Fragilità e Misericordia: Il Frammento del Salmo 6 nella Spiritualità Vinciana
Orizzonti d’Arte a cura di Annalisa Di Maria

Annalisa Di Maria, originaria di Alessandria, è studiosa, curatrice artistica ed esperta internazionale d’arte specializzata nell’iconografia pittorica rinascimentale. Membro del Comitato di esperti del Club per l’UNESCO di Firenze.
Tra schizzi di macchine, linee che cercano un equilibrio e studi geometrici che sembrano respirare, nel cuore del Codice Atlantico spunta qualcosa che non appartiene alla scienza né all’ingegneria: una citazione biblica scritta a specchio. È un frammento minuscolo, ma custodisce storia, psicologia e il segreto di una preghiera rimasta intrappolata nell’inchiostro.

Figura 1 – Foglio 1094r del Codice Atlantico Un frammento di pensiero catturato nella notte. Sul foglio 1094 Leonardo annota il versetto del Salmo 6 della Bibbia, “Domine, ne in furore tuo arguas me”, contratto nella sua grafia rapida e inquieta. È una pagina che rivela la sua solitudine intellettuale, la sua spiritualità discreta, la sua fragilità nascosta. Tra studi di artiglieria, questo verso emerge come un lampo: un momento in cui il genio si mostra uomo. Il foglio appartiene al Codice Atlantico, una raccolta di disegni e scritti di Leonardo conservata alla Biblioteca Ambrosiana di Milano.
La Notte e il Calamaio: il Salmo 6 nell’anima di Leonardo
C’è un momento, disperso tra le migliaia di fogli del Codice Atlantico, in cui Leonardo da Vinci sembra dimenticare di essere il genio che si è misurato con la scienza. Si ferma. Si raccoglie. E diventa fragile. Nel foglio 1094r, la sua penna — guidata dalla celebre scrittura speculare che corre da destra a sinistra — traccia in latino le prime parole del Salmo 6: «Domine, ne in furore tuo arguas me, neque in ira tua corripias me.» “Signore, non rimproverarmi nel tuo furore e non castigarmi nella tua ira.” A un occhio frettoloso potrebbe sembrare un esercizio di calligrafia, un modo per testare la scorrevolezza di un nuovo pennino d’oca. Ma Leonardo non scrive mai per caso. Ogni segno è un frammento della sua interiorità. E quelle parole, così intime e così trattenute, aprono una fessura inattesa nella sua anima, rivelando una spiritualità silenziosa, interrogativa, quasi tormentata. Leonardo non ostenta la fede la cerca, la interroga, la stringe sulla carta come un pensiero che non vuole essere detto ad alta voce. Nei primi tre anni del suo soggiorno milanese, dunque intorno al 1485, Leonardo conferma come, prima ancora di avviare il progetto del Cenacolo, la sua attenzione fosse già rivolta alla figura spirituale della Bibbia al Dio del Vangelo e alla persona di Gesù. È in questo periodo che la sua meditazione interiore si intensifica, orientando la sua ricerca verso una comprensione più profonda del divino. In quel foglio di guerra, dove progetta lanciadardi e troncasbarre, lui che era contro la guerra, chiede perdono e aiuto a Dio.

Figura 2 – La Gioconda. Il volto più enigmatico della storia dell’arte, un sorriso che sembra mutare con la luce e con l’umore di chi osserva. Leonardo avvolge Monna Lisa in una vibrazione sottile, dove la psicologia diventa pittura e la pittura diventa mistero. Dipinta tra il 1503 e il 1506, con ritocchi fino al 1517, è un olio su tavola di 77 × 53 cm conservato al Musée du Louvre di Parigi.
La solitudine dietro il calamaio
Il Salmo 6 è il primo dei salmi penitenziali un grido antico, la voce di un uomo sfinito, con le ossa che tremano e l’anima che non trova pace. Quando Leonardo sceglie di isolare proprio quel versetto, non sta sfoggiando erudizione né citando la Bibbia per dovere. Sta prendendo in prestito una formula universale di angoscia, un linguaggio che appartiene a tutti gli esseri umani, per parlare con se stesso. Con le sue paure. Con quel mistero che lo accompagna da sempre e che nessuna macchina, nessuna geometria, nessuna invenzione può sciogliere. C’è qualcosa di struggente in questo contrasto, la mano che ha saputo disegnare la perfetta simmetria del mondo, la mente che ha cercato ordine nelle acque, nelle nuvole, nei muscoli, e poi, nel silenzio di un taccuino, si ritrova a tremare davanti alla possibilità del giudizio. Leonardo ha vissuto gran parte della sua vita come un forestiero di corte, sempre in movimento tra Firenze, Milano, Roma e infine la Francia. Un uomo che portava con sé una solitudine intellettuale profonda, spesso frainteso dai suoi contemporanei, che lo vedevano più come un ingegnere di meraviglie spettacolari che come un cercatore di verità. In quel mondo che lo applaudiva senza comprenderlo davvero, la pagina bianca diventava il suo unico confessore. L’unico luogo in cui poteva deporre le armi, lasciare cadere la maschera del genio e ascoltare la voce che gli tremava dentro.

