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Il giovane con la mirra nell’Adorazione dei Magi di Botticelli: un possibile ritratto di Leonardo da Vinci

Orizzonti d’Arte a cura di Annalisa Di Maria

Annalisa Di Maria, originaria di Alessandria, è studiosa, curatrice artistica ed esperta internazionale d’arte specializzata nell’iconografia pittorica rinascimentale. Membro del Comitato di esperti del Club per l’UNESCO di Firenze.

Foto 1 – Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1475 circa. Tempera su tavola, 1,11 × 1,34 m. Firenze, Gallerie degli Uffizi.

L’Adorazione dei Magi di Sandro Botticelli (1470–1475) rappresenta un significativo esempio di come l’arte rinascimentale fondesse il sacro con le dinamiche di potere contemporanee. Commissionata da Gaspare del Lama per la sua cappella in Santa Maria Novella, l’opera rilegge l’episodio evangelico trasformandolo in un ritratto collettivo della famiglia Medici, celebrata attraverso le figure dei Magi. Il dipinto, che include anche un probabile autoritratto dell’autore, dimostra l’eccezionale maestria ritrattistica di Botticelli e funge da preziosa testimonianza storica del legame tra devozione religiosa e influenza politica nella Firenze del Quattrocento. Dopo alterne vicende legate alla sorte del committente, il capolavoro è oggi conservato presso la Galleria degli Uffizi. Il dipinto costituisce una delle opere più sofisticate del primo Rinascimento fiorentino. La sua importanza non risiede unicamente nella densità iconografica o nella celebre galleria di ritratti della famiglia Medici, ma anche nella presenza di figure enigmatiche, interpretabili come riferimenti a personalità di rilievo del panorama culturale del Quattrocento. In questo studio si avanza una nuova ipotesi interpretativa: la figura del giovane vestito di bianco, ritratto nell’atto di recare la mirra, potrebbe essere identificata come un ritratto di Leonardo da Vinci.

