Minori e allontanamenti, Federica Guagliardo: «La famiglia va sostenuta, i bambini devono essere ascoltati»
ITALYREVIEW – MASSIMILIANO SPINELLA
Cresciuta in un piccolo paese alle pendici dell’Etna, Federica Guagliardo riconduce la propria vocazione agli insegnamenti ricevuti in famiglia: il valore del lavoro, il senso del dovere, la generosità e l’attenzione agli altri. Nel suo racconto, il ricordo dei genitori uniti nell’affrontare le difficoltà rappresenta una delle radici del suo interesse per i legami affettivi.

«Ciò che siamo oggi nasce anche da ciò che abbiamo ricevuto ieri. E io, dalla mia famiglia, ho ricevuto soprattutto il valore del sacrificio, il senso del dovere e la capacità di donare agli altri», racconta.
A diciotto anni lascia il paese per studiare psicologia a Palermo, una scelta difesa con determinazione davanti alle iniziali preoccupazioni dei genitori. Concluso il percorso universitario in cinque anni, comincia a lavorare in un consultorio familiare, raggiungendo l’indipendenza economica e trasferendosi nel centro di Catania. Prosegue poi la formazione a Roma, specializzandosi in psicoterapia psicoanalitica presso la SIPP – Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica.
Per circa vent’anni ha svolto attività presso un Consultorio Familiare convenzionato con l’ASP, occupandosi di famiglie in difficoltà, separazioni, affidamento dei minori e sostegno alla genitorialità. Un’esperienza che ha contribuito a consolidare la sua attenzione alla storia delle persone e alle risorse che possono aiutarle ad affrontare le fragilità.
All’attività clinica privata affianca quella di Consulente Tecnica di Parte nei procedimenti riguardanti la responsabilità genitoriale e la tutela minorile. Socia della Società Italiana di Psicoterapia Forense, è tra le fondatrici dell’Associazione Galatea – Centro Antiviolenza, costituita nel 2012 per offrire ascolto e sostegno alle donne vittime di violenza. È inoltre autrice di opere sulla dipendenza affettiva e sulle separazioni familiari, tra cui “Figli rubati – Il bosco dell’angoscia” dedicato alla vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”.
«Dalla psicologia ho imparato che dietro ogni comportamento esiste una storia e che nessun essere umano può essere davvero compreso senza provare ad ascoltarla», sottolinea.

Nell’intervista la dott.ssa Guagliardo espone una posizione fortemente critica verso gli allontanamenti che ritiene evitabili e propone un rafforzamento degli interventi preventivi e dei controlli indipendenti.
Dottoressa Guagliardo, partiamo dalla domanda più scomoda: in Italia ci sono bambini allontanati dalla propria famiglia che avrebbero potuto continuare a vivere con i loro genitori?
«Assolutamente sì. Ci sono bambini che potevano continuare a vivere con i loro genitori, perché un allontanamento per me è un fallimento, ovvero è proprio il fallimento dei servizi, laddove non siamo stati in grado, capaci, di tenere unita la famiglia.
Quindi l’allontanamento deve essere previsto solo come misura estrema in caso di abusi, violenza o grave rischio di vita. Per gli altri casi è solo un grande fallimento».
Quando parliamo di “tutela del minore”, dove finisce la necessità di proteggerlo e dove può cominciare il rischio di provocargli un nuovo trauma?
«Tutelare un bambino significa tutelare, conservare, preservare, sostenere il legame affettivo con le proprie figure di riferimento. Perché? Perché è il legame affettivo continuo che gli permetterà poi di crescere in maniera sana.
Tutelare significa agire tempestivamente nei casi di violenza e abusi, solo in questo caso».
Cosa accade psicologicamente a un bambino quando viene portato via improvvisamente dalla propria casa e separato dai genitori?
«Il bambino in questi casi viene esposto a un grave trauma, il trauma della separazione. Cioè questo legame subisce un break, una rottura interna. Consideriamo anche che, quando avviene un allontanamento forzato, questo rimane nella mente di un bambino come una fotografia mentale.
Quindi nel corso della vita, in base agli eventi stressanti che ci saranno, perché fanno parte della vita, andrà sempre a recuperare questa fotografia.
Perché è una fotografia troppo forte, troppo violenta per un bambino che comunque non comprende perché lo stanno allontanando dalla propria famiglia di origine, e non lo può comprendere».

Lei è arrivata ad esporsi pubblicamente su questo tema. C’è stato un caso, un incontro o un bambino che le ha fatto capire che non poteva più limitarsi alla sua attività professionale?
