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I COSTI ENERGETICI E SOCIALI DELLA IA

L’inizio delle rivoluzioni industriali nel mondo occidentale avviene con l’introduzione delle prime macchine a vapore nei settori tessile e metallurgico nella seconda metà del 1700 (prima rivoluzione industriale).
La seconda rivoluzione industriale, un secolo dopo, viene fatta coincidere con la diffusione dell’utilizzo nelle imprese di elettricità, prodotti chimici e petrolio, che hanno consentito la realizzazione della produzione di massa. A partire dal 1970 si identifica come terza rivoluzione industriale il passaggio all’automazione dei processi di trasformazione industriale, realizzata mediante macchinari ad alta tecnologia gestiti da computer.

La quarta rivoluzione industriale è guidata dall’intelligenza artificiale (IA) e dalla sua fusione con altre tecnologie digitali come l’Internet of Things (IoT) e i big data.
Così scriveva Repubblica quasi dieci anni fa: “Alla Quarta Rivoluzione Industriale l’aggettivo ‘industriale’ va stretto. Perché se il mondo della produzione ne sarà cambiato radicalmente, l’impatto su quello che accade fuori dalle mura delle fabbriche non sarà da meno.

La capacità di aprirsi alle trasformazioni in atto sarà un fattore determinante: il mondo si dividerà tra i paesi che sapranno cavalcare la trasformazione e quelli che cercheranno di difendere il vecchio modello. Facile prevedere tra i due schieramenti chi vincerà”.

Se i costi sociali di tutto ciò sono intuibili ma ancora difficilmente stimabili, quelli energetici e ambientali sono più agevoli e fanno veramente impressione.

L’intelligenza artificiale generativa continua il suo boom, ma dietro chatbot e immagini create in un click si nasconde un prezzo in rapido aumento: secondo studi recenti, i data center che supportano l’IA emettono già decine di milioni di tonnellate di CO₂ l’anno e utilizzano volumi d’acqua e elettricità comparabili a intere città. Si stima che l’IA possa consumare tra gli 85 e i 134 TWh all’anno entro il 2027, un valore paragonabile al fabbisogno energetico di paesi come l’Argentina o i Paesi Bassi.

I contraccolpi sulla società questa rivoluzione travolgente sono comunque altrettanto evidenti. Soprattutto sulle nuove generazioni.

La fotografia è impietosa: “oltre il 92% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 19 anni utilizza strumenti di IA, e il 41,8% li ha usati per cercare aiuto quando si sentiva triste, solo o ansioso. Una percentuale simile, oltre il 42%, li ha consultati per ricevere consigli su scelte importanti da fare. Al contempo, meno della metà degli adolescenti intervistati (49,6%) dichiara di avere un buon livello di benessere psicologico, con un divario di genere particolarmente marcato: solo il 34% delle ragazze mostra un buon equilibrio psicologico, contro il 66% dei ragazzi. Quasi uno su dieci si è isolato volontariamente per problemi psicologici, e il 12% ha fatto uso di psicofarmaci senza prescrizione”.

Di fronte a questi scenari inquietanti tuttavia c’è ancora una speranza e arriva da dove non ti aspetti.
Questa idrovora macina energia, materie prime, acqua e individui, potrebbe collassare sotto il peso della sua fame insaziabile.

Michael Burry, l’investitore americano che anticipò il crollo dei mutui subprime e la crisi finanziaria del 2008, torna a far parlare di sé con una previsione che scuote i mercati. Dopo aver guadagnato milioni scommettendo contro il sistema immobiliare americano, oggi punta il dito contro quella che considera la nuova illusione globale: l’Intelligenza artificiale. Per Burry, la corsa sfrenata ai titoli tecnologici legati all’IA non è segno di progresso, ma l’anticamera di un collasso annunciato.