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Leonardo e la scala francese: geometrie sacre, vortici e visioni nel cuore di Chambord

Orizzonti d’Arte a cura di Annalisa Di Maria

Annalisa Di Maria, originaria di Alessandria, è studiosa, curatrice artistica ed esperta internazionale d’arte specializzata nell’iconografia pittorica rinascimentale. Membro del Comitato di esperti del Club per l’UNESCO di Firenze.

Esistono configurazioni geometriche che attraversano i secoli come idee viventi, capaci di evolversi preservando intatta la propria carica simbolica. La pianta a croce greca rappresenta un esempio paradigmatico di questa persistenza storica. Originatasi dalle strutture centralizzate della tarda antichità e divenuta tratto distintivo dell’arte bizantina con il suo epicentro a Costantinopoli essa trascende la pura funzione costruttiva per porsi come una vera e propria rappresentazione del cosmo. I quattro bracci di eguale lunghezza, sormontati da una cupola centrale, celebrano l’armonia universale, ponendo l’Assoluto al fulcro dell’esistenza. Sebbene in Occidente tale modello sia stato progressivamente affiancato e, in larga parte, superato dalla croce latina, meglio rispondente alle necessità liturgiche, la croce greca ha mantenuto una presenza costante, in particolare nella tradizione veneziana, dove l’eredità bizantina continua a riflettersi nelle volumetrie e negli spazi. Con l’avvento del Rinascimento, tale schema ha conosciuto una nuova vitalità

(Fig. 1- Veduta della Basilica di San Marco a Venezia, esempio di chiesa medievale a croce greca, foto Ekaterina Kuzmina)

La riscoperta dei classici ha riportato in auge il concetto di perfezione matematica e di geometria sacra, strumenti intellettuali attraverso cui l’uomo umanista cercava di approssimarsi a quell’ideale di perfezione teorizzato da Platone. In questo contesto, il “numero d’oro” (o sezione aurea) si è affermato come il punto di giunzione tra rigore matematico e aspirazione spirituale. Fondandosi sulla filosofia pitagorica, che interpreta l’universo come un sistema ordinato retto da strutture numeriche, la sezione aurea si è distinta come la proporzione privilegiata, capace di declinare l’armonia cosmica in forme equilibrate, osservabili tanto nelle dinamiche biologiche della natura quanto nelle creazioni umane. Questa costante di bellezza, definita da leggi matematiche precise che regolano il rapporto tra le parti e il tutto, ha rappresentato un linguaggio universale. Da Fidia, che ne fece uso nel Partenone, fino a Leonardo da Vinci e agli artisti neoplatonici, il numero d’oro ha permeato la pittura, l’architettura e il pensiero filosofico. In questo percorso, la centralità della croce greca, che eleva la divinità a centro del creato, ha trovato un suggestivo parallelo nella rinnovata centralità dell’essere umano. L’architettura si è così configurata come un ponte tra terra e cielo, elevando l’artista a mediatore tra queste due dimensioni.

Leonardo e la natura come flusso

Leonardo da Vinci osservava la natura non come un insieme di forme statiche, bensì come un organismo vivente pervaso da un moto incessante. La sua indagine sul moto perpetuo non va interpretata come un mero sforzo ingegneristico verso un’impossibile macchina, quanto piuttosto come una profonda esplorazione metafisica sull’energia vitale e inesauribile che governa l’universo. In questo contesto, il vortice assurge a figura emblematica: nei suoi studi, esso incarna la sintesi ideale tra ordine e caos, offrendo una chiave interpretativa fondamentale per decodificare le leggi del reale. Con eccezionale lungimiranza, Leonardo intuì i principi della fluidodinamica secoli prima del loro riconoscimento scientifico, eleggendo il movimento a vera e propria essenza della realtà. Parallelamente a queste speculazioni dinamiche, il suo pensiero trovava espressione in una rigorosa ricerca geometrica, manifestata nella progettazione di architetture a pianta centrale, cupole maestose e croci greche, dove l’armonia delle forme rifletteva l’ordine intrinseco del creato.

(Fig. 2 – Leonardo da Vinci, edifici a pianta centrale, Manoscritto B, f. 25v, Institut de France, Parigi)

(Fig. 3 – Chiese a pianta centrale e architetture militari, Manoscritto B Institut de France, Parigi, ff. 18v 1489-92 )

(Fifg. 4 – Chiese a pianta centrale Manoscritto B Institut de France, Parigi 19r, 1489–92)

Tali studi trascendono l’apparenza esteriore per indagare la ricerca di un ordine intrinseco e l’individuazione di una legge universale che governi la realtà.

