conosce rispetto a quella che non si conosce.
Naturalmente, per lavorare insieme è importante costruire un rapporto e una certa sintonia. Il problema nasce quando il rapporto personale diventa più importante del valore effettivo del lavoro. Nel sistema cinematografico manca ancora meritocrazia. Dovrebbero esserci meno conoscenze e più merito.
Quali film e registi ti hanno influenzato?
Non c’è un solo autore che mi abbia influenzato in maniera esclusiva.
Tra i film che amo particolarmente ci sono “C’era una volta in America”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, “Le ali della libertà”, “L’esercito delle dodici scimmie”, “Nuovo Cinema Paradiso” e “Pulp Fiction”.
Sono opere molto diverse tra loro, realizzate da registi con stili completamente differenti. Non credo quindi di avere un unico modello.
Nel cinema italiano contemporaneo vedi nuovi grandi maestri?
Negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta il cinema italiano poteva contare su figure straordinarie. Oggi non vedo ancora un nuovo Federico Fellini, un nuovo Sergio Leone o un nuovo Mario Monicelli. Non significa che tutto ciò che appartiene al passato sia necessariamente migliore. Tuttavia, in questo momento, non mi sembra di vedere registi della stessa forza autoriale.
Può capitare che, per alcuni anni, non emergano figure eccezionali. Accade nello sport, nell’automobilismo e probabilmente anche nel cinema. Ci sono periodi nei quali nascono personalità capaci di segnare un’epoca e altri nei quali, pur essendoci professionisti validi, non emergono figure dello stesso livello.
Torna anche in questo caso il problema della meritocrazia?
Il cinema, per certi aspetti, assomiglia al calcio. Nel calcio, se un giocatore non sa fare quattro palleggi, difficilmente viene inserito in squadra. Nel cinema, invece, accade talvolta che vengano assegnati finanziamenti molto consistenti a produzioni o persone che non hanno ancora dimostrato adeguate capacità. È come se si affidasse una squadra a qualcuno che non sa nemmeno palleggiare. La disponibilità economica non sempre corrisponde alla qualità artistica o professionale del progetto.
Hai già una nuova sceneggiatura o un progetto futuro?
Di solito preferisco scrivere una sceneggiatura quando so di poterla realizzare. In questo momento non ho nulla di completamente pronto nel cassetto. Non voglio innamorarmi eccessivamente di una storia che, magari, non avrei poi la possibilità concreta di girare. Quando si scrive bisogna considerare anche gli aspetti produttivi.
Se il progetto deve essere realizzato sul territorio, la sceneggiatura viene costruita in un certo modo. Se invece bisogna girare altrove, cambiano le location, le esigenze e l’intera impostazione. Ho alcune idee e diversi spunti, ma al momento non esiste una nuova sceneggiatura già completata.
Se dovessi riassumere in una frase il significato del cinema nella tua vita, quale sceglieresti?
Direi: «Un sogno da realizzare».
Sia a livello di festival sia dal punto di vista autoriale, il cinema rappresenta un sogno da realizzare. Un sogno, però, non si realizza da solo. Bisogna costruirlo attraverso il sacrificio, la volontà, l’assiduità e la costanza. Non basta addormentarsi e aspettare che il giorno successivo diventi realtà. Servono anni di lavoro, conoscenza, esperienza e sacrifici.
Il sogno deve essere costruito giorno dopo giorno.