La Madonna dei Fusi di Leonardo da Vinci: l’importanza di un bozzetto in Inghilterra
Orizzonti d’arte a cura di Annalisa Di Maria


La Madonna dei Fusi, opera complessa e affascinante nel corpus leonardesco, si manifesta attraverso due varianti principali, entrambe testimoni di un’invenzione che coniuga grazia, simbolismo e una storia attributiva dibattuta. Databile intorno al 1501, durante il soggiorno fiorentino di Leonardo, successivo al periodo milanese. La denominazione deriva dal fuso, elemento centrale della composizione, la cui forma richiama la croce. Il gesto infantile di afferrare il fuso, interpretato come un giocattolo, allude profeticamente alla Passione di Cristo, trasformando l’oggetto quotidiano in un simbolo del Suo destino. Questa sovrapposizione tra sfera profana e sacra incarna la poetica leonardesca. Le fonti identificano due versioni primarie, entrambe considerate derivazioni da un prototipo leonardesco..


Foto 1 Madonna dei fusi, Lansdowne,Leonardo da Vinci e aiuti
Collezione privata, New York, 1508-1516 ca.
La lettera di Pietro da Novellara a Isabella d’Este (3 aprile 1501) rappresenta una testimonianza cruciale. In essa, si descrive Leonardo impegnato nella realizzazione di una Madonna che allatta il Bambino e di un’altra Madonna raffigurata mentre gioca con un fuso. Tale documento costituisce la base per l’attribuzione dell’invenzione a Leonardo. La Madonna è ritratta in un moto spiraliforme, cifra stilistica della ricerca leonardesca sulla dinamicità delle figure. Il Bambino si protende verso il fuso con naturalezza e vivacità. Lo sfondo paesaggistico rivela la consueta profondità atmosferica leonardesca.
Foto 2 Il busto della Madonna circa 1500, Punta metallica, sanguigna, su carta preparata rosso pallido | 22,1 x 15,9 cm (foglio di carta) | RCIN 912514
La luce modella i volti attraverso un delicato sfumato, sebbene nelle versioni pervenuteci si evidenzi, in alcune zone, l’intervento della bottega. Un disegno preparatorio, attribuito a Leonardo e conservato nella Royal Collection di Windsor, costituisce uno studio ritenuto direttamente collegabile alla composizione. Ulteriori schizzi (Venezia, Gabinetto dei Disegni e delle Stampe) presentano varianti della posa. Tali fogli risultano essenziali per la ricostruzione dell’invenzione originale. La discussione sull’autenticità e la paternità dell’opera deriva dalla perdita dell’originale leonardesco, dall’evidenza di interventi di bottega nelle versioni superstiti, dall’oscillazione della critica tra attribuzione diretta e attribuzione mista (Leonardo + aiuti), e dalla grande popolarità della composizione, che ha generato numerose copie e varianti.

Foto 3 Madonna dei fusi,scuola di Leonardo da Vinci.
Collezione Buccleuch, Drumlaring Castle presso Edimburgo
Umano e trascendente si consumano in lei, mentre l’angoscia silenziosa sfida il Fato. L’aspo, eco di fatica e povertà, diviene ordito fatale e pendolo perpetuo, testimone d’amore che sfida il tempo. L’irruzione della croce infrange un’armonia edenica. La Vergine, in istintiva repulsione, vacilla. Eco leonardesca ne turba l’anima, presagio di destino ineluttabile. Ombre e luci plasmano un volto sacro, ora umano, enigma tra dogma e identità.

Foto 4 Leonardo, Studio per la Madonna dei Fusi, Gallerie dell’Accademia, Venezia.
La Madonna dei Fusi, avvolta nel mistero, svela una storia di commesse reali, ritardi perdonabili, e la fervida bottega di un genio senza tempo. Dopo la caduta di Ludovico il Moro, si assiste al rientro di Leonardo a Firenze, periodo fecondo di sperimentazioni che spaziano tra dipinti devozionali di piccole dimensioni, ritratti e studi preparatori per la Sant’Anna. La tradizione critica identifica in Florimond Robertet, segretario di Luigi XII e rinomato collezionista di opere leonardesche, il committente dell’opera. Il fuso, oggetto di uso domestico, allude alla quotidianità della vita di Maria, ma la sua forma cruciforme ne anticipa la Passione. Il gesto del Bambino esprime sia il desiderio che l’accettazione del suo destino salvifico. Il furto e il successivo ritrovamento della versione Buccleuch nel 2003 e 2007, rispettivamente, hanno ravvivato l’interesse critico nei confronti dell’opera. Un ulteriore foglio, custodito presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia, presenta schizzi con varianti della posa; Carlo Pedretti identifica un mezzo busto femminile con pentimenti nella spalla come possibile studio preparatorio per la Madonna dei Fusi. Permangono interrogativi sulla genesi dell’opera, in quanto non si conserva un cartone completo; gli studi superstiti indicano una ricerca dinamica sulla torsione del Bambino.