«Sì, c’è stato il caso di una mamma disperata che mi ha contattata perché la bimba era costretta a fare degli incontri con il padre, nonostante non volesse farli, e la CTU stabilì che questa bambina praticamente rischiava di andare in comunità.
Quindi abbiamo dovuto adottare una serie di strategie, lo dico: strategie, fino a portare questa bambina davanti al giudice e quindi riuscire ad ascoltarla.
Quello che mi ricordo ancora oggi è che questo giudice disse a questa bambina: “Nessuno, da oggi in poi, ti obbligherà a fare qualcosa”. Siamo riusciti a salvare una bambina che già aveva un posto in comunità».
Esiste una differenza, dal punto di vista psicologico, tra un allontanamento graduale e un prelevamento traumatico? Quali conseguenze possono lasciare nel tempo?
«Esiste una differenza enorme, perché la gradualità permette al bambino di essere preparato a quelli che sono i passaggi progressivi che preservano proprio questa continuità dei suoi legami affettivi.
Quando è forzato, lì c’è una rottura, il legame si rompe. Quindi noi causiamo questa rottura dentro il bambino.
Ma pensiamo solo al fatto che, quando una mamma porta il bambino da piccolino all’asilo, questo inserimento viene fatto gradualmente. Perché? Perché il bambino deve abituarsi all’idea che la mamma, anche se non la vede, tornerà da lui. Questo gli farà sviluppare la fiducia di base.
Ecco qual è la differenza. E lo facciamo tutti. Anche i maestri sono preparati, lo fanno gradualmente. Quindi è una norma».

Lei ha affermato pubblicamente che le famiglie hanno bisogno di essere “aiutate, sostenute, comprese nelle loro fragilità”. Cosa dovrebbe fare concretamente lo Stato prima di arrivare all’allontanamento?
«È semplice: deve mettere in atto delle misure preventive o delle misure proprio di tutela a sostegno della famiglia prima che avvenga un allontanamento, non dopo. Perché se subito l’intervento è quello di allontanare i bambini, già il trauma si è creato, non si può più tornare indietro.
Invece, prima di un allontanamento, ci sono una serie di servizi che sono a tutela della famiglia. Per esempio, io sto seguendo il caso di Lanciano. Adesso stanno facendo un’educativa domiciliare, senza i bambini in casa, che non facevano prima di allontanarli. Questa è una domanda che merita anche una risposta.
Perché, giustamente, noi dobbiamo tutelare questi bambini. Tutelare significa preservare i legami con i loro genitori. Dobbiamo fare di tutto per evitare traumi».
Povertà, disoccupazione, una casa considerata inadeguata o uno stile di vita non convenzionale possono pesare nelle valutazioni che portano all’allontanamento? E dove dovrebbe essere posto il limite?
«Oggi purtroppo gli elementi di criticità, che possono essere la casa disordinata, dei problemi economici o dei problemi conflittuali tra genitori, vengono affrontati con l’allontanamento.
Io invece ritengo, lo dico con forza, lo dico proprio sia professionalmente che umanamente, che queste sono criticità che possono essere risolte.
Quindi anche qui dobbiamo stare attenti: le criticità per avviare un allontanamento sono solo i casi gravi di abuso, di violenza, di rischio di vita. Per gli altri casi si può intervenire benissimo».
Quanto potere hanno le relazioni dei servizi sociali nel determinare il destino di una famiglia? E quali garanzie dovrebbero esserci contro valutazioni eventualmente sbagliate?
«Sicuramente le relazioni fatte dai servizi hanno un peso enorme. Io lo so perché per vent’anni ho lavorato proprio all’interno di un consultorio familiare ASP e so quanto valore hanno queste relazioni, come quella dello psicologo, come quella del curatore: sono relazioni che hanno un peso enorme.
Quindi che cosa significa questo? Che il destino di un bambino può realmente essere cambiato da queste relazioni. È chiaro che il giudice si attiene alle relazioni che gli pervengono. Allora dobbiamo stare veramente molto attenti.
Forse un organo terzo, un organo neutrale, un’équipe che sia veramente esterna, libera quindi un po’ da queste vicende, potrebbe dare qualcosa di più neutrale, di più imparziale e aiuterebbe tantissimo anche il giudice a prendere delle decisioni importanti».

Il bambino viene realmente ascoltato durante questi procedimenti oppure rischia che siano sempre gli adulti a parlare e decidere per lui?
