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Il Fuoco di Leonardo: il segreto che anticipò la bioarchitettura

Orizzonti d’arte a cura di Annalisa Di Maria


Annalisa Di Maria, originaria di Alessandria, è studiosa, curatrice artistica ed esperta internazionale d’arte specializzata nell’iconografia pittorica rinascimentale. Membro del Comitato di esperti del Club per l’UNESCO di Firenze.

Nel cuore del Codice Madrid II, tra calcoli meccanici e schizzi di macchine, una piccola frase di Leonardo da Vinci lampeggia come un fulmine: “Saranno meglio conservati se privati della corteccia e bruciati in superficie che in qualsiasi altro modo.” Quel frammento, annotato con l’occhio dell’artigiano e la mente del naturalista, non è una curiosità antiquaria ma un ponte inatteso tra il Rinascimento e la pratica bioarchitettonica contemporanea. Qui l’architettura incontra una disciplina che innova non solo nella forma, ma nei materiali e nei processi che li rendono durevoli, sostenibili e rispettosi dell’ambiente.
Leonardo non pensava al legno come a una semplice materia prima: lo considerava un organismo che respira, si trasforma e invecchia. La sua istruzione di rimuovere la corteccia e bruciare la superficie è un gesto tecnico che traduce l’osservazione empirica in una strategia costruttiva. Oggi, quando architetti e designer cercano soluzioni che riducano l’impatto ambientale e prolunghino la vita degli edifici, quella stessa logica ritorna in primo piano: intervenire sul materiale rispettandone la natura interna, piuttosto che ricorrere a trattamenti chimici invasivi o sostituzioni frequenti.
L’innovazione architettonica non è soltanto invenzione di nuove forme: è la capacità di rileggere pratiche antiche alla luce delle conoscenze moderne, integrando scienza dei materiali, ecologia e design. La carbonizzazione superficiale del legno — la tecnica nota in Giappone come Shō Sugi Ban o Yakisugi — è oggi reinterpretata come metodo naturale di protezione, coerente con i principi dell’economia circolare e della bioarchitettura. La somiglianza tra la nota di Leonardo e lo Shō Sugi Ban è un esempio di convergenza tecnica: soluzioni indipendenti nate per affrontare lo stesso problema universale, la durabilità del legno. La pratica giapponese, codificata secoli dopo, brucia la superficie del legno per creare uno strato carbonizzato che funge da barriera fisica e biologica. I benefici sono ormai ben documentati: impermeabilizzazione, maggiore resistenza al fuoco e minore attrattiva per insetti e funghi.

Leonardo anticipa questi effetti con una sintesi sorprendentemente moderna. Non si tratta di folklore: è un’intuizione tecnica che precede la codificazione culturale. Per l’architettura contemporanea, ciò significa che la storia delle tecniche è una miniera di soluzioni potenzialmente riattivabili, purché integrate con la ricerca scientifica e i criteri di sostenibilità. La bioarchitettura contemporanea cerca materiali funzionali, rigenerativi e a basso impatto. La carbonizzazione superficiale si inserisce perfettamente in questo orizzonte: è un trattamento che valorizza il legno locale, riduce la necessità di conservanti chimici e prolunga la vita utile degli elementi costruttivi. Ma l’efficacia dipende da scelte progettuali consapevoli: specie legnose, parametri di trattamento, contesto climatico e dettagli costruttivi determinano il risultato finale. Per l’architetto, innovare significa dunque progettare processi oltre che oggetti: selezionare specie adatte, pianificare giunzioni e dettagli che proteggano la superficie carbonizzata, integrare una manutenzione minima e anticipare il fine vita. È un approccio sistemico che unisce estetica, prestazioni e responsabilità ambientale.
Rileggere Leonardo come precursore della bioarchitettura non è un vezzo retorico: è il riconoscimento che l’innovazione sostenibile nasce dall’incontro tra memoria tecnica e ricerca. La sua nota sul legno ci ricorda che la tecnologia non è sempre sinonimo di complessità: talvolta misurazione, osservazione e scelta del giusto processo fanno la differenza. In un’epoca in cui l’edilizia è chiamata a ridurre emissioni, sprechi e consumo di risorse, pratiche come la carbonizzazione superficiale offrono un modello di intervento al tempo stesso antico e profondamente contemporaneo.
Per la comunità della bioarchitettura, la lezione è chiara: innovare significa anche recuperare e reinterpretare, mettere in dialogo saperi diversi e tradurre l’esperienza storica in protocolli tecnici verificati. Leonardo ci insegna che il design responsabile comincia dall’attenzione al materiale e dalla volontà di armonizzare l’intervento umano con i processi naturali.
Questa intuizione è stata portata alla luce da tre studiosi italiani: Annalisa Di Maria, esperta di arte rinascimentale e studi leonardeschi; Andrea da Montefeltro, biologo molecolare e scultore; e Lucica Bianchi, storica dell’arte e specialista in ricerca archivistica.
L’annotazione al foglio 87r del Codice Madrid II è più di una curiosità filologica: è un manifesto implicito di come l’architettura possa essere innovazione quando diventa custode della materia. La carbonizzazione superficiale del legno, riscoperta e validata dalla ricerca moderna, incarna un’idea progettuale che pone al centro la durabilità, la salute dell’ecosistema e la bellezza dei materiali naturali. In questo senso, Leonardo non è solo un maestro del disegno e dell’ingegno meccanico: è un precursore della cultura progettuale che oggi chiamiamo bioarchitettura, dove architettura e innovazione si incontrano per costruire un futuro più sostenibile.


Full study (open access): https://www.researchgate.net/publication/397379290_Leonardo_da_Vinci_and_the_Science_of_Wood_The_Note_in_the_Madrid_Codex_II_as_a_Foreshadowing_of_Modern_Bioarchitecture