Foto 5 La testa di una donna c.1510-13( studio per la Madonna dei Fusi?)
Recto: Penna e inchiostro su tracce di gesso nero. Verso: Sangue rosso | 21,5 x 16,1 cm (foglio di carta) RCIN 912663
L’analisi tecnica rivela l’utilizzo di olio su tavola, successivamente trasferito su tela e reincollato, e di pigmenti coerenti con la tavolozza leonardesca e della sua bottega. Le indagini diagnostiche (riflettografia, IR, XRF) evidenziano un disegno sottostante molto elaborato nella versione Buccleuch, interventi di diverse mani, specialmente nel paesaggio e nelle mani della Vergine, e pentimenti compatibili con un prototipo leonardesco. La critica concorda sull’esistenza di un originale leonardesco, oggi perduto, dal quale derivano le versioni conosciute. La qualità disomogenea delle opere suggerisce una collaborazione tra il maestro e i suoi assistenti, ai quali vengono attribuite le parti meno riuscite, quali le mani e il panneggio. La composizione godette di notevole fortuna, come testimoniano le numerose copie e varianti, differenziate soprattutto per il paesaggio e la forma del fuso, declinato in versioni più o meno cruciformi. Nel fervore del Cinquecento, Leonardo, ingegno multiforme e inquieto, diviso tra scienza e arte, ritardò la consegna di un’opera commissionata, assorbito da vorticosi impegni tra Firenze e Milano. La “Madonna dei Fusi”, giunta infine al re di Francia, celava audaci innovazioni stilistiche e un complesso intreccio di collaborazioni, riflettendo l’eterna ricerca del maestro tra anatomia, superstizione e una perpetua sete di conoscenza, ancora oggi decifrata tra dipinti e segreti paesaggi. Tra le diverse varianti esistenti, di particolare interesse risultano gli studi preparatori relativi al capo della Vergine, attualmente ritenuti pertinenti a questa specifica opera, come quello custodito agli Uffizi e ritenuto opera di scuola. L’analisi di questi disegni offre preziose informazioni sul processo creativo dell’artista e sull’evoluzione della sua concezione iconografica.

Foto 6 confronto dei dettagli dei volti.
l tracciato visibile nell’immagine numero 5, pur trascurato in passato come entità per il progetto di questo dipinto, e rivalutato da me oggi, se interpretato come bozzetto preparatorio per questa composizione, assumerebbe una rilevanza considerevolmente accresciuta, illuminandone potenzialmente il processo creativo. Il disegno rivela con chiarezza le fattezze, la morfologia e l’atteggiamento della Vergine all’interno della compagine compositiva. Legato testamentario a Francesco Melzi, passò poi per acquisizione dagli eredi di quest’ultimo a Pompeo Leoni, presumibilmente tra il 1582 e il 1590. Nel corso del XVII secolo, entro il 1630, entrò in possesso di Thomas Howard, quattordicesimo conte di Arundel. Successivamente, si ipotizza un passaggio a Carlo II, per poi essere documentato all’interno della Collezione Reale entro il 1690.
Bibliografia
- Carlo Pedretti, Leonardo. Catalogo completo dei disegni, Firenze 1983.
- Martin Kemp, Leonardo da Vinci. The Marvellous Works of Nature and Man, Oxford.
- Pietro C. Marani, Leonardo da Vinci. Catalogo completo dei dipinti, Milano.
- Luke Syson, Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan, National Gallery, 2011.
- Frank Zöllner, Leonardo da Vinci. The Complete Paintings and Drawings, Taschen.