«Questo lo dico veramente con amarezza, dalla mia esperienza. La legge riconosce al bambino il diritto di essere ascoltato dai dodici anni in poi, e prima se è capace di discernimento. Però, ahimè, dalla mia esperienza vedo bambini sempre meno ascoltati, per non dire per nulla ascoltati.
Questi bambini lo dicono: “Voglio tornare con mamma”, “Voglio mamma”, “Voglio papà”, “Portatemi a casa”. Lo dicono, lo esprimono, lo urlano. Nessuno li ascolta, nessuno, neanche gli operatori spesso coinvolti, proprio quelli che dovrebbero aiutarli dopo un allontanamento.
Perché dopo un allontanamento ci sono delle conseguenze importanti su un bambino e lo vediamo dai sintomi che poi vengono fuori».
E se un bambino dicesse chiaramente “voglio tornare da mamma e papà”, quanto dovrebbe pesare quella volontà?
«Al novanta per cento, perché un bambino dice la verità. Noi pensiamo che non sia in grado, perché è piccolo, non è in grado. Ma un bambino, anche già a sei anni, a sette anni, lo sa cosa vuole fare, lo sa con chi vuole stare, lo sente, sa perfettamente quello che vuole.
Eppure non viene ascoltato, non viene tenuto in considerazione. Quindi alla fine diventa una pallina veramente nelle mani di chi? Tra genitori e operatori. C’è come una lotta, fanno a ping-pong con questi bambini».
Una volta entrato in una casa famiglia o in una comunità, chi verifica nel tempo che quel bambino stia effettivamente meglio rispetto a quando viveva con la propria famiglia?
«Generalmente vengono fatte delle valutazioni in itinere dagli stessi operatori che comunque sono coinvolti nella vicenda.
Ora, secondo me, secondo la mia esperienza, si dovrebbe anche qui creare qualcosa di diverso, cioè una vigilanza sempre effettuata da persone estranee al coinvolgimento giudiziario, persone al di fuori, neutrali e imparziali, che vanno in comunità e vanno veramente a controllare il benessere di questi figli.
Perché io ho visto bambini dentro le comunità che, invece di migliorare, vanno a peggiorare. E lo si vede anche con il rendimento scolastico, o vengono bocciati. Questi sono chiari segnali di un malessere. Il bambino sta manifestando il suo malessere, però anche qui nessuno fa niente».
Esiste, secondo lei, un problema di controlli sulle strutture che accolgono i minori? E servirebbe una maggiore trasparenza anche sui costi sostenuti dallo Stato?
«Io penso una cosa: come fanno i blitz all’interno delle famiglie? Perché entrano dentro, no? Ormai entrano a casa, spalancano, rompono le porte. Perché non lo si fa anche all’interno delle comunità?
Servirebbe maggiore trasparenza. Non ce n’è attualmente. Noi non viviamo in un sistema di trasparenza proprio a trecentosessanta gradi, non ce n’è.
Una volta che si chiudono anche le porte dei servizi, della comunità, non sappiamo più nulla. Un genitore, per esempio, non sa, non è a conoscenza di come sta suo figlio. Molto spesso per mesi non lo può vedere. Quindi non c’è trasparenza a tutti i livelli».
C’è poi una domanda delicatissima: quando un allontanamento si rivela successivamente ingiustificato o basato su valutazioni errate, chi risponde delle conseguenze psicologiche subite dal bambino?
«Nessuno. Ne risponde il genitore, che molto spesso è lasciato da solo, da solo ad affrontare i problemi conseguenziali di un bambino che ha subito un allontanamento.
Per esempio, il caso di una ragazza che è uscita fuori dalla comunità dopo circa tre anni che era lì dentro ed è rientrata in famiglia. Lei stessa, la cito anche nel mio libro, mi ha detto: “Nessuno mi toglierà questi traumi. Io sono cambiata, sono un’altra ragazza oggi, non sono più quella di una volta. Mi hanno tolto una parte vitale di me stessa”».
Lei si è occupata pubblicamente del caso della cosiddetta “famiglia nel bosco”. Perché quella vicenda l’ha colpita così profondamente e quali aspetti considera emblematici di un problema più generale?
«Questi tre bambini tolti da una famiglia che realmente viveva di cose semplici, di cose anche più autentiche, più vere. Bambini che, davanti agli occhi di tutti, erano bambini felici.
A me questo fatto di essere stati così strappati dai loro genitori ha veramente fatto male, tanto che io sono anche andata a Palmoli. Sono andata ad abbracciare mamma Catherine e anche papà Nathan, per dare loro forza.