Foto 2 – Dettaglio del possibile ritratto di Leonardo da Vinci

Nel panorama artistico della Firenze degli anni Settanta del Quattrocento, Botticelli e Leonardo da Vinci operano all’interno di un medesimo orizzonte culturale, condividendo esperienze formative e professionali determinanti. Entrambi gravitano attorno alla corte di Lorenzo il Magnifico, beneficiando del fervido clima intellettuale e del mecenatismo che caratterizzavano la Firenze dell’epoca. È noto che entrambi frequentarono la prestigiosa bottega di Andrea del Verrocchio, centro nevralgico per la sperimentazione tecnica e lo sviluppo delle arti visive nel Quattrocento. Sia Leonardo che Botticelli contribuirono attivamente all’evoluzione dell’estetica rinascimentale, orientando la propria ricerca verso il naturalismo, l’approfondimento della psiche umana e una maggiore complessità compositiva. Alla luce di queste convergenze, appare storicamente fondata l’ipotesi che Botticelli avesse familiarità con i tratti del giovane Leonardo e che potesse aver scelto di ritrarlo all’interno di un’opera celebrativa volta a onorare l’eccellenza della cultura medicea. Il giovane che regge il vaso della mirra occupa una posizione di rilievo nella porzione inferiore destra dell’opera. L’analisi iconografica permette di individuare elementi distintivi e simbologie precise. In primo luogo l’abbigliamento: il personaggio indossa una tunica dai toni chiari, tendente al bianco. Tale scelta cromatica non è solo estetica, ma serve a isolarlo visivamente dal resto del gruppo, conferendogli un risalto immediato. La fisionomia, con tratti somatici delicati, la capigliatura mossa e l’espressione assorta delineano il profilo di un giovane volto alla riflessione. L’atteggiamento del giovane, che non partecipa visivamente all’azione sacra, e il suo sguardo rivolto altrove suggeriscono una condizione di introspezione. Questo espediente era frequentemente utilizzato dagli artisti dell’epoca per inserire ritratti di personaggi reali all’interno di scene religiose, creando un ponte tra la dimensione storica e quella ultraterrena. La mirra, intesa come emblema del ciclo morte–resurrezione, riveste un ruolo teologico fondamentale. Affidare tale attributo a una figura dall’atteggiamento meditativo appare una scelta intenzionale: essa sottolinea la profondità spirituale del personaggio, elevandolo a mediatore consapevole del mistero rappresentato. L’esame del volto raffigurato nel giovane con la mirra rivela una serie di corrispondenze morfologiche che meritano un’attenta analisi in relazione ai ritratti giovanili attribuiti al maestro toscano. Tali elementi includono una linea del profilo morbida e fluida, la conformazione nasale dritta e sottile, la bocca di dimensioni contenute e dalla chiusura serrata, lo sguardo obliquo, denso di carica introspettiva Sebbene non sia possibile stabilire una sovrapposizione matematica definitiva, la coerenza stilistica e la compatibilità fisionomica offrono una base di studio rigorosa, rendendo l’ipotesi meritevole di ulteriore approfondimento critico. L’inserimento di Leonardo all’interno di un’opera accanto alla famiglia Medici assume un valore pedagogico e storico di grande rilievo, poiché mira a valorizzare il talento di un giovane artista in ascesa, porlo sotto l’egida della prestigiosa committenza medicea, rendere omaggio al vivace circolo intellettuale dell’epoca ed evidenziare il ruolo di Leonardo come figura pionieristica. In quest’ottica, la scelta iconografica della mirra non è casuale: essa può essere interpretata come un rimando metaforico alla propensione di Leonardo per l’indagine scientifica, la sperimentazione alchemica e l’approfondimento dei misteri naturali, elementi che diverranno cardini della sua produzione artistica e intellettuale. Secondo Vasari, il Bambin Gesù è raffigurato mentre benedice il Re Magio inginocchiato ai suoi piedi, le cui fattezze richiamano quelle di Cosimo il Vecchio de’ Medici, scomparso nel 1464. L’anziano sovrano, in un gesto di profonda devozione, sfiora i piedi del piccolo Gesù utilizzando un panno, secondo antiche consuetudini liturgiche. Gli altri due Magi, secondo l’interpretazione tradizionale, avrebbero le sembianze dei figli di Cosimo: Piero il Gottoso, padre di Lorenzo e Giuliano, ritratto in primo piano al centro con un manto rosso, e Giovanni, accanto a lui in abiti bianchi. Tuttavia, il soggetto appare troppo giovane per essere identificato con Giovanni, nato nel 1421. Poiché entrambi i figli di Cosimo erano già morti al momento della realizzazione del dipinto, l’ipotesi del giovane Leonardo si rafforza.