Figura 3 – L’Uomo Vitruviano. Il simbolo dell’armonia rinascimentale. Leonardo cerca la misura dell’uomo e, insieme, la misura del divino. Le proporzioni diventano una preghiera geometrica, un tentativo di leggere la mente del Creatore attraverso il corpo umano. Realizzato intorno al 1490, è un disegno a penna, inchiostro e acquerello su carta, 34,4 × 25,5 cm, custodito nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
Il Salmo 6 nella Bibbia: fragilità, pianto e misericordia
Il Salmo 6, attribuito tradizionalmente a Davide, non è una confessione di colpa. È un respiro affaticato. Non parla di peccato, ma di paura. Non invoca punizione, ma misericordia. Si apre con una richiesta semplice e disarmante: essere guardati con pietà, non con ira. Poi il salmista si lascia andare, racconta la propria fragilità senza difese le ossa che tremano, l’anima sconvolta, le notti in cui il pianto diventa un compagno, gli occhi consumati dal dolore. E proprio quando tutto sembra immerso nell’ombra, arriva la svolta. Una certezza che non nasce dal trionfo, ma dalla fiducia: Dio ascolta. Accoglie la supplica. La luce ritorna. È questa tensione tra angoscia e speranza, tra tremore e fiducia, che rende il Salmo 6 uno dei testi più profondamente umani della Bibbia. Ed è anche ciò che spiega la scelta di Leonardo, isolare l’incipit bastava a evocare tutto il resto. In quelle poche parole c’era già l’intero arco emotivo del salmo, e forse anche il suo.

Figura 4 – La Vergine delle Rocce (Louvre). Una scena sospesa tra luce e penombra, dove le figure sembrano emergere da un mondo sotterraneo. Leonardo non rappresenta la sacralità: la rivela. Dipinta tra il 1483 e il 1486, è un olio su tavola di 199 × 122 cm conservato al Musée du Louvre di Parigi.

Figura 5 – La Vergine delle Rocce (National Gallery) La seconda versione, più luminosa e definita, dove la composizione si fa più chiara e la spiritualità più diretta. Realizzata tra il 1495 e il 1508, è un olio su tavola di 189,5 × 120 cm conservato alla National Gallery di Londra.
Un fulmine nella notte
Quel frammento di salmo, inciso quasi di nascosto nel foglio 1094r, è come un fulmine che squarcia un paesaggio immerso nel buio. Per un istante illumina tutto: il volto dell’uomo, non del genio; la sua paura, non la sua certezza; la sua voce interiore, non la sua fama. Mostra che il Rinascimento non fu soltanto armonia ideale, proporzioni perfette e fiducia matematica, ma anche il tempo in cui l’essere umano, rimesso al centro dell’universo, sentì con una lucidità quasi spaventosa il peso della propria solitudine verticale. Scrivere «Domine, ne in furore tuo arguas me» non è un gesto ornamentale. È un sussurro che rivela un Leonardo profondamente umano: un uomo che, dopo aver interrogato i segreti della terra e del cielo, dopo aver cercato ordine nelle acque, nelle stelle, nelle macchine, si ritrova improvvisamente nudo davanti all’ignoto della guerra, ma sa che è qualcosa che va contro la sua anima. In quel verso, Leonardo non è il maestro che domina la natura: è la creatura che chiede di non essere travolta dalla sua immensità.