Chambord: un mastio costruito con la grammatica di Leonardo

Per comprendere la struttura del mastio di Chambord è necessario analizzarne la geometria fondamentale, basata su forme pure come il quadrato, la croce greca e il cerchio. L’edificio è orientato secondo i punti cardinali e si articola su moduli rigorosi, tra cui spicca il modulo 9, il tutto organizzato attorno a una scenografica scala elicoidale centrale. Osservando tale complessità, appare naturale individuare l’influenza di Leonardo da Vinci. La visione leonardesca dell’architettura, concepita come una “macchina” un organismo dinamico e vitale sembra trovare espressione concreta nella pietra del castello. Le sue ricerche teoriche sulle piante centrali, arricchite da cupole e proporzioni geometriche ideali, trovano infatti puntuali riscontri documentali nel Codice Atlantico e nel Manoscritto B.

(Fig. 5 – Manoscritto B Institut de France, Parigi f. 17v )

(Fig. 6 – Manoscritto B Institut de France, Parigi f. 18r )

(Fig. 7 – Manoscritto B Institut de France f. 21r)

(Fig. 8 – Manoscritto B Institut de France, f. 22r)

Sebbene nessuno dei suoi progetti abbia trovato concreta realizzazione, essi esercitarono un’influenza determinante sull’architettura rinascimentale, fungendo da preziosa fonte di ispirazione anche per lo stesso Bramante.

Un mastio rotante: un’ipotesi che parla la lingua di Leonardo

Considerare il mastio di Chambord come un’entità dinamica, concepita come una croce greca le cui quattro ali ruotano attorno a un perno centrale, non è un mero esercizio di fantasia, bensì un’ipotesi coerente con il pensiero leonardesco. L’opera di Leonardo da Vinci è costantemente permeata dallo studio del movimento rotatorio, che egli applicò con ingegno a torri, ponti mobili, scale elicoidali e complesse macchine belliche. Chambord, attraverso la celebre scala a doppia spirale e l’impeccabile simmetria radiale, appare come la trasposizione architettonica di questa visione meccanica. Per Leonardo, la forma geometrica della croce greca trascendeva la staticità, trasformandosi in un potenziale generatore di moto. Interpretando l’universo come un sistema regolato da rotazioni e vortici costanti, egli concepiva l’architettura non come una struttura inerte, ma come un organismo naturale, in cui la funzionalità del movimento rifletteva l’armonia delle leggi fisiche.

 

La scala a doppia elica: tra documenti perduti e deduzioni storiche

Leonardo ha lasciato numerosi disegni nei suoi codici soprattutto nel Manoscritto B e nel Codice Atlantico che mostrano l’evoluzione dei suoi studi sulle scale e la loro applicazione pratica.

(Fig. 9 Manoscritto B Institut de France, Parigi dettaglio  f.47v)

(Fig. 10 – Manoscritto B Institut de France, Parigi dettaglio  f.69r)

Sebbene la storiografia non ci abbia tramandato alcuna documentazione ufficiale riguardante la costruzione del castello di Chambord, il legame intellettuale tra Leonardo da Vinci e questo capolavoro architettonico rimane un oggetto di profondo interesse culturale. Non esistono prove documentali che attestino la paternità leonardesca della celebre scala a doppia elica, e la comunità scientifica mantiene al riguardo un atteggiamento prudente; tuttavia, è innegabile che l’opera rifletta il pensiero dell’artista. Leonardo era solito sviluppare concetti geometrici applicabili in contesti differenti, un approccio che ritroviamo sia nella scala di Chambord che nel Pozzo di San Patrizio a Orvieto. La peculiarità di tali strutture risiede nell’innovazione tecnica: rampe indipendenti che permettono la circolazione simultanea senza mai incrociarsi, pur mantenendo un costante contatto visivo. Il posizionamento centrale di questo elemento all’interno del mastio, progettato secondo canoni proporzionali vicini alla sensibilità di Leonardo, suggerisce una sintesi tra estetica e filosofia: la spirale assurge a simbolo del dinamismo vitale, mentre il centro dell’edificio viene concepito come il suo fulcro energetico, illustrando una visione in cui l’architettura diviene specchio dell’ordine naturale.