Foto 3 – Dettaglio della mirra

La mirra, nella prospettiva del neoplatonismo rinascimentale in particolare secondo l’interpretazione di Marsilio Ficino trascende la sua funzione materiale per divenire un potente emblema filosofico. Per i pensatori neoplatonici, l’esistenza terrena non rappresenta un semplice dato biologico, bensì un complesso processo metafisico: la discesa dell’anima nel corpo è intesa come una «morte» rispetto alla purezza e all’immortalità della sua origine spirituale. In questo contesto simbolico, la mirra, tradizionalmente utilizzata come unguento funebre, si carica di significati profondi: incarnazione, legame dell’essenza spirituale con la materia, distacco dall’intelligibile, imprigionamento nella finitudine, accettazione della fragilità corporea. Qualora tale sostanza venisse associata alla figura di Leonardo, la scena acquisirebbe una densità intellettuale notevole: il genio vinciano verrebbe raffigurato come l’anima consapevole che, riconoscendo la propria limitatezza, intraprende un percorso di riflessione interiore, preparandosi al ritorno verso l’Uno. Secondo Ficino, la vera conoscenza scaturisce dalla consapevolezza del limite umano. La mirra, sostanza amara e preziosa, assurge a simbolo di una sapienza che germoglia dalla sofferenza. Attraverso questo emblema, Leonardo si delinea come filosofo naturale, iniziato ai misteri e ricercatore dell’armonia universale. La mirra diviene simbolo di elevazione intellettuale e metamorfosi interiore. Nella filosofia neoplatonica, il percorso di ascesa dell’anima è indissociabile dalla katharsis, la purificazione. La mirra, resina dalle proprietà depurative, diventa metafora della pulizia interiore necessaria per ricongiungersi all’Uno. Identificare Leonardo con il giovane portatore di mirra significa riconoscerlo come incarnazione dell’intelletto che, attraverso lo studio rigoroso e la contemplazione del vero, tende al perfezionamento di sé: un ruolo perfettamente coerente con la figura dell’artista-filosofo rinascimentale. Il processo di estrazione della mirra che richiede un’incisione nella corteccia della pianta offre un insegnamento profondo: la sostanza pregiata nasce dalla ferita. In un’ottica neoplatonica, la ferita è catalizzatore della mutazione spirituale. Leonardo può essere interpretato come l’uomo che, pur segnato dall’attrito con il mondo materiale, converte tale sofferenza in sapienza. È il processo creativo dell’artista che eleva l’esperienza vissuta a forma suprema di conoscenza. Nel neoplatonismo cristiano, Cristo è il Logos, la Ragione divina che ordina il cosmo. Offrire mirra significa riconoscere la natura salvifica del Logos. Se Leonardo veste i panni del donatore di mirra, egli assume il ruolo di colui che possiede la visione metafisica necessaria per comprendere il destino del Logos. Non è un semplice osservatore, ma l’intelletto capace di penetrare il velo dell’apparenza per cogliere la verità divina. L’ipotesi che identifica Leonardo nel giovane con la mirra carica il gesto di un pregnante valore neoplatonico. Leonardo diviene simbolo dell’anima che, attraverso la purificazione intellettuale, decodifica le leggi del Logos. La mirra non è solo un attributo iconografico, ma l’emblema di una consapevolezza filosofica superiore: la capacità dell’artista di trasmutare il dolore dell’esistenza in conoscenza. Nel corso del Quattrocento, e in particolare nella vivace cornice culturale fiorentina, assistiamo a una trasformazione fondamentale nello status dell’artista, che diviene artista-filosofo. Influenzato dal pensiero neoplatonico di Ficino e Poliziano, l’artista non è più un mero esecutore tecnico: contempla le forme eterne, decodifica l’armonia del cosmo e, attraverso la materia, esprime visivamente le verità raggiunte dall’intelletto. La filosofia neoplatonica distingue il mondo sensibile da quello intelligibile. In questo contesto, l’artista-filosofo riveste un ruolo quasi sacerdotale: coglie l’Idea sottesa alla forma fenomenica e la trasforma in immagine, fungendo da ponte tra realtà tangibile e ordine ideale. Leonardo rappresenta la sintesi suprema di questa figura. Il suo approccio alla pittura, definita “cosa mentale”, fonde indagine scientifica, sensibilità artistica e speculazione metafisica. Analizzando la natura con lo spirito del filosofo naturale, Leonardo ricerca le cause prime dei fenomeni, superando la dimensione estetica per approdare a quella conoscitiva.