Figura 6 – La Scapigliata. Un volto incompiuto che vibra di vita. La luce sfiora la pelle con una delicatezza che sembra rivelare un pensiero più che una forma. Databile intorno al 1506, è dipinta con terra ombra e biacca su tavola, misura 24,6 × 21 cm ed è conservata alla Galleria Nazionale di Parma.
Leonardo e la sua spiritualità nascosta
La spiritualità di Leonardo non assomiglia a quella del credente che segue dogmi e formule. È qualcosa di più sottile, quasi invisibile: una trama che attraversa la sua vita e la sua opera come un filo nascosto, capace di legare insieme cristianesimo, filosofia, arte e scienza senza che nessuno dei quattro prevalga sugli altri. Nei suoi scritti questa dimensione appare con una discrezione quasi pudica. Leonardo non proclama la fede, non la esibisce. La avvicina con cautela, la interroga, la sfiora come si sfiora la superficie di un’acqua scura per capire quanto sia profonda. È una spiritualità che non si impone, ma che affiora nei momenti di silenzio, nelle pieghe dei suoi appunti, nelle parole che sceglie di scrivere solo per sé.
Il respiro neoplatonico del Rinascimento
Leonardo vive in un tempo in cui il pensiero neoplatonico torna a fiorire nelle corti italiane, portando con sé l’idea che dietro ogni cosa esista una legge invisibile, una bellezza che non è solo forma ma significato, un’armonia che si nasconde sotto la superficie del mondo. È un linguaggio che sembra fatto apposta per lui per un uomo che non si accontenta di ciò che vede, che cerca la forma dietro la forma, la luce dietro la luce, il principio che muove ogni fenomeno. Il neoplatonismo gli offre ciò che forse aveva sempre cercato, un ponte. Un modo per tenere insieme ciò che la vita tende a separare. Da un lato la fede cristiana respirata da bambino, con le sue immagini, le sue parabole, la sua idea di un Dio che osserva e guida. Dall’altro la curiosità scientifica che lo spinge a sezionare corpi, a studiare il moto dell’acqua, a interrogare la natura come un libro da decifrare. E poi ancora la tensione artistica, quella fame di perfezione che lo porta a cercare la bellezza nei volti, nei gesti, nelle geometrie. In questa visione, Dio non è soltanto il giudice che punisce o perdona. È la mente che ordina il cosmo. La bellezza è la sua impronta. Ogni proporzione, ogni equilibrio, ogni movimento diventa un segno della sua presenza. E Leonardo, che ha sempre cercato di capire come funziona il mondo, trova in questo pensiero un modo per conciliare la sua sete di conoscenza con la sua sete di senso.

Figura 7 – Il Cenacolo. Un istante sospeso, un’esplosione di emozioni trattenute. Leonardo dipinge l’anima dei protagonisti, non solo la scena. Realizzato tra il 1494 e il 1498, è dipinto con tempera e olio su intonaco, misura 460 × 880 cm ed è conservato nel Convento di Santa Maria delle Grazie a Milano.
La scienza come via verso il divino
Per Leonardo, chinarsi sulla natura non era un gesto neutro. Era un atto di contemplazione. Ogni volta che osservava il moto dell’acqua, la struttura di una foglia, la geometria nascosta in un volto, aveva la sensazione di avvicinarsi a qualcosa di più grande di lui. Studiare il mondo significava sfiorare il Creatore attraverso le sue opere. Se l’universo era un testo scritto con leggi precise, allora ogni proporzione era un frammento di architettura divina. Ogni equilibrio, ogni movimento, ogni armonia diventava una sillaba di quel linguaggio segreto che Leonardo cercava di decifrare. La scienza, per lui, non era un modo per allontanarsi da Dio, ma per comprenderne la mente. E così la sua ricerca diventava una preghiera silenziosa. Una preghiera che non passava dalle parole della liturgia, ma dagli occhi che osservano e dalle mani che disegnano. Era nel gesto dello studio, nella pazienza dell’analisi, nella meraviglia dell’intuizione che Leonardo sentiva di avvicinarsi al divino. Non attraverso i riti, ma attraverso la conoscenza.
L’arte come rivelazione
Leonardo non si limita a rappresentare il mondo lo scosta, lo apre, lo rivela. Nei suoi dipinti la luce non è soltanto un espediente pittorico, ma un segno, un richiamo, quasi una presenza. Avvolge i volti come se li custodisse, li sfiora con una delicatezza che non appartiene alla tecnica, ma alla visione. Ogni sfumatura, ogni vibrazione del colore, ogni passaggio morbido tra ombra e chiarore suggerisce che dentro ogni creatura c’è un mistero che non si può spiegare. Si può solo contemplare. Leonardo sembra dipingere proprio questo: la parte invisibile delle cose, quella che non si afferra con la logica ma con lo sguardo attento, con la pazienza, con la meraviglia. Nelle sue opere, la realtà non è mai soltanto ciò che appare. È ciò che lascia intuire.