La spirale come forma universale

La scala elicoidale rappresenta un’affascinante sintesi tra natura e architettura, traendo ispirazione dal moto perpetuo della spirale per evocare concetti di crescita, evoluzione ed energia vitale. Alla base di questa forma si ritrova la sezione aurea, un principio matematico di profonda armonia ed efficienza che governa strutture biologiche e cosmiche: dai semi di girasole alle conchiglie, fino alle galassie, essa costituisce un linguaggio universale che unisce il microcosmo al macrocosmo. Il castello di Chambord offre un esempio magistrale di come questa legge naturale possa essere trasposta nella pietra. In tale contesto, la scala non deve essere intesa come un semplice elemento di transito, ma come un complesso meccanismo geometrico, un organismo che incarna il dinamico fluire dell’esistenza. Nella foto che segue, una delle tante celebri illustrazioni di spirali concepite da Leonardo da Vinci, custodita tra le pagine del Codice Atlantico, testimonianza dell’instancabile studio dell’artista sui rapporti matematici che regolano il mondo naturale.

(Fig. 11 – Codice Atlantico, Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Milano f. 409r)

L’intelligenza spaziale di Leonardo

Progettare una scala a doppia elica richiede uno sviluppo eccezionale dell’intelligenza spaziale, intesa come la facoltà cognitiva di visualizzare e manipolare mentalmente geometrie complesse nello spazio tridimensionale. Leonardo da Vinci incarna un modello esemplare di tale competenza, avendo saputo declinare il proprio pensiero attraverso l’analisi sistematica di spirali, moti vorticosi e strutture interconnesse, trasformando l’osservazione dei fenomeni naturali in rigorosa progettazione architettonica.

Leonardo architetto teorico

Sebbene Leonardo da Vinci non abbia tradotto in realtà tangibile la totalità delle sue visioni architettoniche, è fondamentale comprendere come il suo approccio fosse guidato da una spiccata natura speculativa. Le sue intuizioni, spesso caratterizzate da una complessità tecnica e ingegneristica che travalicava le possibilità materiali dell’epoca, devono essere lette come anticipazioni profetiche di tecnologie future. Piuttosto che un costruttore in senso tradizionale, Leonardo fu un architetto del pensiero: il suo interesse risiedeva nell’esplorazione teorica e nella riflessione filosofica sullo spazio. La celebre inclinazione all’incompiutezza che segna gran parte della sua opera non va interpretata come una mancanza, bensì come il riflesso di una mente in perenne fermento, costantemente orientata verso la ricerca di nuove sfide intellettuali. Nonostante l’assenza di edifici realizzati, l’eredità leonardesca ha impresso un segno indelebile nell’architettura moderna, esercitando un’influenza profonda che ha continuato a nutrire e plasmare l’immaginario collettivo nei secoli a venire.

(Fig. 12 Jean Clouet, ritratto di Francesco I di Francia, Museo del Louvre, Parigi)

Le ali di Chambord: profanazione o omaggio?

Se Leonardo da Vinci avesse concepito il castello di Chambord, l’integrazione di ali asimmetriche sarebbe stata percepita come una profanazione della sua rigorosa visione estetica. Educato alla ricerca dell’armonia universale, Leonardo vedeva nella simmetria il riflesso di un microcosmo perfetto e geometricamente puro. Tuttavia, un’analisi più profonda e poetica permette di interpretare tali elementi non come una rottura, bensì come un omaggio alla sua incessante aspirazione al volo.  Le ali, icone di libertà, grazia e intelligenza biologica, incarnano l’osservazione scientifica che Leonardo dedicò al mondo aviario. Attraverso questo simbolismo, il corpo centrale dell’architettura smette di essere materia inerte per trasformarsi in un organismo dinamico, teso verso l’alto. La celebre scala elicoidale funge da asse centrale, una spina dorsale che conferisce all’edificio lo slancio necessario per elevarsi verso il cielo, quasi come un uccello di pietra in perenne metamorfosi. In tale ottica, l’architettura di Chambord diviene il compimento materiale del sogno leonardesco, un faro di ingegno in cui arte e spirito si fondono. Questo legame inscindibile tra il maestro toscano e la visione di Francesco I trasforma il castello in un emblema di meraviglia, testimoniando come l’ispirazione leonardesca continui a guidare la comprensione del genio rinascimentale.