Foto 4 – I due uomini in dialogo

Questa rappresentazione visiva comunica l’idea di un uomo dotato di “visione superiore”, capace di decifrare il senso recondito della storia e del sacro. È questa la cifra stilistica con cui un maestro come Botticelli avrebbe potuto ritrarre la complessità intellettuale di Leonardo all’interno di una composizione come l’Adorazione dei Magi. La mirra diviene attributo dell’artista-filosofo in una prospettiva neoplatonica. La scelta di Leonardo come portatore di mirra trova giustificazione nella sua singolare attitudine: egli incarnava, più di ogni altro contemporaneo, i tratti distintivi dell’uomo di pensiero rinascimentale. La sua intelligenza fu evidente a tutti, soprattutto al Verrocchio, che rimase folgorato dai suoi disegni. Leonardo come portatore di mirra significa tributargli un riconoscimento che trascende la maestria tecnica, elevandolo a sapiente e mediatore tra mondo sensibile e verità trascendente. La mirra, sostanza funeraria che preserva il corpo, diventa metafora del metodo leonardiano: la verità della natura si rivela attraverso il corpo morto, la ferita, la dissezione. Se il giovane con la mirra è Leonardo, Botticelli lo rappresenta come colui che cerca la vita nella morte, la forma nell’apparenza, l’Idea nella materia. È partendo da tali premesse che Leonardo intraprenderà un rigoroso studio anatomico attraverso la dissezione dei cadaveri. Il suo obiettivo non è meramente clinico, ma filosofico: indagare l’essenza dell’esistenza, decifrare il legame tra meccanismo biologico e natura spirituale dell’anima, comprendere il funzionamento della “macchina” del corpo umano. Leonardo nella scena dialoga con Piero, e anche questo aspetto ha un forte significato. La scomparsa di Piero il Gottoso destò profondo cordoglio tra i contemporanei, fatta eccezione per le fazioni avverse. Sebbene privo del vigore fisico del padre Cosimo, Piero si distinse per saggezza, clemenza e capacità di governo nei momenti critici. La sua malattia e la brevità del mandato rendono i suoi meriti ancora più significativi. Piero consolidò l’influenza medicea e si rivelò mercante accorto e raffinato mecenate, introducendo a Firenze il gusto per l’arte del Rinascimento veneta e fiamminga. Il giudizio storico sulla sua figura è articolato: Machiavelli sottolinea come Firenze non abbia potuto valorizzare appieno le sue doti; Guicciardini ricorda il sincero dolore della città; Vannucci evidenzia alcune inesperienze politiche. Parallelamente, l’analisi iconografica dell’Adorazione dei Magi solleva interrogativi affascinanti. L’identificazione del personaggio in vesti bianche come Giovanni de’ Medici è contraddetta dai tratti morfologici, in particolare dalla fisionomia nasale tipica della dinastia. Il soggetto, la cui grazia richiama inequivocabilmente il tratto leonardesco, apre a un’importante riflessione storiografica: è assai probabile che Piero il Gottoso sia stato il primo esponente della famiglia Medici a entrare in contatto con il giovane Leonardo durante il suo periodo di formazione, precedendo in tale incontro persino il più celebre Lorenzo il Magnifico, suo figlio. Ser Piero da Vinci, padre di Leonardo, ricoprì un ruolo di rilievo come notaio nella Firenze del tempo, intrattenendo rapporti con le famiglie più influenti. Ser Piero, che aveva già prestato servizio a Firenze, vi fece ritorno nel 1462 insieme alla propria famiglia, tra cui il giovane Leonardo, come tramandato da Giorgio Vasari. Secondo il racconto del biografo, il padre avrebbe sottoposto all’attenzione di Andrea del Verrocchio alcuni disegni del figlio, tanto promettenti da spingere il maestro ad accoglierlo nella propria bottega. La storiografia moderna, tuttavia, invita a un approccio più critico verso questa cronologia tradizionale: considerando che l’inizio di un apprendistato artistico a soli dieci anni (1462)risulti scarsamente verosimile rispetto alle consuetudini sociali e professionali del Quattrocento, gli studiosi ipotizzano oggi che l’ingresso di Leonardo nella bottega del Verrocchio sia avvenuto in una fase successiva della sua giovinezza, ma probabilmente prima della morte del Gottoso. Tale collocazione temporale appare coerente anche con il periodo in cui Piero il Gottoso resse le sorti di Firenze (1464-1469), lasciando spazio alla possibilità che il mecenate abbia potuto incontrare il giovane Leonardo in circostanze differenti prima della propria scomparsa. Nel 1468, con la scomparsa del nonno all’età di novantasei anni, il giovane Leonardo compare formalmente nelle vicende testamentarie della famiglia, accanto al padre Piero, alla nonna Lucia, alla matrigna Francesca Lanfredini e agli zii. In quel periodo, la famiglia Da Vinci si era stabilita nel cuore pulsante di Firenze, in un’abitazione situata nell’attuale via dei Gondi, in prossimità di piazza della Signoria; una collocazione strategica, coerente con l’importante ruolo ricoperto dal padre di Leonardo, che esercitava la professione di notaio presso la Signoria, e con le attività commerciali degli altri familiari, attivi, tra l’altro, nell’Arte della Seta. Leonardo entrò a far parte della prestigiosa bottega di Andrea del Verrocchio. Questo laboratorio non rappresentava soltanto uno dei centri artistici più influenti della Firenze rinascimentale, ma fungeva da vera e propria fucina culturale, capace di accogliere, nutrire e plasmare il talento di numerosi artisti destinati a fare la storia dell’arte.

