CRONACA E ATTUALITÀESTERO

“Il Venezuela non è investibile”

Una frase che ha scatenato un terremoto. A pronunciarla è Darren Woods, numero uno di ExxonMobil, durante un teso vertice alla Casa Bianca.
Una risposta che Donald Trump non ha gradito. A tal punto da dichiararsi incline a escludere il colosso energetico dal piano di investimenti che l’amministrazione vuole avviare nel Paese sudamericano dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Secondo Trump, Exxon sta giocando troppo di fino. Il presidente punta a convincere le compagnie statunitensi a investire almeno 100 miliardi di dollari per ricostruire il settore energetico del Venezuela, ora sotto l’influenza degli Stati Uniti dopo l’operazione militare del 3 gennaio.
Ma Exxon frena. Woods ricorda che il Venezuela resta un Paese ad alto rischio: leggi poco chiare, scarsi meccanismi di tutela per gli investitori e soprattutto la memoria ancora viva delle nazionalizzazioni del 2007, quando Caracas espropriò gli asset della compagnia. Per Exxon, i rischi superano i benefici.
Ma c’è un secondo fronte che scotta: il Mar Nero. Mentre Trump minaccia di bloccare le operazioni di Exxon, la compagnia chiede esenzioni dalle sanzioni contro la Russia per riprendere le trivellazioni nell’area.
Il caso Exxon arriva mentre Trump si è autodefinito “presidente ad interim del Venezuela”, rivendicando un ruolo diretto nella gestione del Paese e delle sue immense riserve petrolifere. Ma resta un’incognita. Molti analisti si chiedono: esiste un piano per il “dopo”? L’ombra dei fallimenti, come in Afghanistan, incombe su una vittoria militare rapida, ma politicamente ancora fragile.