Io ho scritto anche un libro di loro, “Il bosco dell’angoscia”. Ma il bosco dell’angoscia non sono loro, ma sono tutti gli operatori che hanno avuto a che fare con loro, che non sono riusciti a tollerare la diversità. La diversità fa paura».
Lei ha detto: “Continuerò a lottare perché questa legge venga cambiata”. Quale legge o quali procedure ritiene necessario modificare e, soprattutto, come?
«Lo dico con forza: farò di tutto, assolutamente sì, perché trovo che ci siano delle ingiustizie profonde che vanno cambiate. Bisogna cambiare tutto il sistema minorile.
Forse sembra anche un progetto utopico il mio, ma cercherò veramente di mettere a servizio sia la mia umanità sia la mia professionalità.
I cambiamenti sono tanti: dal sistema dei servizi sociali, dal controllo su questi allontanamenti, dal controllo in comunità, da procedure anche importanti dopo, post allontanamento, che non vengono assolutamente attuate. Quindi sono tante le cose su cui veramente dobbiamo lavorare».
C’è chi potrebbe obiettarle che mettere troppo in discussione gli allontanamenti rischia di indebolire gli strumenti necessari per salvare bambini realmente vittime di violenza o abusi. Cosa risponde?
«Penso che i bambini che oggi non ci sono più, come Giovannino, ci fanno capire che comunque, nonostante questi allontanamenti vengano fatti con tanta facilità oggi, con estrema facilità, il fenomeno non l’hanno assolutamente risolto.
C’è una falla che va assolutamente risolta e ce lo dice veramente Giovannino. Lo gridava, gridava che non voleva stare con la mamma, lo diceva che l’avrebbe ucciso. Nessuno l’ha ascoltato, nessuno».
Come si può costruire un sistema capace contemporaneamente di intervenire con fermezza quando un bambino è realmente in pericolo e di evitare separazioni non necessarie?
«Andrebbe intanto cambiata, secondo me, la visione culturale della famiglia, perché si sta andando a livello sociale verso la distruzione della famiglia. Non c’è più il sostegno, non esiste più un sostegno, esiste proprio lo smantellamento della famiglia.
E poi cosa si deve fare? Secondo me, quando si parla di famiglia, dovrebbero esserci anche dei professionisti che sono preparati e formati quando si parla, per esempio, di legami di attaccamento.
Cioè gente più formata, che abbia una visione veramente profonda delle cose e che non si fermi magari al fatto che la casa è disordinata.
Cerchiamo di andare oltre. Cerchiamo di vedere veramente il legame affettivo. Non si vede più, non si dà più valore a questo».
Se domani venisse convocata in Parlamento e avesse cinque minuti per indicare tre cambiamenti immediati al sistema italiano di tutela dei minori, cosa chiederebbe?
«Che i bambini e i loro genitori non devono essere separati, se non per casi gravissimi di vita. Per tutti gli altri, no.
Che un bambino venga ascoltato: i bambini non hanno voce.
E che la famiglia va sostenuta, non distrutta».
Dopo tanti anni da psicologa, qual è la cosa che più la spaventa quando incontra un bambino coinvolto in una separazione forzata dalla propria famiglia?
«Che quel bambino sarà un bambino diverso, sarà un bambino traumatizzato, sarà un bambino che non avrà più fiducia negli adulti, non avrà più fiducia.
Sarà un bambino chiuso, sarà un bambino distaccato anche dalle proprie emozioni, perché la sofferenza porta anche a questo, a chiudersi totalmente.
E noi non possiamo più recuperarlo. Tutto questo non è riparabile. E questo mi fa male, sì, molto».
E voglio chiudere lasciandole completa libertà: cosa direbbe oggi a una madre o a un padre che sta vivendo l’allontanamento del proprio figlio e sente di non essere ascoltato da nessuno?
«Quello che dico a tutti i genitori che mi contattano: di avere la forza, di non cedere, di lottare. Di lottare fino alla fine, di denunciare, di parlare, di gridare quando è il caso, ma di non arrendersi mai».
Si conclude con questo invito ai genitori la riflessione di Federica Guagliardo, che richiama la responsabilità delle istituzioni e dei professionisti coinvolti nella tutela minorile. Dalle sue parole emerge una richiesta precisa: rafforzare la prevenzione, ascoltare i bambini e sostenere le famiglie quando esistono condizioni di sicurezza e possibilità di recupero. Una sfida che impone attenzione a ogni singola storia, perché dietro ogni decisione ci sono un bambino, i suoi affetti e il suo futuro.