Figura 8 – San Giovanni Battista. Un volto che emerge dall’ombra, un sorriso appena accennato, un dito che indica verso l’alto. In questo dipinto Leonardo concentra tutta la sua idea di rivelazione: la luce non illumina il corpo, ma il mistero. San Giovanni sembra sospeso tra terra e cielo, tra carne e simbolo, come se custodisse una verità che non può essere detta, solo suggerita. Realizzato tra il 1513 e il 1516, è un olio su tavola di 69 × 57 cm conservato al Musée du Louvre di Parigi.
Cristianesimo e filosofia in un’unica visione
Leonardo non respinge il cristianesimo ma lo attraversa. Lo interpreta. Lo piega e lo ricompone secondo la sua sensibilità, fondendolo con la filosofia neoplatonica che, in quel tempo, vede il mondo come un organismo vivo, un’unità armonica, un riflesso del divino che pulsa sotto la superficie delle cose. In questa fusione, la sua spiritualità diventa un ponte. Un ponte che collega ciò che spesso appare distante: la fede e la scienza, il simbolo e il calcolo, la preghiera e la geometria. Leonardo non sceglie un solo linguaggio per parlare del mistero li usa tutti, li intreccia, li lascia dialogare. Per lui, il mondo non è diviso in compartimenti. È un’unica trama, un tessuto in cui ogni filo religioso, filosofico, matematico, artistico contribuisce a disegnare la stessa figura. E in quella figura, il divino non è un’idea astratta è la mente che ordina il cosmo, la bellezza che si manifesta nelle proporzioni, la verità che si nasconde dietro ogni forma.
Il cuore segreto del suo pensiero
La spiritualità di Leonardo non è un sistema chiuso, ordinato, definito una volta per tutte. È un cammino. Una domanda che ritorna, sempre uguale e sempre diversa, come un’onda che continua a battere sulla stessa riva. La si riconosce nei suoi disegni, nelle invenzioni, negli studi anatomici, e soprattutto in quel verso latino scritto in una notte silenziosa, quasi fosse una confessione che non aveva il coraggio di pronunciare ad alta voce. Leonardo non cita il Salmo 6 per mostrare cultura. Non è un gesto accademico, né un ornamento. Lo cita perché in quelle parole riconosce qualcosa di suo: la propria fragilità, il proprio tremore. Le contrae sulla carta come si contrae un pensiero urgente, uno di quelli che arrivano all’improvviso e non si possono ignorare. E quel gesto non è un episodio isolato. È la traccia di un intelletto che, per tutta la vita, ha cercato di unire ciò che il mondo tende a separare la ragione e la rivelazione, la geometria e la preghiera, la proporzione e la misericordia. Leonardo si rivela così non solo come il genio che ha indagato i segreti della terra e del cielo, ma come un uomo che ha tentato di conciliare la luce della filosofia con la voce della Bibbia. In quella unione, forse, ha trovato la forma più alta della conoscenza.
Riferimenti
DA VINCI, Leonardo. Codice Atlantico, Foglio 1094. Milano: Biblioteca Ambrosiana.
SACRA SCRITTURA. Antico Testamento, Libro dei Salmi (Salmo 6).
DI MARIA, Annalisa. La Gioconda e il suo significato. Leonardo da Vinci e la scuola neoplatonica. Edizioni NFC.
MARANI, Pietro C. Leonardo da Vinci. L’opera completa. Abrams.
PEDRETTI, Carlo. Leonardo da Vinci: gli scritti letterari.
VECCE, Carlo. Leonardo. Salerno Editrice.
FICINO, Marsilio. Sulla vita. (Per il contesto sul neoplatonismo rinascimentale).
RAVASI, Gianfranco. Il libro dei Salmi. Commento esegetico e spirituale. Edizione San Paolo.