Foto 5 – Dettaglio di Piero

Fu la lungimiranza di Ser Piero, che riconobbe precocemente il talento del figlio, a favorire l’ingresso di Leonardo in questo contesto. Tale collocazione sociale, consolidata anche dalla figura del nonno Antonio, offrì a Leonardo un ambiente intellettualmente vivace e stimolante. Il ruolo di Piero il Gottoso come protettore della bottega del Verrocchio è cruciale per comprendere l’ascesa di Leonardo. La bottega operava in stretta sinergia con la famiglia Medici. Piero non si limitava a finanziarla, ma ne orientava l’attività verso commissioni di alto profilo. Sebbene manchino fonti che attestino un rapporto personale diretto, è innegabile che Leonardo si sia formato in un ecosistema culturale controllato da Piero. La protezione esercitata da Piero ebbe un valore sistemico: egli fu garante della stabilità di Firenze come capitale dell’Umanesimo. Leonardo è il prodotto eccellente di un ambiente culturale plasmato da Cosimo e preservato da Piero. Senza questa cornice, lo sviluppo del genio leonardiano avrebbe seguito percorsi differenti. Dopo la scomparsa di Piero, il testimone passò a Lorenzo il Magnifico. Fu quest’ultimo, nel 1482, a imprimere la svolta definitiva alla carriera di Leonardo, inviandolo a Milano munito di una lettera di raccomandazione medicea. Si delinea così una precisa successione di ruoli: Piero definisce il contesto formativo, Lorenzo ne promuove l’affermazione professionale. Sul piano iconografico, nel dipinto in esame, il legame tra Leonardo e la cerchia medicea assume contorni affascinanti. È plausibile ipotizzare che il volto del giovane Leonardo la cui bellezza è spesso accostata alla figura del David di Verrocchio sia stato immortalato dai contemporanei. Questi indizi visivi confermano come il giovane artista fosse già allora una presenza integrata e riconosciuta all’interno della sofisticata società medicea, a riprova della lungimiranza con cui Piero il Gottoso seppe intuire e tutelare precocemente il talento del suo protetto. Piero de’ Medici rinnovò la tradizione del mecenatismo familiare, orientandola verso un gusto più raffinato, eclettico e cosmopolita. Superando l’austerità tipica del primo Rinascimento fiorentino, egli promosse un collezionismo di oggetti preziosi e decorazioni sofisticate, influenzato dai modelli delle corti dell’Italia settentrionale e fiamminghe. Attraverso una committenza colta e il sostegno diretto ai principali artisti del tempo, Piero non solo incrementò il prestigio sociale dei Medici, ma contribuì in modo determinante all’evoluzione estetica e intellettuale della Firenze del XV secolo, valorizzando il legame tra potere politico e alta espressione artistica. In questo contesto, la simbologia dell’Epifania è chiave interpretativa del legame tra Piero il Gottoso e Leonardo da Vinci. L’iconografia dell’Epifania, intesa come manifestazione del divino attraverso l’omaggio dei Magi, rappresenta un elemento cardine per comprendere l’intreccio tra potere politico e ricerca intellettuale nel Rinascimento fiorentino. Analizzare questo tema significa esplorare come Piero il Gottoso e il giovane Leonardo abbiano declinato il medesimo soggetto secondo prospettive profondamente distinte. Nel contesto mediceo, l’Epifania trascende il significato puramente religioso per farsi manifesto politico. La famiglia Medici scelse di identificarsi con la figura dei Magi per consolidare la propria autorità, operando attraverso strategie di comunicazione visiva estremamente raffinate. La partecipazione attiva alla “Compagnia dei Magi” e l’organizzazione della celebre “Cavalcata” trasformarono la devozione in un rito pubblico di affermazione del casato. Rappresentarsi nei panni dei Magi permetteva ai Medici di proporsi come “re sapienti”, benefattori che portano doni e prosperità alla città, trasformando il concetto di dominio in un atto di carità e sapienza. Il corteo dei Magi fungeva da allegoria della successione: tre figure per tre generazioni Cosimo il Vecchio, Piero il Gottoso e Lorenzo il Magnifico a sottolineare una stabilità dinastica in cui il potere viene esercitato come virtù provvidenziale. In sintesi, per Piero l’Epifania è un linguaggio, un codice politico volto a trasmettere l’idea di un potere legittimato dall’alto e radicato nella storia. Nella bottega del Verrocchio, il giovane Leonardo metabolizza il tema dell’Epifania filtrandolo attraverso il pensiero neoplatonico dell’epoca, in particolare quello di Marsilio Ficino. Per Leonardo, la manifestazione del divino cessa di essere una celebrazione di potere per trasformarsi in un’indagine sulla natura della conoscenza. L’analisi qui proposta delinea una sintesi interpretativa di grande valore storico-artistico, in cui il tema dell’Epifania funge da elemento unificatore tra la visione politica di Piero il Gottoso e l’indagine intellettuale del giovane Leonardo da Vinci. Il rapporto tra queste due figure si cristallizza attorno a questo tema, poiché l’Adorazione dei Magi costituiva il fulcro dell’immaginario mediceo negli anni della formazione di Leonardo.

Foto 6 – Un immaginario di Lorenzo il Magnifico al centro, Giuliano alla sua sinistra e alla sua destra Botticelli e Leonardo, impegnati in una conversazione neoplatonica all’interno dell’Accademia a Villa Careggi, fondata da Marsilio Ficino e Cosimo il Vecchio.

Piero il Gottoso sostenne attivamente la diffusione dell’iconografia dei Magi come emblema del proprio casato; la bottega del Verrocchio, ambiente formativo di Leonardo, operava in stretta sinergia con tali istanze. L’Adorazione dei Magi che Leonardo realizzerà prima di partire per Milano, rappresenta, in tal senso, l’apice di questo percorso, trasformando il tema devozionale in un’esplorazione complessa del pensiero umano. L’Epifania funge dunque da ponte intellettuale tra l’universo pragmatico e politico di Piero e l’orizzonte speculativo di Leonardo. Il simbolo dell’Epifania incarna, per entrambi, un linguaggio universale che fonde politica, arte e filosofia neoplatonica, dove Cosimo si fa fautore di tutto. La mirra si distingue dall’oro e dall’incenso per la sua natura peculiare, che la rende l’emblema ideale per il “filosofo naturale”. In definitiva, la mirra nelle mani del giovane Leonardo rappresenterebbe la sua vocazione profonda: quella di uno studioso che, attraverso la materia ferita e osservata, cerca di svelare i segreti più intimi della natura. L’opera racchiude in sé l’essenza di ciò che questi grandi artisti, sotto l’influenza della filosofia neoplatonica promossa dalla famiglia Medici, avrebbero rappresentato per l’intera storia dell’arte.

“Sotto le volte di Firenze, dove Cosimo il Vecchio accese la fiamma della sapienza e Piero il Gottoso ne custodì il respiro, Lorenzo e Giuliano parlano con Botticelli e il giovane Leonardo della luce che nasce dall’idea e si fa carne nel gesto dell’artista; e in quel dialogo, tra oro e ombra, il pensiero neoplatonico si trasfigura in visione, come se l’anima del mondo si specchiasse nel volto dell’uomo.”

Riferimenti:

  • Annalisa Di Maria, Leonardo da Vinci e la scuola Neoplatonica, vol. 1, Paleani Editore, 2019.
  • Annalisa Di Maria, Leonardo da Vinci e la scuola Neoplatonica. La Gioconda e il suo significato, NFC Edizioni, 2019.
  • Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti.
  • Galleria degli Uffizi, collana I Grandi Musei del Mondo, Scala Group, Roma 2003.
  • G. Cornini, Botticelli, in Art e Dossier, n. 49, settembre 1990.
  • L’opera completa del Botticelli, Classici dell’Arte Rizzoli, Milano, 1978.